La comunità nera del calcio non è rappresentata abbastanza fuori dal campo

Spesso pensiamo che, in Inghilterra, la situazione di giocatori, giocatrici, dirigenti e giornalisti neri sia meno problematica che nel resto d’Europa. Non è così.
di Felicia Pennant 13 Luglio 2020 alle 02:06

l rispetto che provo per Raheem Sterling sembra poter essere infinito: è il calciatore nero che più si sta spendendo sulla mancanza, e la natura problematica, della rappresentazione di persone nere nel calcio inglese. Con rappresentazione, intendo il modo in cui sono dipinte. Succede da quando, durante una partita contro il Chelsea del dicembre 2018, subì insulti a sfondo razziale, e rispose accusando i maggiori media di alimentare il razzismo, pubblicando sui suoi social diversi screenshot di rappresentazioni gratuitamente negative di calciatori neri intenti semplicemente a godersi la vita fuori dal campo come i loro colleghi bianchi.

Nei giorni in cui il movimento Black Lives Matter cresce, dopo la tremenda morte di George Floyd (anche lui rappresentato in modo errato, al suo funerale, con la foto di un altro uomo), grazie a proteste, rivendicazioni, e l’abbattimento di statue collegate alla tratta degli schiavi, ogni settore è sotto la lente d’ingrandimento per quanto concerne la parità di trattamento. Diversi calciatori stanno indossando magliette con messaggi antirazzisti, inginocchiandosi in segno di solidarietà, e ancora Sterling ha parlato dei fallimenti del calcio inglese. «Ci sono qualcosa come 500 calciatori in Premier League, e un terzo di questi sono neri. Ma non ci sono rappresentanti neri in nessuna gerarchia, o negli staff delle squadre», ha detto il 25enne alla Bbc lunedì 8 giugno.

I commentatori neri sono tutti ex giocatori, come Ian Wright, e le statistiche del Black Collective of Media in Sport (BCOMS) rivelano che soltanto otto giornalisti sportivi (e non ex atleti) sono neri, su 456 posizioni. Nel mondo del calcio femminile, pure in crescita vertiginosa, non sembrano esserci statistiche chiare, su Google, riguardo la rappresentazione delle persone nere, ma nella Nazionale inglese agli ultimi Mondiali erano soltanto due le calciatrici di etnia mista. Per molti, sono ancora le conseguenze dello scontro tra Mark Sampson ed Eniola Aluko, quando le accuse verso l’ex allenatore per aver fatto commenti razzisti nei confronti dell’attaccante ex Juventus vennero inizialmente respinte dalla Football Association, nel 2017. Ancora di più oggi, viste le recenti pubbliche scuse dell’ex compagna di squadra di Aluko, Nikita Parris, per non averla supportata al tempo.

Quindi, perché è importante sottolineare questo problema di rappresentazione? Perché il messaggio che manda a calciatori neri, tifosi, giornalisti, è che, anno dopo anno, noi non siamo importanti. Che le nostre voci e le nostre storie contano meno di altre. Che siamo incompetenti, e non meritiamo le stesse opportunità e le stesse posizioni di potere, evidenziando le persone nere che invece hanno successo come eccezioni, role model contro tutte le previsioni. Non tutte le forme di razzismo, nel calcio, sono esplicite. In quanto donna nera che da anni, attraverso SEASON zine – la pionieristica piattaforma di calcio e moda che ho lanciato nel 2016 – celebra le esperienze di donne e people of colour nel calcio, trovo che siano importanti iniziative come Football’s Black List: lanciata da Leon Mann e Rodney Hinds nel 2009, è una celebrazione delle persone nere nella comunità calcistica inglese, dal campo fino ai ruoli dirigenziali.

È stato un onore essere nominata, nel 2019, in una lista di altre persone nere che cercano di risolvere il problema della rappresentazione. Le cose cambieranno? Lo vedremo con il tempo. Per ora, nessuna azione a lungo raggio è stata annunciata dalle istituzioni. Se la domanda, però, è: la rappresentazione di persone nere è migliore in Inghilterra rispetto all’Italia? La risposta, oggi, è un sottile: per niente.

Da Undici n° 33
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