Calcio Internazionale

Marcelo Gallardo, argentino e moderno

Il tecnico del River Plate si è preso il Sudamerica con la sua impronta europea, e ora sembra pronto al livello successivo.

In un paese come l’Argentina, in cui la mistica dei soprannomi assume un profondo significato culturale, ai limiti dell’antropologico, non deve stupire che la figura di Marcelo Gallardo viva sulla dicotomia tra il suo apodo da giocatore – “El Muñeco”, letteralmente “La Bambola” o “Il Pupazzo” – e quello da allenatore – “Napoleón”, e non servono traduzioni. Gallardo è stato etereo, istintivo e sfuggente sul campo, oggi è decisionista, autorevole e sicuro di sé in panchina. E il paradosso è solo apparente: in realtà il racconto è coerente rispetto all'evoluzione umana, prima ancora che professionale, del tecnico del River Plate. Un classico allenatore sudamericano che però non incarna gli stereotipi di questa figura.

Non bisogna infatti pensare che la storia di Gallardo, l'uomo che ha restituito al River Plate una dimensione internazionale da River Plate – sei trofei e tre finali di Copa Libertadores in poco più di sei stagioni –, sia così vicina ai luoghi comuni di un calcio fin troppo romanzato, dalla connotazione epica e retorica spesso ridondante. Il principale tra i tratti distintivi dell'allenatore argentino, infatti, è stato il tempo, anzi il tempismo, con cui è stato in grado di costruirsi la credibilità necessaria affinché, oggi, l'ex ct del Cile Claudio Borghi lo indichi come uno dei principali candidati alla panchina del Barcellona in caso di esonero di Valverde.

In effetti, l’analisi del percorso di Gallardo ribalta totalmente le prospettive che sono solite descrivere l’allenatore del XXI secolo: nel 2011, al Nacional, passa dal campo alla panchina nemmeno dieci giorni dopo aver annunciato il suo ritiro, poi vince subito il campionato nazionale; dopo trascorre due stagioni in giro per il mondo per studiare e comprendere le evoluzioni del gioco, gettando le basi di un ciclo che lo porterà a conquistare, con il River Plate, Copa Sudamericana, Recopa e Copa Libertadores nello spazio di un anno. Gallardo è quindi un tecnico precoce, ma ha anche mostrato di avere grandi capacità strategiche, ha dato alla sua squadra un’impronta e un’identità riconosciute e riconoscibili, al netto della relativa quantità di talento dei giocatori a disposizione. Questa caratteristica fa di lui, al momento, la migliore personificazione possibile della sintesi tra la filosofia della scuola sudamericana e il pragmatismo di quella europea, orientata verso un’organizzazione e un professionismo di alto livello in campo e fuori. Non un caudillo alla Ramón Díaz o alla Daniel Passarella ma nemmeno un teorico del gioco dalle sovrastrutture rigide e immutabili alla Marcelo Bielsa, che – esattamente come accaduto per i coevi Sampaoli e Pochettino – è stato comunque il primo modello di riferimento: «Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui a 29 o 30 anni: mi ha allenato quando ero un ragazzino e, anche se non condivido una sua determinata visione delle cose, è stato il tecnico dal quale ho imparato di più», dichiarò Gallardo nel luglio 2015.

La progressiva cesura con l’antico maestro non è, però, un fatto esclusivamente di campo: «Non mi interessa essere un “amico” dei giocatori ma sono comunque attento a come si sentono, per capire se c’è qualcosa che non va nel loro intimo che possa condizionare la prestazione. L’approccio di Bielsa è più professionale, non ricordo che abbia mai instaurato un rapporto di tipo affettivo con i suoi calciatori. Comunque si tratta solo di un modo di gestire le cose, io penso che ce ne siano altri, altrettanto validi», ha detto nell’aprile scorso in un’intervista rilasciata al sito della Conmebol. Si tratta di una delle rare, per non dire unica, concessioni agli aspetti emozionali del gioco e che ha avuto un riscontro pratico nell’abbraccio di gruppo che lo ha avvolto dopo il gol di Pisculichi nella semifinale di ritorno della Copa Sudamericana del 2014 contro il Boca. La madre di Gallardo era scomparsa appena due giorni prima.

