Max Verstappen vive nella contraddizione, vive di contraddizioni. A 17 anni e 166 giorni si ritrovò alla guida di una monoposto della Toro Rosso, la scuderia satellite/vivaio della Red Bull, al 12esimo posto nella griglia di partenza del Gran Premio d'Australia. Senza neanche un giro di gara in curriculum, il suo nome è già scritto nel libro dei record dei motorsport: nel 2014, a Suzuka, Helmut Marko – gran visir di Dietrich Mateschitz, patron della Red Bull, per quanto riguarda il mondo delle macchine – gli suggerisce di approfittare dell'occasione e di cominciare a impratichirsi con le macchine più grosse, più veloci. Verstappen coglie al volo l'opportunità, approfitta della gentilezza di Jean-Éric Vergne, si accontenta di un free test perché tanto lo sa che il futuro è scritto: diventa così il più giovane pilota ad aver mai partecipato a un weekend di Formula 1. Quel che verrà lo sa anche Vergne, pilota veloce ma non abbastanza per sopravvivere allo spietato metodo-Marko: tre anni in Toro Rosso sono un tempo sufficiente per dimostrare di meritare il level up in Red Bull, chi ce la fa va avanti, chi non ce la fa va altrove. Centosessantatre giorni dopo quel Gran Premio del Giappone, Verstappen è in Toro Rosso assieme a Carlos Sainz Jr. Vergne va prima a fare il collaudatore per la Ferrari, e poi se ne va in Formula E. Da Vergne (e da Marko) Verstappen impara la sua prima lezione, una lezione indispensabile alla sopravvivenza in Formula 1: non c'è tempo, nemmeno se hai 17 anni e 166 giorni, nemmeno se sei il più giovane pilota ad aver mai partecipato a una gara di F1, il più giovane a essere andato a punti, il più giovane ad averne vinta una, il più giovane ad aver fatto un sacco di cose, com'è però inevitabile succeda quando parti in anticipo nel tempo. E con il vantaggio del talento.

Verstappen vive di contraddizioni, si diceva. Gareggia in Formula 1 già da sei mesi quando lo Stato olandese lo ritiene adulto abbastanza da guidare un'automobile: prende la patente che gli permette di circolare su strade urbane, extraurbane e autostrade dopo aver già ottenuto la superlicenza necessaria per sfrecciare oltre i 300 km/h sui circuiti più veloci del mondo. È l'ultimo della sua specie: dopo di lui la FIA ha cambiato il regolamento, ora soltanto i maggiorenni possono mettersi al volante di una macchina da F1.

Verstappen sa che in Formula 1 non c'è tempo. Lo ha capito una volta in quel fine settimana giapponese, lo ha capito un'altra volta alla fine del suo primo anno in Toro Rosso. Helmut Marko non aveva nessuna voglia di vedere il suo pupillo tentato da cavallini rampanti e da frecce d'argento: non c'era tempo da perdere in trattative per il rinnovo e adeguamento del contratto, quindi Verstappen passò alla Red Bull trascorso poco più di un anno dal suo esordio nella massima serie automobilistica. Che Verstappen fosse guardato con un occhio di riguardo nel microcosmo Red Bull/Toro Rosso non era mistero per nessuno, ed è un fatto ancora oggi: finché è stato suo compagno di squadra, Carlos Sainz Jr. non perdeva mai l'occasione di sottolineare il diverso trattamento riservato a lui – figlio d'arte sì, ma eroe meritocratico pure –, lui che era stato costretto da Marko a vincere il campionato di Formula 3.5 prima di poter anche solo pensare alla Formula 1.

Il motivo per il quale a Verstappen siano dedicate tutte queste attenzioni, perché gli sia concesso tutto questo credito, è il nucleo più segreto del fascino del personaggio e del mito che si sta cercando di costruirgli attorno. C'è chi dice che il figlio stia spendendo tutta la credibilità lasciatagli in eredità dal padre Jos, uno con tante gare terminate in pista quante conoscenze utili nel paddock, uno con la faccia necessaria a trattare i team manager durante le trattative come i maestri nel mezzo di un colloquio scolastico: a mio figlio non dovete mai chiedere di far passare nessuno, niente ordini di scuderia per il mio ragazzo.

