Serie A

Il nuovo Milan e l'abitudine di vincere

La rinascita firmata da Pioli e Ibrahimovic può riaccendere anche i tifosi?

A un certo punto della vita ho pensato, del tifo, quello che a volte si pensa del lavoro, o dell’amore, quando va male e ci si assesta. Che fosse quindi naturale, con il passare degli anni e l’avanzare dell’età, che l’entusiasmo svanisse, e che il calore di un tempo lasciasse spazio soltanto a un morbido tiepidume. Che la passione che aveva infiammato anni e anni di abbonamenti, di vita da curva, di attese sotto la pioggia, di trasferte in treno, in Italia, e in sgangherati pulmini in affitto, in giro per l’Europa, di festeggiamenti fino a tarda notte, che tutto questo fuoco, insomma, si fosse spento come conseguenza naturale dell’invecchiamento. Solo a luglio 2020, durante la coda del campionato più strano di sempre, mi sono accorto che l’indebolimento della mia fede nel corso del precedente decennio, invece, era stato causato da tutt’altro motivo: che il Milan, semplicemente, era diventato scarso.

Sono, calcisticamente, cresciuto nel ventennio più ricco di soddisfazioni che un tifoso di ogni squadra possa immaginare: ho visto, del Milan, gli anni Novanta e i Duemila, e naturalmente il mio amore per il calcio, e per quella squadra – la più titolata del mondo, come diceva il caro vicepresidente – è nato, si è sviluppato, e si è modellato sul fuoco di quei successi – e di quella retorica. Il fatto è che ogni stagione, per anni, era aperta a ogni possibilità: niente era irraggiungibile, nulla impossibile. Il reame dei traguardi in potenza era infinito. Vincere il campionato? È una speranza e un obiettivo. Vincere la Champions League? È una speranza e un obiettivo – ed è pure meglio del campionato. Vincere la Coppa Intercontinentale? Perché no. E il mercato estivo, anche, più simile a un videogioco che alla reale e difficile arte della contrattazione. Acquistare ogni anno il giocatore più forte del mondo? Certo, che problema c’è. Rui Costa e Inzaghi, un anno. Nesta, Rivaldo, e Seedorf, l’anno dopo. Non è una questione di essersi abituati bene: è che vincere, per un tifoso del Milan nato negli anni Ottanta, era l’unico orizzonte delle possibilità.

Cosa succede a un tifoso quando la miglior squadra del mondo – va bene, una delle – smette di esserlo, e inizia poi a non essere nemmeno una delle migliori squadre d’Italia, e diventa quindi una squadra che cambia due allenatori ogni anno, e ambisce, se va bene, a un sesto posto, dopo essere stata lo zimbello di milioni di persone per essersi fatta raggirare da un misterioso imprenditore cinese subito evaporato in una nuvola rossa?

È difficile trovarsi, intorno ai trent’anni, all’inizio di una stagione di campionato con la prospettiva di arrivare, nella migliore delle ipotesi, al quinto posto, oppure al sesto, magari al settimo ma sperando nei successi altrui in Coppa Italia per raggiungere con le unghie dei malandati preliminari di Europa League. A che pro, allora, seguire il calcio, se non con la prospettiva di vincere? Non è snobismo: è abitudine. Nel soppesare questa rivelazione, mi resi conto di una contraddizione interna nel mio nuovo stato d’animo: vincere era l’unica prospettiva che avevo mai conosciuto, come ogni milanista, eppure vincere, nella mia filosofia, non sarebbe mai stata l’unica cosa che conta, come dicono gli altri. Non perché non conti affatto, e neppure perché preferiamo il romanticismo e la pazzia delle rimonte, come dicono gli altri ancora, ma perché quella frase, detta così, senza understatement, senza discrezione, mi è sempre suonata volgare, un po’ cafona, poco adatta all’eleganza a cui ero stato abituato, un’eleganza sì un po’ Mediaset, da un lato, ma soprattutto un’eleganza molto Van Basten, Rivera, Weah e Shevchenko, dall’altro.

Una delle reazioni più forti è la vergogna. Fa parte, certamente, di un’eccessiva immedesimazione nell’anima del club, che è poi l’anima di una massa, di un popolo, in un certo senso molto novecentesco. E allora guardavo il Milan del 2014, poi il Milan del 2015, in realtà praticamente ogni Milan fino al 2020, perdere, perdere male, venire eliminato dalle coppe italiane ed europee, farsi rimontare nei derby, e guardavo quei giocatori che erano venuti al Milan perché il Milan nella storia del calcio vuole comunque dire qualcosa di importante, i loro volti sconsolati, tristi e impotenti, e mi vergognavo. Davanti alla televisione, un po’ Nanni Moretti in Aprile, mi veniva da parlare con Fernando Torres, Nigel de Jong, André Silva, Leonardo Bonucci, e dirgli: scusate, questo non è il Milan vero, il Milan vero è un altro, non rimaneteci male, e perdonateci. Come se non fossero loro parte del problema, poi, responsabili almeno in campo di rendere così triste quel Milan che era stato un tempo un’altra cosa.

Il Milan non perde una gara ufficiale dall'8 marzo 2020 (1-2 in casa contro il Genoa); da allora, ha messo insieme 18 risultati utili consecutivi in tutte le competizioni (Marco Luzzani/Getty Images)

Un’altra conseguenza è la solitudine: le amicizie costruite allo stadio, nelle piazze davanti ai maxischermi, nei bar per le partite in trasferta, si sgretolano facilmente quando viene a mancare il fertilizzante che le aveva fatte crescere così solide: le vittorie, l’ambizione, anche un certo tipo di presunzione. Questo rendeva le amicizie meno vere, il tifo meno intenso? Niente affatto: è una questione di alimentazione, di suolo, di esposizione. L’albero che cresce forte e rigoglioso esposto al sole, avrà per forza di cose delle difficoltà quando viene spostato all’ombra.

Poi, inaspettatamente, la rivelazione: non è vero che il tifo si intiepidisce, che l’amore si fa più sciocco, che il fuoco si fa meno violento. È arrivata, a poco a poco, nel corso di questo assurdo 2020, che è quindi stato l’anno delle ambizioni ritrovate. Il Milan che giocava e vinceva, e rigiocava e rivinceva, e lo faceva magari per cinque volte di fila. E noi, increduli, ricominciavamo a muovere quel muscolo stanco dopo tanti maltrattamenti passati. A telefonarci, a guardare le partite, a commentarle poi in quel modo nuovo, su Zoom, dietro a una telecamera. Ad agognare lo stadio, a credere di nuovo di poterle vincere tutte, o quasi.

Dal numero 34 di Undici

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