Se il calcio fosse popolare anche tra gli Iatmul, una popolazione di circa diecimila individui stanziata in Papua Nuova Guinea, dopo una doppietta messa a segno contro la capolista del campionato il giovane autore delle reti verrebbe sottoposto al rituale Naven, oggetto di studio di una monografia etnografica pubblicata dal grande antropologo Gregory Bateson: suo zio materno si travestirebbe da donna e gli strofinerebbe le natiche sulla gamba, simulando un rapporto sessuale. Poi sua zia paterna e la moglie di suo fratello si travestirebbero da uomini e lo picchierebbero selvaggiamente. Infine, sua madre si denuderebbe, il tutto chiaramente in pubblico. “Paese che vai, usanze che trovi” recita il proverbio, e gli Iatmul così celebrano la prima azione di un certo rilievo compiuta da un loro giovane.

Nessuno augura a Federico Chiesa lo stesso trattamento, sia chiaro, e siamo sicuri che non rischi nulla nella austera Torino, città poco avvezza alle manifestazioni sguaiate in genere, ma l’esempio fornitoci dagli Iatmul ci è utile a ben figurare quanto potrebbe essere importante per il nostro calcio la prestazione del giovane Federico contro il Milan, arrivata nella notte del 6 gennaio (un’epifania, in effetti). È stato un altro antropologo, il francese Van Gennep, a utilizzare per la prima volta l’espressione “rito di passaggio” per descrivere la “messa in scena” collettiva che segna la transizione di un individuo da uno status all’altro. Senza scomodare gli Iatmul sappiamo benissimo che anche la nostra cultura è basata su tali riti, e se gli antichi romani aspettavano il sedicesimo anno di età per togliere la “bulla”, ovvero un amuleto sferico, dal collo dei loro giovani, oggi si diviene adulti quando si ottiene una tessera elettorale o si supera l’esame di maturità. Tempo addietro (poco tempo addietro a dire il vero), si diveniva uomini quando ci si fidanzava e ci si sposava, previa richiesta della “mano” dell’amata a suo padre. Ma si sa, i riti cambiano o addirittura scompaiono. Proprio alla sparizione dei riti di passaggio Gustavo Pietropolli Charmet e Marco Aime hanno dedicato un interessante saggio pubblicato da Einaudi nel 2014, dal titolo La fatica di diventare grandi, nel quale sostanzialmente si chiedono se abbia ancora senso parlare dei riti di passaggio summenzionati quando nella nostra società alla crescita biologica dell’individuo non corrisponde quasi mai una vita realmente adulta. Insomma non è che dopo l’esame di maturità i nostri giovani diventino di colpo uomini, soprattutto se dopo aver superato la prova scolastica l’indipendenza economica resta a lungo un miraggio, da inseguire anno dopo anno tra esami universitari e stage sottopagati.

Il calcio in questo senso rappresenta un unicum nella nostra società: i giovani calciatori, qualora riescano ad emergere ad alti livelli, ottengono rapidamente stipendi che il resto dei loro coetanei può solo immaginare e si ritrovano a svolgere un’anacronistica vita da adulti benestanti o decisamente ricchi a volte addirittura prima dei vent’anni. È il caso di Federico Chiesa, che esordì appena diciottenne in un Fiorentina-Juventus del lontano agosto 2016, strabiliando l’Italia intera per la prontezza e il talento dimostrati in quella che a Firenze è La partita. Più di quattro anni dopo, proprio con la maglia degli avversari di sempre, il giovane attaccante esterno sembra aver rivelato definitivamente la sua “pasta”, con una doppietta nel già citato big match milanese nel quale si è sostituito, sia per marcature che per “peso specifico” nella gara, ad un impalpabile Cristiano Ronaldo. Ha macinato chilometri e avversari sull’out di destra, dando prova della diversa fattura delle sue estremità inferiori, in realtà piccoli tronchi di quercia. Ha lottato, servito ottime palle al centro e colpito anche un legno con una girata da centravanti prima di prendersi la scena con due irresistibili colpi da biliardo, uno col destro e uno col sinistro, che hanno aggirato il portierone Donnarumma. Infine, pagando l’eccessiva generosità di sforzi, si è procurato un lieve infortunio all’anca che lo ha costretto all’uscita.