C'è chi dice che lo sport noioso per eccellenza, emozionante solo per i cultori, sia alla disperata ricerca di una superstar da contrapporre a Lewis Hamilton. Gli sport, d'altronde, vivono di rivalità e di saghe; e inoltre bisogna essere in due perché possa esserci un sorpasso. Se il cultore gode al tocco gelido della telemetria, dell'on board, delle temperature, lo spettatore occasionale si accende seguendo il duello, si eccita davanti all'approssimarsi del limiti, si emoziona al manifestarsi del pericolo. C'è chi dice che Verstappen sia un pilota pericoloso e proprio per questo venga non solo tollerato ma anche esaltato: il ragazzo sarebbe il mezzo per raggiungere un fine, il ritorno al machismo del tamponamento per un mondo ormai considerato provincia del nerdismo ingegneristico. Che Verstappen si sia guadagnato a suon di errori il soprannome “Versbatten”, che abbia rifiutato ordini di scuderia che gli intimavano di lasciar passare e ne abbia pretesi altri che gli permettessero di superare, che sia costato punti a sé, ai suoi compagni e alle sue scuderie pare sia tutto marginale, anzi funzionale, nel progetto di costruzione del supervillain indispensabile nella saga ormai supereroistica di Hamilton. «È veloce ma commette troppi errori. Un altro pilota sarebbe già stato spedito a casa. Ma è amato dalla Red Bull, è amato dal pubblico, è amato da tutti. Se imparerà dai suoi errori allora potrà diventare un campione, ma se deve andare oltre i limiti per essere veloce significa che non è abbastanza veloce», disse di lui Jacques Villeneuve, capo del partito degli scettici.

Max Verstappen è nato a Hasselt, in Belgio, il 30 settembre 1997; dopo l'esordio nel 2014, ha ottenuto i primi punti in F1 nel GP della Malesia nel 2015; la prima vittoria risale invece al Gran Premio di Spagna, nella stagione successiva (Mark Thompson/Getty Images)

Come per tutti i predestinati, la differenza tra Verstappen e gli altri sta nell'indifferenza che riserva al contesto. Non si è mai nemmeno sforzato di negare l'importanza della dinastia nella sua vita: che altro avrei dovuto fare, ha detto spesso, con un padre ex-pilota di Formula 1 e una madre ex-campionessa dei kart? A quattro anni i genitori già lo avevano sistemato al volante, a sette anni passava le giornate con il padre a discutere di gare e a gingillare con i motori, da ragazzino ascoltava la madre raccontare di quella volta che alla guida del suo kart aveva superato Jenson Button, Jarno Trulli e Giancarlo Fisichella. La carriera non è mai stata una scelta. La carriera non è mai stata una carriera, in realtà: eredità o vocazione, la macchina e la pista erano scritte nel corredo cromosomico. La scelta pare si limiti a quale parte del patrimonio genetico accedere, in quale situazione, per quale ragione: pare che il tratto fumantino del carattere di Max venga da Jos, e per calmarsi faccia affidamento sulla parte riflessiva passatagli da mamma Sophie. Quale delle due guide spirituali abbia fin qui avuto la meglio nella guerra per l'anima di Max lo si può capire anche da certe scelte “burocratiche” fatte dal ragazzo: nato in Belgio, residente in Belgio fino al trasferimento nel principato di Monaco, vissuto in Belgio per buona parte della sua vita, ha scelto il passaporto e soprattutto la patente olandese. Papà è oranje, gli amici con cui passava il tempo libero in gioventù erano oranje, lui si sente oranje. È un olandese cresciuto in Belgio, un belga che ha scelto l'Olanda, un figlio di papà che però si sente core di mammà:  vive nella contraddizione, vive di contraddizioni, ancora una volta.

Dopo il GP del Bahrain, prima gara della stagione 2021 di Formula 1, Max Verstappen si è ritrovato nell'insolita posizione del beniamino. Tutti sognano di veder perdere Hamilton, tutti si accontenterebbero di vederlo vittorioso ma sudato, festante ma esausto. Tra qualifiche e gara, c'è stata solo la pole position ottenuta da Verstappen ad aprire un buchetto nel velo di noia che anche quest'anno si teme possa coprire la Formula 1: tutti gli altri sono sembrati ormai troppo vecchi (Vettel) o ancora troppo giovani (Leclerc). Verstappen è l'unico che sembra al punto giusto, al volante della macchina giusta, alla guida della squadra giusta. Probabilmente questa è la stagione in cui dovrà dimostrare di aver capito una volta per tutte che la vittoria è possibile solo entro i limiti, nella loro conoscenza e nel loro rispetto: gli eccessi sono il giocattolo dei bambini, la discrezione è lo strumento dell'adulto. Forse questa è la stagione in cui dovrà dimostrare di aver capito davvero quella lezione impartitagli a Suzuka, da Marko per mezzo di Vergne: non c'è più tempo, è arrivato il momento di vincere, e c'è l'occasione di farlo battendo il più grande di tutti i tempi.