Che cosa è successo ad Aurelio De Laurentiis? Che fine ha fatto il maverick del calcio italiano? Domande legittime considerata l'assenza mediatica di un presidente che di certo non brilla per la morigeratezza dei suoi modi, né per la capacità di passare inosservato. Eppure da tempo è caduto in una sorta di letargo. Condizione impensabile per un personaggio che, comunque la si pensi, con i suoi comportamenti originali ha movimentato la scena del calcio italiano. Di lui, ultimamente, si hanno poche notizie. Quel che più gli interessa nel calcio è la partita dei diritti tv, in special modo l'ipotesi del canale tematico della Lega. Politicamente si sta battendo per evitare quella che, a determinate condizioni, considera una svendita del calcio italiano ai fondi di invstimento. È sempre al passo coi tempi, anche qualche metro più avanti. Pure nel settore in cui è cresciuto: il cinema. È un divoratore di serie tv. Considera il film un prodotto ormai superato, lui produttore per dinastia. Si è sempre considerato un precursore. Persino nel calcio, settore in cui è sbarcato senza neppure conoscere le regole del gioco. Bisogna dargli atto che parlava con anni di anticipo dei temi che oggi sono di dominio pubblico: il timore per il distacco delle nuove generazioni che considerano lunghe e noiose le partite di novanta minuti e preferiscono di gran lunga la Playstation che sia il calcio e Fortnite.

Aurelio De Laurentiis sta vivendo una fase che genericamente potremmo definire di stanchezza. Addirittura di noia: termine che per lui è l'incarnazione del diavolo. È come se qualcosa lo avesse anestetizzato. Forse le ultime vicende del Napoli gli hanno sottratto quel guizzo che ha consentito di fare della sua creatura una delle squadre di vertice in Italia, solida sul campo e nei bilanci. Capace di diventare l'antagonista della Juventus dominante. L'unico club italiano che gioca in Europa da undici edizioni di fila. Eppure qualcosa non gira più.

Non può essere un caso che, negli ultimi tempi, De Laurentiis abbia fatto notizia soltanto per motivi extracalcistici: il contagio del virus che gli costò un processo mediatico, a lui che è un igienista e un salutista che rasenta la mania; e l'affaire Juve-Napoli-Asl con una lunga battaglia legale che lo ha visto vincere al Coni. È come se fosse alla ricerca di qualcosa in grado di scuoterlo, di regalagli nuovamente quelle sensazioni che lo facevano sentire vivo. Emozioni che il calcio giocato non gli offre più. Sia a Napoli sia a Bari.

De Laurentiis è il sole del proprio universo imprenditoriale. Le sue aziende sono fondate sul principio “one man band”. Nel calcio, solamente agli inizi si fece affiancare da un dirigente esperto come Pierpaolo Marino. Poi, ha sempre fatto da sé. E, checché ne dicano i suoi detrattori, che giustamente lamentano una inesistente organizzazione aziendale, il suo Napoli è costantemente cresciuto. Tra i presidenti del calcio italiano, tra quelli che non hanno venduto a multinazionali – Lotito, Cairo, l'eccellente Percassi, da poco Commisso – è certamente quello che ha spiccato il volo più alto. E lo ha fatto sempre consentendo che al suo fianco potesse brillare una stella per volta: gli allenatori nel calcio, i primattori nel cinema. È lo schema aureliano classico.

Uno schema che però si è inceppato. Eppure era uscito nel miglior modo possibile dalla trappola più insidiosa che potesse capitargli: l'addio al Sarrismo, che a Napoli è stata una forma di religione. Ecco, quella si era rivelata una tipica situazione stimolante per De Laurentiis. E infatti non si era tirato indietro. Non aveva resistito al colpo da cinema, probabilmente non adeguatamente meditato: Carlo Ancelotti. L'unico in grado di non farsi schiacciare dalla pesante eredità sarrita. Il leader calmo. Da non confondere con debole. E Ancelotti, senza mai alzare i toni, aveva presentato a De Laurentiis la sua ricetta per il Napoli: rompere con il passato, evitare quella che possiamo definire la nostalgia morattiana. All'Inter si ammalarono dopo il triplete; a Napoli dopo i mitologici 91 punti della stagione 2017/18.

Ancelotti avrebbe voluto rivoltare la squadra. Tagliare rami (il sì ad Hamsik in Cina). Vendere giocatori considerati simbolo (sicuramente Insigne, col tempo anche Mertens). Incassare plusvalenze nel caso il mercato bussasse con offerte impossibili da rifiutare (Allan al Psg per 60 milioni più 20 di sponsor). Portare aria nuova nello spogliatoio (Fabián Ruiz, Meret, Lozano, Manolas). Uscire dal porto sicuro delle certezze sarrite, evitando che invecchiassero insieme al resto, e navigare in mare aperto. Con i rischi del caso, certo, ma anche con alla guida uno skipper d'eccezione. Paura di volare, avrebbe detto Erica Jong. È qui che si è consumata la frattura tra i due. Una frattura progettuale, accelerata dal casus belli dell'ammutinamento.

