Il nuovo allenatore in seconda di Guardiola, Juanma Lillo, ha una storia molto particolare

È considerato un tecnico di culto, per il manager del Manchester City è «il migliore che abbia mai avuto».
di Redazione Undici 10 Giugno 2020 alle 13:58

In un articolo del 2014, il quotidiano spagnolo di El País scriveva che Juanma Lillo era «un técnico mitad maldito, mitad de culto». Il testo raccontava delle sue vicende colombiane, era appena stato licenziato dai Millonarios per via di alcune faide interne alla dirigenza, e da anni la sua carriera era segnata tanto dagli elogi di colleghi e giocatori quando da avvenimenti controversi. Oggi Lillo è il nuovo vice di Pep Guardiola al Manchester City – praticamente il successore di Mikel Arteta, che nel frattempo è diventato manager dell’Arsenal. Ed è considerato sempre più un tecnico di culto, anche perché nel frattempo ha lavorato come allenatore in seconda di Sampaoli (un altro personaggio cult) nel Cile e nel Siviglia, poi in Colombia, Giappone e Cina, e prima aveva assaggiato anche il campionato messicano. Proprio durante l’esperienza ai Dorados, club di Culiacán, c’è stato l’incontro più significativo con Guardiola: siamo nel 2006, il centrocampista catalano ha 35 anni ed è agli sgoccioli della carriera di giocatore, mentre Lillo ha già guidato, tra le altre, Salamanca, Oviedo, Real Saragozza, e Murcia. Dopo qualche anno, proprio Guardiola parlerà di Lillo come del «miglior allenatore che abbia mai avuto». Un’investitura ex-post niente male, considerando che il tecnico che lo ha lanciato nel Barcellona è stato Johan Cruijff, e che dopo di lui ha lavorato con Robson, van Gaal, Capello.

In realtà, il primo contatto tra i due avvenne nel 1996, quando Lillo guidava il Real Oviedo in Liga. Il Barcellona batté per 4-2 la squadra asturiana, ma quanto visto in campo spinse l’allora centrocampista blaugrana a complimentarsi con l’allenatore avversario. Già allora, il 54enne allenatore basco (è nato a Tolosa, piccolo centro dell’antica provincia di Guipúzcoa) predicava e praticava il gioco di posizione, certo doveva essere una versione arcaica, non sofisticata come quella del Manchester City di oggi. Lillo è stato uno dei tecnici più giovani nella storia della Liga – nel 1995 aveva 29 anni ed era sulla panchina del neopromosso Salamanca – ed è andato molto vicino ad allenare il Barcellona: nel 2003, Lluis Bassat, uno dei candidati alla presidenza, si presentò alle elezioni annunciandolo come futuro tecnico in caso di vittoria. Fu sconfitto da Laporta, che scelse Frank Rijkaard. Guardiola si era già trasferito in Italia. La sua bacheca non annovera trofei, ma le sue squadre hanno raggiunto quattro promozioni nelle divisioni superiori – una con il Leganés nel 1989, due consecutive con il Salamanca e una con il Qingdao Huanghai, giusto qualche mese fa.

L’ultimo incarico da primo allenatore in Europa, prima di trasferirsi in Colombia, risale alla stagione 2009/2010: per ironia della sorte, l’Almería decise di licenziarlo dopo una sconfitta per 8-0 contro il Barcellona allenato da Guardiola. In seguito, Lillo ha lavorato con Iniesta al Vissel Kobe e Yaya Touré durante la sua ultima esperienza, alla guida del Qingdao Huanghai, che come detto ha condotto alla promozione nella Chinese Super League. La sua aura di santone è stata alimentata anche da una celebre frase pronunciata da Luis César Menotti nel 1994, commissario tecnico dell’Argentina campione del mondo ventisei anni prima: durante una sua visita in Spagna, si incontrò con Jorge Valdano, allenatore del Real Madrid, al quale confidò di aver conosciuto «un giovane tecnico che è più pazzo di noi, ama visceralmente il gioco, ma soprattutto il bel gioco». Si trattava proprio di Lillo.

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