Società

Novak Djokovic, tra complottismi e cialtronate

L'Adria Tour, il suo canale Instagram, i complottismi sui vaccini e sul Coronavirus: non si possono più tollerare le sciocchezze di Novax.

Non che il mondo di prima fosse questo incanto, ma aveva i suoi comfort. Una lunga serie di fatti, comportamenti, abitudini costituiva la sfera – nebulosa ed elastica quanto si vuole, ma tant’è – della “realtà”, e tutto quanto se ne discostava un po’ troppo finiva d’ufficio in categorie assai maneggevoli come il sur-, o l’ir- reale. Bene, la pacchia è finita: ora, a quanto ci passa sotto gli occhi, rispondiamo con una sola domanda, divertita mentre si forma, ansiogena non appena si deposita: ma cos’è ‘sta roba?

Non vorrei pensaste che divago, sto parlando di tennis. A stecchetto forzato per un quadrimestre, il cultore della materia si è dovuto adattare a quello che i media riuscivano a mettere insieme per giustificare l’ingiustificabile, cioè l’abbonamento al canale: finali vintage commentate come accadessero live, esibizioni di pro fra il trentesimo e il cinquantesimo posto del ranking in palazzetti deserti: giocate con la tensione e spesso il livello di un match al circolo, ma raccontate come il trionfale ritorno sulla scena dei tennis, in purezza. Poi, mentre l’Atp si affannava a preparare un calendario che Richard Gasquet ha definito, con una perifrasi assai moderata, «demente» – tutti o quasi i tornei dell’anno affollati in 120, indimenticabili giorni –, e proprio quando la mente dell’aficionado cominciava a familiarizzarsi con l’immagine di Serena e una malcapitata qualsiasi una di fronte all’altra in un Arthur Ashe deserto, sugli schermi di mezzo pianeta si è materializzato l’impensabile.

Una settimana fa o giù di lì, infatti, i media globali hanno postato nella colonnina di destra uno di quei fattoidi che i miliardi di utenti al di qua del paywall sono ormai abituati a considerare notizie. A Belgrado, un raccattapalle dodicenne pareva avesse messo a segno un punto, anche spettacolare, contro il numero 1 al mondo. Aprivi il link, e vedevi il ragazzino – non un sorteggiato, in realtà, bensì una grande promessa del tennis serbo – palleggiare con Djokovic: e alla fine, sì, spiazzarlo. «Ma pensa», commentavi, inevitabilmente. Poi però vedevi Novak avvicinarsi alla rete, piuttosto sudato, e stringere il pupo in un lungo, amoroso abbraccio paterno: mentre gli spettatori sugli spalti scattavano in piedi per applaudire il toccante siparietto, e celebrarlo in centinaia di varianti dell’espansività fisica per cui i Balcani vanno piuttosto celebri. Un’occhiata al calendario, e appena raggiunta la certezza che tutto quanto fosse avvenuto il 14 giugno 2020 tornavi alla domanda iniziale: ma che cos’è ‘sta roba?

Adesso lo sappiamo. Quella roba era l’antefatto del Novak Horror Picture Show, cioè del cosiddetto Adria Tour, la raccapricciante parodia del tennis giocato fortissimamente voluta e organizzata dal clan Djokovic, e che ora rischia di mandare a gambe per aria, se non la carriera, certo l’immagine pubblica di Novak. Il quale con l’immagine – e se per questo anche con il pubblico – ha da sempre un notorio problema: può anche vincere una mirabolante finale di Wimbledon, ai miliardi di spettatori che l’hanno vista importa solo come abbia fatto il suo avversario a perderla.

