Il 2-1 con cui il Manchester City ha battuto il West Ham nel lunch match di sabato 27 febbraio sembra non avere niente di speciale. È la vittoria di misura di una squadra più forte, in ottima forma, su una più debole. Invece dall’Ethiad sono emersi alcuni segnali e dettagli significativi, particolarmente promettenti per i Citizens, quasi inquietanti per il resto della Premier League e delle grandi d’Europa: intanto, il City ha vinto schierando sette giocatori diversi rispetto a quelli che tre giorni prima avevano vinto contro il Borussia Mönchengladbach in Champions League, – fuori sono rimasti elementi chiave come João Cancelo, Rodri, Sterling, Bernardo Silva. Ma soprattutto ha vinto come se fosse la cosa più naturale del mondo, just another day at the office, senza mai accelerare più di tanto, controllando il ritmo della gara a suo piacimento. È bastato questo, alla squadra di Guardiola, per avere la meglio sulla quarta forza della Premier League.

Con quella di sabato, il Manchester City ha messo insieme 20 vittorie consecutive tra tutte le competizioni dal 19 dicembre a oggi. Se si allarga il conteggio, si arriva a 27 partite di fila senza sconfitte – l’ultima gara perduta risale addirittura a novembre. Guardando alle varie competizioni, oggi il City ha dodici punti di vantaggio sulla seconda in classifica in Premier League, è già qualificata ai quarti di finale di FA Cup, è in finale di Carabao Cup ed è virtualmente ai quarti di Champions League dopo lo 0-2 in Germania. Insomma, dati alla mano questa potrebbe essere la stagione più vincente di Guardiola da quando è in Inghilterra. Solo che qualche mese fa non c’era niente di tutto questo, e arrivare a marzo con questi presupposti era uno scenario altamente improbabile, se non impossibile: il City, infatti, sembrava vulnerabile tatticamente ed emotivamente, dava l'impressione di essere un gruppo fiaccato da anni di guardiolismo esasperato ed esasperante. Invece lo stesso Guardiola ha ridisegnato ancora una volta la sua squadra, l’ha reinventata, rendendola praticamente imbattibile. Di nuovo.

Dopo la vittoria in Champions contro il Borussia Mönchengladbach, un giornalista ha chiesto all’allenatore spagnolo un commento sul momento del City. Lui ha dato la solita risposta alla Guardiola, ha detto che «è merito delle enormi risorse a disposizione della società, che può acquistare chiunque anche nell’anno della pandemia». È una lettura semplicistica della storia, una visione volutamente banale. Perché in realtà il Manchester City è cambiato molto, sul campo e nella testa, nella consapevolezza dei suoi giocatori e del suo allenatore, che in questo momento sembra avere sempre tutto sotto controllo: il City ha di nuovo quell’aura di invincibilità che ha avuto in alcuni momenti delle ultime stagioni, soprattutto nell’anno dei 100 punti, ma ora sembra ancora più dominante.

Guardiola si sta dimostrando l’allenatore che più di tutti ha capito come andava gestita la stagione 2020/21, dopo un’estate piena di impegni, un precampionato inesistente, con un calendario che è il primo avversario di ogni squadra, allenatore, giocatore. Si notano soprattutto due cose: la prima è un atteggiamento in campo più conservativo, votato al controllo. La partita della svolta è probabilmente l’ultima sconfitta patita del City, quella contro il Tottenham del 21 novembre 2020, in cui ha subito due gol in transizione praticamente in fotocopia. Da quel momento il City ha scelto un atteggiamento più prudente sia con il pallone tra i piedi – abbracciando una manovra anche più prevedibile ma meno sbilanciata, più avvolgente ma meno pericolosa – sia in fase di non possesso. Quest'ultima è stata la trasformazione vera: ora le fasi di pressing sfrenato a tutto campo si sono ridotte, sono diventate piccoli momenti di grande pressione all’interno della partita; è una soluzione pensata e attuata anche per conservare le energie, per risparmiare uno scatto, tutte cose che in una stagione come questa possono diventare scelte molto lungimiranti. I risultati sono nei numeri, certificazioni di assoluta solidità difensiva: sono solo sette i gol subiti in questa striscia di 20 vittorie, con una media di 0,5 grandi occasioni concesse per match.

