Da qualche anno, per colpa di Federico e del suo bistrot nel centro di Cagliari – in centro ma non troppo – ho iniziato a bere vini naturali. Non capisco niente di vini ma mi capita sempre, fuori da questa bolla, di rimanere perplesso quando assaggio un vino commerciale trattato in maniera industriale. Non so dire esattamente cos’è che non mi piace, e del resto non ho idea di cosa sia realmente un vino naturale, è solo che sono abituato a bere cose buone con incoscienza.

Quindi è chiaro che se Nicolò Barella fosse un vino non saprei dire che vino sarebbe. Dovrei scomodare Gianni Mura, e ahimè non si può più. Ma è proprio questo il punto: Barella è quel tipo di giocatore che colpisce anche chi non sa niente di calcio, chi non è abituato a guardare le partite eppure rimane sbalordito da quel suo talento inesauribile, da quel suo essere in ogni zona del campo per tutti i 95 minuti di una partita di pallone. Di esserci e di essere capace di incidere. È, la sua, una qualità di quantità.

Per questo verrebbe da alzare il tiro. Il giocatore dell’Inter è definito da tutti il miglior centrocampista italiano. Ma potremmo persino dire che Barella è attualmente il miglior calciatore italiano, se non per valore assoluto quantomeno per continuità di rendimento. In un contesto in cui il nostro calcio sembra essere di nuovo in grande crescita, aspettando il rientro di Zaniolo gli si possono accostare davvero pochi elementi. Magari Donnarumma, che si distingue per età, leadership e presenze nella massima serie. Forse Chiesa, che però è un talento ancora in divenire e non sembra aver concluso il suo percorso di fermentazione. Oppure Immobile, che è invece nel pieno della maturità e dimostra da anni una capacità realizzativa mostruosa, e che però lontano dalla Lazio sembra smarrirsi. Ma Barella è un giovane talento che ha non meno carisma o esperienza di Donnarumma; che rispetto a Chiesa si è rivelato un calciatore già risolto, un ventiquattrenne con le idee e le ambizioni perfettamente chiare, e che rispetto a Immobile è capace di lasciare il segno anche in Nazionale.

Per trovare un talento così puro bisogna probabilmente tornare indietro alla belle époque della Generazione ’70, quella che ha chiuso in gloria con il Mondiale del 2006. Quella di Totti e Del Piero, Pirlo e Gattuso, Cannavaro e Nesta. Il miglior uvaggio degli ultimi quarant’anni, i nostri vitigni più puri. Mettiamoci anche un fuoriquota come Daniele De Rossi, un classe ’83 che ha fatto in tempo a sedere accanto ai giganti, anche lui sbocciato presto, anche lui campione del mondo insieme ai ‘70. Per temperamento e precocità, qualità e carisma e duttilità nel mezzo del campo, è probabilmente lui l’ultimo prototipo di Nicolò Barella, che rispetto a De Rossi sembra persino più universale come centrocampista.

Per chi lo ha visto sbocciare la sua evoluzione non è in nessun modo una sorpresa. Nicolò, sin da bambino, era circondato dall’aura del predestinato. Gli snodi della sua carriera sono segnati dal pantheon del calcio sardo: Gigi Riva e Gianfranco Matteoli, Gianfranco Zola e Daniele Conti. Barella è cresciuto nella scuola calcio che porta il nome del Mito, è arrivato nelle giovanili del Cagliari grazie a Matteoli, ha esordito in serie A con Zola in panchina, è cresciuto sotto l’ala di Conti (da qui l’abbonamento ai cartellini gialli). Nel giro di un niente si è preso le chiavi della squadra. L’apprendistato con Rastelli, l’esplosione con Maran: ovunque lo schierasse era capace di spostare gli equilibri.

Barella ha giocato per quattro stagioni e mezzo nel Cagliari, tra il 2014 e il 2019: in totale, ha disputato 112 partite e ha segnato sette gol (Gabriele Maltinti/Getty Images)

Il Cagliari 2017/2018 si ritrova invischiato in una lotta durissima per non retrocedere. Su una rosa già modesta si abbattono l’infortunio di Cigarini (frattura alla tibia) e la sospensione per doping di Joao Pedro (verrà assolto ma resterà indisponibile per sei mesi). Barella ha 22 anni e Maran gli affida con leggerezza i compiti più gravosi. In regia al posto del Ciga, sulla trequarti al posto di Joao. Non è raro vedergli al braccio la fascia da capitano. A un certo punto, quando i big cominciano a sbagliare troppo spesso, diventa persino rigorista.

Antonio Conte, esattamente come Maran, ha spostato Barella nelle zone di campo in cui l’Inter andava in affanno. Davanti alla difesa quando è mancato Brozovic, dietro le punte quando è stato accantonato Eriksen e gli esterni faticavano a sostenere la manovra offensiva. Non solo Barella si è adattato in fretta a un calcio di alta classifica, ma ha finito per essere l’uomo chiave della squadra che corre per lo scudetto. Giocare in mezzo ai campioni ne ha esaltato le caratteristiche, affinato la qualità. Il calciatore cagliaritano è adesso più disinvolto nel mandare in porta i compagni (l’assist per Lautaro contro il Real è una delle cose più belle viste quest’anno in un campo da calcio), più sicuro di sé nel battere a rete (gol belli e pesanti che cominciano ad arrivare con una certa frequenza).

Francesco Rocca, ex ct degli azzurri Under 18, disse che Barella era come una bottiglia di champagne appena stappata. Magari è proprio così, chissà. Magari faccio un salto da Federico e lo costringo a guardarsi una partita, lui che sa tutto di vino ma non distingue un calcio di rigore da un fallo laterale. Magari finisce che è d’accordo.