Per quanto riguarda gli aspetti prettamente tattici della filosofia di Gallardo, è sufficiente osservare un River Plate che è “suo” nel significato più puro del termine, nella misura in cui l’evoluzione della squadra è andata di pari passo con quella del tecnico. Il River 2014/2015 era una squadra intensa, verticale, diretta, dalla vocazione offensiva quasi “primordiale”, sincronica nei movimenti e nell’occupazione preventiva degli spazi, con degli automatismi (con e senza palla) talmente codificati nella loro ripetitività da richiamare il perfezionismo che fu già della Máquina di Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau.

Da allenatore del River Plate, Gallardo ha vinto 10 trofei dal 2014 a oggi. Curiosamente, tra questi non c'è un campionato nazionale (Marcelo Endelli/Getty Images)

Con il passare del tempo, delle partite, delle stagioni, Gallardo però si è dimostrato in grado di adattarsi alle contingenze di un contesto tecnico che lo ha privato, di volta in volta, dei suoi migliori elementi, adattando il sistema ai suoi interpreti e non il contrario. Che, poi, è il motivo per cui il River si è imposto – senza eccessive difficoltà e andando oltre la retorica guerriera dei “Superclásicos tra i Superclásicos” – negli ultimi due derby di Libertadores (finale 2018 e semifinale 2019) contro il Boca. Rose alla mano, gli Xeneizes erano (e sono) certamente superiori nelle principali individualità offensive, ma si sono trovati di fronte un collettivo equilibrato e solido e che aveva sempre un’efficace contromisura di squadra da opporre alle iniziative isolate dei singoli.

È evidente come Gallardo attui una preparazione fisica, tattica e mentale per certi versi sconosciuta a quelle latitudini, soprattutto nelle partite in cui la componente emotiva rischia di prendere il sopravvento: «Mi piace che la mia squadra sappia interpretare i momenti», ha detto in un'intervista, «e che prenda l’iniziativa, perché in questo modo il percorso che porta alla vittoria è più breve. Se c’è la possibilità di essere la squadra che domina il gioco e il possesso, in grado di replicare quelle situazioni provate in allenamento, allora è giusto che i giocatori facciano quello per cui si allenano e dettino loro il ritmo. Ma bisogna anche capire che ci sono momenti in cui queste condizioni non sussistono e allora ho bisogno di giocatori che sappiano come uscire fuori da situazioni non previste e allenate». In virtù di queste considerazioni, se oggi volessimo tracciare il profilo del giocatore ideale di e per Marcelo Gallardo, dovremmo rintracciare un elemento multidimensionale, dalla sviluppata capacità di lettura e reazione, e in grado di svolgere il compito (o i compiti) richiesto alla massima velocità possibile.

Gallardo è già il tecnico più vincente della storia del River Plate; se dovesse vincere la finale contro il Flamengo, diventerebbe anche il primo allenatore della storia Milionarios a conquistare due Libertadores consecutive (Amilcar Orfali/Getty Images)

Che si tratti del già citato Pisculichi, dello sfortunato Quintero, del “Pity” Martinez, del “Pato” Sánchez, di quel Leo Ponzio che è stato a lungo il vero equilibratore della mediana dei Millionarios, di Alario o di Driussi, chi ha giocato, gioca e giocherà per Gallardo deve sottostare a quell’idea di dinamismo che è alla base di tutto. Non si tratta più di tecnica e velocità, ma di tecnica in velocità: la ricerca delle “pause” tipicamente sudamericana è limitata al massimo e, contestualmente, bisogna evitare di andare fuori giri attraverso  un possesso palla che sappia essere, in determinate circostanze, più conservativo e meno vertiginoso. Anche in questo caso si tratta di due principi in controtendenza a parole più che nei fatti, l’ennesima “unità degli opposti” che ritorna ciclicamente nella storia dell’unico uomo in grado di vincere la Libertadores con il River sia da giocatore che da allenatore.

Indipendentemente da come andrà la finale di Lima contro il Flamengo, la prima in gara unica nella storia della Copa Libertadores, Gallardo sembra essere arrivato alla conclusione del suo percorso in un contesto per il quale risulta già oggi, a 43 anni e con sette stagioni in panchina alle spalle, sovradimensionato per quantità e qualità delle conoscenze assimilate. Serve un nuovo banco di prova, serve quell’Europa che da tempo è la sua destinazione naturale e che troppo a lunga è stata messa in secondo piano rispetto all’idea di tornare a far rispettare la legge del “Más Grande” in tutto il Sudamerica. Una scelta inspiegabile per chiunque tranne che per Marcelo Gallardo, l’allenatore argentino che ha cambiato l’idea stessa di allenatore argentino.

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