La seconda rivoluzione parte da una fluidità più accentuata del solito, non solo nei movimenti dei giocatori, ma anche nella divisione di compiti e funzioni degli uomini in campo. Non è solo un discorso tattico: si parte infatti da una gestione diversa di uomini, moduli e attribuzioni, quindi in qualche modo anche dal rapporto umano costruito da Guardiola con i suoi giocatori in questi anni. Nel corso della sua carriera, l’allenatore catalano ha sempre chiesto ai suoi uomini uno sforzo enorme in termini di comprensione del gioco e di capacità di lettura, spostando di settimana in settimana compiti e funzioni da un elemento della rosa all’altro. È anche per questo che non è riuscito a costruire legami con quei giocatori che non avevano la sua stessa visione del calcio. Quest’anno, però, i suoi uomini sembrano essere ancora più pronti sotto questo aspetto, e ciò rende il City una squadra-di-Guardiola in senso assoluto: creazione, regia, rifinitura, conclusione, ogni fase dell’azione può sempre essere svolta da cinque o sei giocatori tra quelli che vanno in campo dall'inizio o subentrano dalla panchina, indipendentemente dalla posizione che occupano. João Cancelo è il simbolo più rappresentativo di questa evoluzione: è diventato un giocatore totale, muovendosi da falso terzino, entrando nel campo e lavorando da mezzala o da mediano all’occorrenza. Ma il portoghese non è il solo: la stagione di Gundogan, il miglior marcatore della rosa insieme a Sterling con 13 gol, è altrettanto sorprendente; anche Foden, cresciuto come centrocampista palleggiatore/rifinitore, sta brillando da falso centravanti o da esterno d’attacco. In questo momento il sistema del City esalta ogni singolo componente di una rosa lunghissima, in modi che fino a qualche mese fa non sembravano nemmeno pensabili.

L'arrivo di Ruben Dias è stato fondamentale per il City: l'ex difensore del Benfica è il giocatore di movimento più utilizzato da Guardiola in questa stagione, con 2747 minuti di gioco accumulati in 34 partite di tutte le competizioni (Adrian Dennis/POOL/AFP via Getty Images)

Questi accorgimenti non hanno portato miglioramenti solo da un punto di vista tattico, ma hanno rafforzato la consapevolezza di un gruppo che partita dopo partita ha saputo trovare risposte efficaci e vincenti a ogni tipo di problema posto dall’avversario o dal contesto, compresi gli infortuni – un fattore limitante per qualunque squadra, quest’anno. Anche i problemi fisici che hanno tenuto fuori per diverse giornate Kevin De Bruyne sono stati assorbiti senza nessun problema, come se KDB non fosse uno dei migliori giocatori della Premier League, se non il migliore in assoluto, e uno dei migliori al mondo. Questa è forse la rappresentazione migliore dell’impatto di Guardiola sulla sua squadra: oggi il suo sistema sembra essere capace di andare oltre i singoli, nessuno è indispensabile ma tutti – in base alle loro qualità – possono aggiungere un tassello al mosaico.

È un metodo che si è rivelato perfetto per assecondare il modello politico del suo club: negli ultimi anni, il Manchester City ha perso alcuni giocatori fondamentali – in campo e nello spogliatoio – come Vincent Kompany o David Silva, eppure le loro transizioni in uscita sono state delle dissolvenze molto sfumate e indolori, insomma non sono mai state un problema. Sta succedendo lo stesso con Agüero e Fernandinho, due totem del club: chi li sta rimpiazzando– da Gabriel Jesus a Ferrán Torres, da Rodri a Foden – è già lì, perfettamente inserito nelle rotazioni, parte del sistema. Si tratta di un sistema spietato, che non guarda in faccia al censo, alla forza, forse neanche ai sentimenti dei giocatori. Tutti sono sempre sotto esame, tutti devono dare e mostrare il meglio di sé agli occhi esigenti di Guardiola. Non a caso, pochi giorni fa Nicolás Otamendi ha detto che «Pep ti dà gli strumenti per imparare, poi sta a te evolverti»; quasi contestualmente, il terzino del Lipsia Angeliño – solo sei partite nel City nella stagione 2019/20 prima della cessione in Germania – ha raccontato che «Guardiola mi ha ucciso: sono stato giudicato per il precampionato, due partite, e poi non ho avuto la mia possibilità. Ho imparato molto da Pep, mi ha migliorato come giocatore in campo e devo essergli grato per quell'esperienza. Ma al tempo stesso non mi ha mai dato fiducia».

Questo metodo di selezione naturale, così crudele, così esclusivo, è l'origine della forza del Manchester City 2020/21. Ovvero, la squadra con la miglior percezione di sé, quella più consapevole dei propri mezzi, dei suoi limiti e della sua condizione di super team. È difficile capire quanto si tratti di hard power – ovvero di calciomercato, potenza economica, programmazione – e quanto invece sia frutto di soft power, quanto sia una conseguenza delle relazioni umane costruite da Guardiola, della sua capacità di entrare sottopelle ai giocatori che sente suoi, e che porta ai massimi livelli. Probabilmente ci sono entrambe le cose, forse in egual misura. È così che ora, all'alba della primavera, a pochi passi dalla fine della stagione più complessa, Pep sembra avere in mano la squadra più forte di tutte, in Inghilterra e in Europa.