Quando si parla del giovane Federico, da sempre, si parla di un predestinato. Non solo per la vistosa somiglianza tecnico-fisica con il padre Enrico (due Coppe Italia e una Coppa Uefa nel palmarès, 138 reti in 380 apparizioni in Serie A), ma anche per la freschezza e naturalezza del suo stare in campo, la scarica elettrica che sembra attraversarlo ogni volta che indossa gli scarpini. Dopo qualche anno non pienamente convincente a Firenze ora la sua prestazione contro il Milan ha assunto le sembianze di una agognata conferma, e la sensazione diffusa è che metaforicamente parlando Federico abbia sfondato a spallate un muro. Ma di quale muro stiamo parlando?

Gli highlights di Milan-Juventus 1-3

Il calcio professionistico gli è spettato, si può dire, di diritto – quel tipo di diritto che si accompagna a una specifica natura – già a soli diciott’anni: Federico Chiesa è già da tempo un “adulto”, nel senso non-calcistico del termine. Il problema è che nel mondo del calcio, mondo nel mondo tra i vari mondi possibili, essere “adulti” non significa fondamentalmente nulla. C’è una divisione più sottile che distingue le fatture dei vari calciatori, sebbene al primo sguardo potrebbe sembrare più grossolana, ed è quella tra “grandi” e “piccoli”. Una divisione che dell’età biologica non sa che farsene e nemmeno rimanda alla storiella delle bizze tra pesci. Divenire “grandi” nel calcio è piuttosto simile a quanto accade nel mondo dell’arte e della scienza, un “grande calciatore” nel suo ambiente gode della stima riservata ai grandi scienziati e ai grandi artisti, talvolta perfino ai grandi condottieri delle epoche passate (chiedere a un romano chi è stato “il più grande” tra Francesco Totti e Giulio Cesare). Si diviene grandi, nel calcio, semplicemente quando si è fatto qualcosa di grande, a qualsiasi età. Ogni altra spiegazione sarebbe superflua. Ed essere dei “predestinati”, nel calcio, significa far intravedere con i propri gesti la possibilità di realizzare qualcosa di grande.

Oggi al di fuori del calcio, degli sport in genere, dell’arte e della scienza è difficile sentir parlare di un ragazzo italiano come di un “predestinato”. Si può essere predestinati a divenire degli ottimi cassieri? Degli affidabili fattorini? Dei formidabili impiegati? Potremmo considerare i calciatori come tra i pochi ragazzi della nostra epoca che in questa società hanno ancora la possibilità di “autorealizzarsi”, che se non fosse un’espressione ammantata della peggior retorica da centro di orientamento scolastico significherebbe, fondamentalmente, compiere il proprio destino.

La fatica di diventare grandi nel mondo di tutti i giorni sembra assai diversa dalla fatica di diventare grandi nel calcio. Eppure i nostri giovani pendono dalle labbra dei loro coetanei calciatori, li idolatrano, “perdonandogli” i guadagni milionari e la vita infinitamente più piena. Eppure gli Iatmul, tra i quali il calcio non esiste, bloccano il villaggio intero e fanno tutto quel gran casino non appena uno dei loro giovani pesca per la prima volta un pesce, o impara a costruire qualcosa. Stai a vedere, insomma, che il mondo del calcio mantiene qualcosa di sfuggito al cosiddetto mondo vero.

Al giovane Chiesa auguriamo di diventare un grande, per l’appunto, proprio ora che di grandi anche nel mondo del calcio si sente incredibilmente la mancanza. Lo auguriamo proprio a lui che fino al 6 gennaio era reputato “troppo grande” per divenire un grande (a 23 anni Del Piero aveva già vinto una Champions League e tre campionati, si mormora). Sempre ricordandogli che perfino tra gli Itamul, dopo il rito e le fanfare della festa, si resta soli, aspettando con nuovi strumenti e nuove certezze di superare la prossima prova.