Dei ventidue azzurri convocati per il Mondiale messicano del 1970, quello concluso al secondo posto con Ferruccio Valcareggi in panchina, soltanto tre sono in seguito diventati allenatori di Serie A. La carriera più nobile appartiene a Dino Zoff, che è stato anche commissario tecnico della Nazionale arrivando a pochi secondi dal titolo europeo del 2000, fino all’1-1 di Wiltord che in fondo al recupero consentì alla Francia di prolungare ai supplementari, e lì vincere con il Golden Gol di Trezeguet. Prima e dopo quella ruggente esperienza, Zoff ha allenato in Serie A la Juventus, la Lazio – il terzo posto del 2001 è il piazzamento migliore in assoluto – e la Fiorentina.

Dalla stessa Fiorentina era partita anni prima la veloce ma scintillante traiettoria in panchina di Giancarlo De Sisti, secondo nella stagione del lungo sprint con la Juve, e risolta da Liam Brady all’ultima giornata col rigore di Catanzaro mentre la Viola non riusciva a schiodarsi dallo 0-0 a Cagliari (a onor del vero, il gol annullato a Ciccio Graziani sembrò valido a molti). Di lì in poi, complice anche un problema di salute, la carriera di “Picchio” scese rapidamente di tono, passando fugacemente per Udinese e Ascoli e lì arrestandosi. Il terzo “messicano” ad aver conosciuto la Serie A nella sua seconda carriera è stato Tarcisio Burgnich, che a livello top ha allenato Catanzaro, Bologna, Como e Cremonese. Il suo risultato più importante, o meglio la medaglia che può appuntarsi sul petto, è il debutto in Serie A di un sedicenne che ancora oggi sta facendo parlare molto di sé: Roberto Mancini.

Tre su ventidue sono una percentuale assai bassa, indicativa del fatto che in quel tempo ormai lontano il mestiere di allenatore fosse scollegato da quello di (grande) calciatore. Giusto dire che gli elementi di spicco della Nazionale del ’70 hanno poi percorso carriere dirigenziali, se non addirittura politiche: Rivera, che è diventato parlamentare, e poi Mazzola, Riva, Facchetti, Juliano. Ma se procediamo allo screening dei ventitré campioni del mondo del 2006, la situazione è totalmente diversa: non soltanto in cinque sono già arrivati in Serie A – Inzaghi, Oddo, Gattuso, Grosso e Pirlo – ma due di loro sono in lotta per lo scudetto, e uno da debuttante assoluto. Stiamo parlando di Andrea Pirlo, che ha ricevuto l’incarico di guidare la Juventus in un modo che potremmo definire ormai codificato dai casi Guardiola e Zidane: dare la squadra a chi in campo era stato un fuoriclasse, senza preoccuparsi della carenza di un’esperienza specifica ma confidando nella sua visione universale del calcio e, per governare lo spogliatoio, nel carisma
di grande ex.

In realtà Pirlo è andato persino oltre i due esempi citati, perché sia Pep che Zizou avevano allenato almeno le squadre B di Barça e Real, mentre lui non ha fatto nemmeno in tempo a radunare la Juve Under 23, che originariamente doveva essere il suo primo incarico. La nomina di Pirlo ha scavalcato ogni precedente perché è avvenuta nel club che sta vincendo scudetti ininterrottamente da nove anni, e nel quale fatalmente il primo che arriverà secondo verrà tacciato di scarsa capacità: questo per dire che allenare oggi la Juventus è insieme una grande opportunità ma anche un enorme rischio. Non va dimenticato, però, che sulla scelta di Pirlo, rapida e sorprendente, ha pesato moltissimo la necessità di chiudere al più presto la parentesi Sarri, un clamoroso errore di valutazione non per la qualità del tecnico – che ha comunque aggiunto il suo scudetto ai tre di Conte e ai cinque di Allegri – ma per la sua incompatibilità da rivoluzionario con l’ambiente bianconero, che è governativo per eccellenza.

Ed è proprio questo lo scenario sullo sfondo, la contrapposizione fra gli allenatori venuti dal nulla (calcistico) come Sarri, e prima di lui ovviamente Arrigo Sacchi, che a distanza di trent’anni continua a catalizzare opinioni estreme, e gli ex-calciatori di buono oppure ottimo livello, quelli che quando giocavano venivano chiamati “allenatori in campo” e, una volta chiusa la carriera, si iscrivono al corso di Coverciano quasi per default. Naturalmente maggiore è il palmarès da giocatore che puoi esibire, migliori sono le tue chance iniziali di avere subito un buon incarico. In questo senso, i campioni del mondo 2006 hanno gioco facile.

Dopo le esperienze con Milan e Bologna, e la promozione ottenuta nello scorso campionato, Filippo Inzaghi è alla terza stagione in Serie A come allenatore (Gabriele Maltinti/Getty Images)

Se Pirlo è partito direttamente dalla Juve, Pippo Inzaghi è già al terzo tentativo in A dopo essere scattato dal Milan, un Milan minore rispetto ai bei tempi ma proprio per questo sottoposto a pesanti pressioni. Le stesse provate da Gattuso ai tempi della chiamata di Fassone e Mirabelli, anche se Rino veniva da alcune esperienze (Palermo, Creta, Pisa) che ne avevano rafforzato le basi: nel suo caso si può parlare di Napoli “guadagnato”, dopo un cursus honorum non lungo ma significativo. Detto che anche Nesta avrebbe già potuto far parte della pattuglia, perché il suo Frosinone ha perso la promozione, nella stagione 2019/20, soltanto nell’ultimo spareggio con lo Spezia, siamo disposti a rischiare la fine di Muzio Scevola mettendo la mano sul fuoco che il prossimo “mondiale” a sedere su una panchina di Serie A sarà Daniele De Rossi, e che prima o poi Fabio Cannavaro ne avrà abbastanza dei super ingaggi cinesi e verrà a misurarsi in Italia. Anche il 2006 ha i suoi divi disinteressati alla panchina, da Totti che prima o poi tornerà a fare il dirigente della Roma a Del Piero che è un influente opinionista televisivo, a Buffon che gioca ancora ma, quando smetterà, finirà in una stanza dei bottoni a piacere tra Juventus e Nazionale.

Gli altri devono fronteggiare i barbari alle porte, i famosi “giochisti” senza pedigree: De Zerbi ha in curriculum tre sole partite in Serie A da giocatore, eppure il Sassuolo ruba gli occhi come negli ultimi anni è successo soltanto all’Atalanta di Gasperini – carriera tradizionale, ma stoppata al primo tentativo in una grande – e all’Empoli e al Napoli di Sarri, squadre outsider sì di diverso livello, ma pur sempre outsider. Stando ai risultati, il 1974 ha prodotto Capello, il 1982 Zoff (ancora) e Gentile, il 1990 Ancelotti, Mancini e Donadoni (la raccolta migliore), e il 1994 Conte. Ma l’annata 2006 potrebbe essere un’altra cosa.

Da Undici n° 36