È come se in quel momento De Laurentiis avesse smarrito il tocco magico. Neanche l'idea, Ibrahimovic – molto concreta – ha riacceso la lampada. Eppure si era divertito molto nelle telefonate in viva voce con Zlatan, Ancelotti e Mino Raiola. Quando è arrivato il momento di decidere, il presidente non se l'è sentita. Ha preferito ascoltare i suoi fedeli consiglieri, puntare ancora una volta sul gruppo storico e virare sul presunto ritorno del 4-3-3 con Gattuso. Di fronte a un salto nel vuoto, De Laurentiis si è ritrovato nostalgico del Sarrismo. Chissà, forse anche un po' invecchiato. Certamente meno coraggioso. E ha detto addio al progetto Ancelotti. È paradossale che l'imprenditore accusato da tanti suoi tifosi di badare esclusivamente al bilancio, ha rotto con l'unico allenatore che mai avrebbe posto veti a cessioni vantaggiose per il club.

Aurelio De Laurentiis è diventato proprietario e presidente del Napoli nel 2004; da allora, la squadra azzurra ha vinto per tre volte la Coppa Italia (2012, 2014 e 2020), la Supercoppa Italiana del 2014 ed è arrivata per quattro volte seconda in campionato, nel 2013, 2016, 2018 e 2019; in Europa, gli azzurri hanno disputato per tre volte gli ottavi di finale di Champions League (2011/12, 2016/17 e 2019/20) e nel 2014/15 sono stati eliminati in semifinale di Europa League (Marco Luzzani/Getty Images)

È come se De Laurentiis si fosse scoperto più fragile e conservatore di quel che immaginasse. Proprio lui che ha sempre lanciato strali contro le mummie della nomenclatura calcistica. Sta di fatto che da quel momento, complice anche la forte delusione dell'ammutinamento, Aurelio si è eclissato. Forse troppo. Non ha quasi mai più parlato di calcio giocato. Ha affidato il Napoli a Giuntoli e a Gattuso. Ha consegnato loro le chiavi. E lo ha fatto senza peraltro boicottare il progetto. Non ha chiuso i cordoni della borsa. Anzi. Ha speso, e pure tanto. Male, ma ha speso: 20 milioni per Lobotka; 25 per Politano; 16 per Petagna; 14 per Rrahmani; 10 per Demme. Più l'operazione Osimhen, dai contorni oscuri, ma che comunque non è costata meno di cinquanta milioni. E il rinnovo al trentatreenne Mertens. Ha osservato in silenzio la svalutazione del patrimonio Meret; si è rinfrancato di fronte alla rinascita di Lozano troppo precipitosamente bollato come un pacco. Meglio non immaginare cosa sarebbe stato del Napoli di questa stagione se non ci fosse stato il messicano.

Il presidente ha osservato da lontano quali risultati riuscisse a raggiungere quella che, quasi all'unanimità, nel precampionato è stata definita una delle rose più profonde della Serie A. Probabilmente seconda soltanto alla Juventus. Non può essere un caso che i suoi progetti – il Napoli e il Bari –, entrambi affidati alla supervisione di Giuntoli, soffrano degli stessi mali. Come se fosse venuta a mancare quell'energia vitale che ha contraddistinto la vita calcistica di De Laurentiis. Ha smarrito il guizzo. Impensabile per un vulcanico come lui. Una personalità che si autoalimenta con i conflitti. Che dalle difficoltà e dagli scontri trae l'energia per idee nuove e spiazzanti. Quando De Laurentiis è calmo, vuol dire che qualcosa non gira per il verso giusto. Quel che in genere gli osservatori giudicano sopra le righe, è in realtà il suo modo di stare al mondo. Di sentirsi ed essere vivo.

Lui ragiona da produttore cinematografico. Pensa in termini di locandina. Di sogno. E adesso gli manca il divo. Ci ha provato con Gattuso. Ha coniato Ringhio Starr. Ha messo in vetrina il ritorno del Sarrismo. Ce l'ha messa tutta. Ma la scintilla tra i due non è mai realmente scoccata. Nonostante la vittoria della Coppa Italia e la stima per il lavoratore Gattuso. Adesso il presidente è come quei vulcani che sonnecchiano da troppo tempo. In attesa della prossima eruzione. Che certamente a tanti risulterà sgradita, eccessiva. Ma almeno certificherà il ritorno sulla scena di Aurelio De Laurentiis, un uomo che si fa fatica a considerare invisibile.