Ora, infierire su Novak – Novaxxx, ormai per molti – dopo lo spettacolo di questi giorni equivarrebbe, per recuperare un’immagine arcaica, a sparare sulla Croce Rossa: non fosse che stavolta le critiche riguardano una star globale che da settimane fa precisamente questo, cioè spara sulla Croce Rossa. Alla lettera. Mentre Roger postava video di un magro e melanconico se stesso intento a scambiare con la recinzione del campetto di casa, e Rafa si faceva fotografare su una moto d’acqua col cipiglio con cui commenta un dritto troppo corto, quello che un blog di tennis senza peli sulla lingua ha definito con qualche ruvidezza lo Scemo del Villaggio (assegnandogli contemporaneamente il titolo di Stronzo dell’Anno) ha aperto i suoi canali Instagram a un’inverosimile serie di cialtroni – guru, nutrizionisti, guaritori, olisti di ogni ordine e grado. Insieme ai quali ha discusso, per ore di diretta felice e tracotante, alternative alla farmacopea ufficiale: la preghiera, ad esempio (non è chiaro a chi); la gratitudine (non si capisce verso chi); o il pensiero stesso, pur sempre in grado di smuovere le molecole dell’acqua, trasformando anche un refluo industriale in un cristallino liquido potabile. E qualora contromisure di tale potenza avessero fallito, il virus – «questo impostore» – si sarebbe potuto sconfiggere col formidabile ritrovato di uno degli amichetti di Nole: un flaconcino, agitato dal suddetto in favore di telecamere, del formidabile Olio di Serpente.

Se credete che sia impazzito connettetevi, oppure chiedete a uno qualsiasi dei sette milioni e passa di disgraziati al seguito dell’Instagram di Nole. Mezz’ora di ascolto, anche meno, e vi renderete conto che ci sarebbe stato materiale per l’ennesimo, inutile réportage sull’orrore in cui siamo invischiati. Ma non ne sarebbe valsa la pena. Nemmeno nel campo delle terapie alternative, infatti Nole è riuscito a conquistare il centro della scena. Poveraccio. Negli negli stessi giorni delle sue formidabili dirette, infatti, ha forzatamente ceduto il passo un suo simile con molta più audience, che invece dell’olio di serpente proponeva amuchina sottocutanea. E, proprio come Nole, a ogni sopracciglio alzato opponeva un serafico: Oh, mica dico che funziona, dico magari, chi lo sa. Nel linguaggio globale: Do your research.

Bene, tutto questo sta sfociando in un bordello di proporzioni ancora difficili da valutare. Ci sono già conseguenze spicciole e anche esilaranti, come l’inevitabile, e si spera momentanea, balcanizzazione del tennis: Djokovic Senior in queste ore riversa ogni colpa su quel bulgaro di Dimitrov, reo di avere portato il virus dall’estero, mentre il clan del povero bulgaro replica elencando gli atleti di varie discipline entrati negli ultimi giorni in contatto con Djokovic, e poi risultati tutti positivi. Passerà, ma intanto sono di nuovo a rischio i due Slam al momento superstiti, e forse la ripresa della stagione in sé.

Di questo disastro a qualcuno Djokovic dovrà prima o poi rispondere. Cioè, dovrebbe, se il mondo del tennis non fosse singolarmente omertoso. Al momento, gli unici giocatori di primo piano a farsi sentire sono stati Murray e Kyrgios. Ragionevole e – incredibilmente, per chi lo ricorda in campo – pacato come sempre, Andy ha più o meno detto a tutti di darsi una calmata, perché così non si va da nessuna parte. Molto più vocale e schietto – è l’unico del circuito a dire le cose come stanno, e spesso anche molto bene – Nick si cava da giorni, con evidente sollievo, un sassolino dalla scarpa: scusate, ripete, ma se io sono la testa di cazzo che da dieci anni mi dite che sono, questi qui come vogliamo chiamarli?

Come i capi di stato cui evidentemente guarda con ammirazione – né ha mai negato di voler fare, in futuro, qualcosa per il suo Paese – Nole non risulta tuttavia arginabile, al momento, con argomentazioni raziodi. Non sono state scoperte, ma esistono, mi rispose una volta un NoVax cui avevo chiesto come si chiamassero le tribù amazzoniche che sosteneva vivessero fino a 220 anni, grazie all’assenza di contatti con la medicina occidentale. E allora?

E allora, forse l’unica contromisura possibile, a fesserie di queste proporzioni e di questa diffusione, è quella ventilata da Rafa qualche settimana fa, nei giorni in cui Nole, ancora lui, strepitava che qualora l’ATP avesse reso obbligatorio il vaccino, lui non l’avrebbe probabilmente preso, riservandosi di decidere in proprio di cosa il suo corpo avesse bisogno. «Dice che non si vaccina?», ha risposto nella circostanza un Rafa quasi alterato. «Davvero? Be’, è semplice, mettiamola così: se non si vaccina, non gioca».

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