La Juventus dei nove scudetti è nata a centrocampo

Intervista a Claudio Marchisio, estratto del libro La Storia della Juve in 50 ritratti, di Paolo Condò e Marco Bucciantini.
di Paolo Condò 29 Settembre 2020 alle 10:47

Il 24 settembre 2020 sono usciti in tutte le librerie – fisiche e online – i tre libri della nuova collezione “Il Grande Calcio”, curata da Paolo Condò, firma di Repubblica e di Undici, volto di Sky Sport, ed edita da Centauria. Le opere sono dedicate ai tre club italiani più importanti e seguiti, Juventus, Milan e Inter, e raccontano la storia di queste squadre attraverso i ritratti di 50 personaggi, giocatori, allenatori o dirigenti che sono rimasti nella memoria dei tifosi – anche in quella degli avversari e di tutti gli appassionati di calcio, in verità. Ogni libro è scritto insieme a un altro giornalista (Marco Bucciantini per quello sulla Juve, Giuseppe Pastore per il Milan e Fabrizio Biasin per l’Inter), è arricchito da un saggio introduttivo sul passato della squadra e da un’intervista esclusiva realizzata da Paolo Condò con Claudio Marchisio (Juventus), Alessandro Costacurta (Milan) e Esteban Cambiasso (Inter).

Pubblichiamo oggi un estratto dell’intervista a Marchisio, tratta ovviamente dal libro La Storia della Juve in 50 ritratti. L’ex centrocampista racconta un passaggio importante per sé e per la Juventus: a cavallo tra il 2009 e il 2012, Marchisio diventa uno dei giocatori più forti e rappresentativi della rosa bianconera, mentre la squadra passa dalle fallimentari gestioni di Ferrara, Zaccheroni e Delneri a quella di Antonio Conte. Insieme al tecnico salentino, arrivano a Torino anche Andrea Pirlo e Arturo Vidal, che insieme a Marchisio formeranno un trio di centrocampo eccezionale, che porterà la Juve di nuovo in cima all’Italia e poi a un passo dal trionfo in Champions League nel 2015, con Allegri in panchina.

Nel 2009, prima che iniziasse il ciclo di vittorie, lei aveva segnato all’Inter uno dei gol stilisticamente più belli della sua carriera, un dribbling stretto sinistro-destro in fondo a un grande inserimento. Cominciarono lì i paragoni con Tardelli?

No, già da prima. Stesso ruolo, stessa squadra, stessa struttura fisica, era abbastanza nelle cose. Fra l’altro l’avevo studiato, Marco, perché mio padre conservava i vecchi Vhs con la collezione dei Mondiali, e lì di Tardelli c’era tanto. Era il mio eroe, certo; un po’ come Grosso era l’eroe dei bambini di quegli anni. Quando fai qualcosa di importante ai Mondiali, è davvero per sempre.

Lei, come del resto Tardelli, è stato un centrocampista con spiccato senso del gol. Il tipo di giocatore che un allenatore, nei limiti imposti dal ruolo, dovrebbe avvicinare il più possibile alla porta.

Merito di un’infanzia da attaccante, immagino. E comunque sì, ho giocato in tutte le posizioni del centrocampo facendomele piacere, ma non c’è dubbio che da mezzala abbia goduto dello spazio maggiore per sfruttare la capacità in zona gol. Confesso, mi è sempre piaciuto segnare: infatti i miei centrocampisti di riferimento erano Gerrard e Lampard, gli inglesi box to box.

Abbiamo visto che Andrea Pirlo è l’acquisto spot della prima stagione di Conte. Credo che lei si accorga del vostro potenziale di coppia fin dalla prima partita, segnando un magnifico gol al Parma: s’inserisce in area con tempi perfetti per evitare il fuorigioco, puntuale al rendez-vous con un lancio magistrale di Pirlo. Il tocco volante è d’autore, perché prolunga la traiettoria oltre le possibilità del portiere.

Un gran gol davvero. Esemplare, effettivamente. Io vado con quella decisione, allungando la gamba al massimo altrimenti non la prendo, perché vedo che quel lancio lo fa Pirlo. Siamo preceduti dalla nostra reputazione: l’intesa con lui nacque al volo perché io aspettavo il fenomeno che era, e anche lui evidentemente aveva fiducia nelle mie qualità. Andrea era come un grande scacchista, vedeva gli sviluppi del gioco con diversi secondi d’anticipo. Quando notava che ero in posizione ideale per inserirmi, come quella volta col Parma, organizzava l’azione per arrivare al lancio nel momento esatto in cui avrei potuto agganciarlo senza andare in fuorigioco. In parole semplici, un fuoriclasse.

Detta così sembra facile, ma Pirlo in realtà era molto selettivo.

È così. Se sei un orecchiante, con lui non vai d’accordo. Andrea aggiungeva molto, ma pretendeva che tu fossi a quel livello: d’altra parte non so quanti giocatori avrebbero trasformato in quel modo una squadra che veniva da due anni di disastri assortiti. Con lui in campo, semplicemente, la palla aveva smesso di scottare. Bravura, e carisma.

L’altro acquisto chiave della prima stagione di Conte è Arturo Vidal, e così forte se lo aspettavano in pochi. Giusto?

Per quanto mi riguarda, sì. Arturo fu una splendida sorpresa perché ci siamo integrati subito bene pur avendo caratteristiche simili: corsa, inserimento, gol. Lui era proprio un cecchino d’area, mai sazio, come se da quello dipendesse il suo futuro. E sempre col sorriso sulle labbra. Si capiva che anche per lui giocare nella Juve era una gioia.

A volte succedeva che Vidal tirasse un po’ tardi. Mi hanno raccontato che quando Conte provava a punirlo, a pagare eravate soprattutto voi compagni…

Che fatiche… (ride, N.d.A.) Sì, è vero. Un paio di volte è successo che qualche avventura notturna esagerata di Arturo fosse arrivata all’orecchio dell’allenatore. Lui non è il tipo che se la prende direttamente con il colpevole, preferisce arrivarci di rimbalzo: fidando nel fatto che la notte in bianco gli avesse tolto energie, disse che per quel giorno aveva deciso un richiamo di preparazione atletica, e dunque via il pallone perché avremmo dovuto correre molto. Voleva stanare Vidal, capisce? Il problema è che Arturo è fatto di ferro, e dopo un certo numero di chilometri noi boccheggiavamo esausti chiedendo pietà mentre lui continuava a correre in testa al gruppo chiacchierando come se fosse al bar.

Paolo Condò • Marco Bucciantini
La Storia della Juve in 50 ritratti
Centauria
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