Pirlo is not impressed, quanto è vero. «Agnelli a cena con Allegri? È normale, c’è amicizia». Nemmeno una volta, nel corso della stagione, l’allenatore della Juventus ha fatto trasparire qualche tipo di preoccupazione. Nemmeno alla vigilia di un match delicato come quello contro il Napoli, uno spareggio in piena regola per la Champions: vivere o morire, e non è un’esagerazione se pensiamo ai benefici economici derivanti da quella coppa. Alla fine ha avuto ragione lui: ha avuto la risposta della squadra («È con me, mi segue», ha continuato a rassicurare nell’ultimo mese di stenti) e si è preso una vittoria che risolleva la classifica. E pure il suo status.

Ma negli ultimi mesi – anzi, da quando è diventato l’allenatore della Juventus – il ritornello è stato sempre lo stesso: Pirlo merita quella panchina? Chiariamolo: non lo svela né la classifica, né una partita come quella, pur convincente, contro il Napoli. E né, di certo, le brutte prove contro il Benevento o il Torino. Pirlo lo stiamo ancora scoprendo, e per certi versi questo senso di scoperta vale pure per lui: che presa può avere sulla squadra, su certi giocatori, che influenza può avere sui più giovani, e ovviamente come far crescere l’identità e i risultati del gruppo.

Di una cosa Pirlo può essere certo: della fiducia della società. E questo è uno degli aspetti più importanti nella progettualità della Juventus. Un percorso che si era arenato, ha cambiato rotta, ha fatto dei passi indietro e poi ha ricominciato a camminare. L’esonero di Sarri è stato certamente affrettato – per non dire discutibile: del resto, la decisione è maturata nel giro di pochissime ore, se al suo posto è stato scelto quello stesso Pirlo che soltanto una settimana prima era stato presentato come allenatore della squadra Under 23. Adesso, la Juve difficilmente scaricherà un altro allenatore prima del tempo – a meno di clamorosi suicidi da qui a fine stagione.

E noi, cosa abbiamo capito di Pirlo? Da un lato c’è la volontà di creare qualcosa di ambizioso: il credito nei confronti di Pirlo non passa solo dai risultati, ma anche dalla fortuna di un progetto destinato a costruire un’identità di gioco divertente, coinvolgente, vincente. Mica facile: sotto questo punto di vista, il tecnico bianconero ha il daffare più delicato. D’altra parte c’è un aspetto che invece conforta e non poco il lavoro di Pirlo: pur essendo un novellino nella nuova veste di allenatore, ha già dimostrato di avere polso e leadership. Le qualità che gli venivano riconosciute da calciatore, e che sembrano emergere anche nella sua seconda vita in campo: non ha mai perso credibilità e autorevolezza, il terreno più scivoloso per un tecnico alle primissime armi.

I più critici potrebbero insinuare che Pirlo è stato l’allenatore che ha “interrotto” il dominio bianconero in Italia, dopo nove scudetti. Una lettura legittima ma parziale, visto che alla stessa Juventus era stato messo in preventivo un anno (se non due, chissà) di transizione: un periodo di rodaggio in cui mettere a punto nuovi meccanismi di gioco e permettere un ricambio generazionale. Prendendo a prestito una famosa espressione del club, nella Juve degli anni Venti vincere non è più l’unica cosa che conta.

Perlomeno, è stato certamente evidente dall’uscita nei quarti di Champions, nel 2019, contro l’Ajax: è stato il momento in cui Agnelli e i suoi più stretti collaboratori hanno capito che ci voleva qualcosa in più del solito canovaccio per tornare sul tetto d’Europa. E non solo: una squadra con un gioco accattivante, con un’identità tattica particolare e seducente è tanto più appetibile per sponsor e tifosi. Un discorso che non va sottovalutato, anzi è una delle priorità nella visione, moderna e certamente rivoluzionaria a queste latitudini, di Andrea Agnelli. Ed è anche il motivo per cui è stato scelto per la panchina Andrea Pirlo: famoso, ammirato, glamour.

È chiaro che non basta – o almeno, finora non è bastato – alla Juventus per tornare recitare un ruolo da protagonista, in Italia e soprattutto in Europa. Di certo, non in una stagione del genere, partita in fretta e furia, senza la possibilità di poter contare sul più classico dei precampionati, senza tempo per le sperimentazioni e con la necessità di far decollare da subito singoli e collettivo. A questo si aggiunga anche il fatto che la Juve, per tutto l’anno, ha avuto a che fare con numerose assenze, tra infortuni e giocatori positivi al virus. A vedere la prodezza di Dybala contro il Napoli, viene da pensare dove avrebbe potuto essere la Juve se avesse potuto contare a pieno regime sull’argentino. Come pure hanno pesato la disponibilità a intermittenza di Morata (con lui la Juve funziona decisamente di più: più che un vice-Ronaldo, servirebbe un vice-Morata) o la difficoltà di volta in volta di mettere in piedi un centrocampo all’altezza. Complicazioni che hanno sorpreso pure lo stesso Pirlo: «Non mi aspettavo un anno così difficile tra infortuni, partite, Covid».

Dobbiamo dunque sospendere il giudizio su Pirlo? Probabilmente sì. Alla fine il tecnico bianconero è rimasto schiacciato tra il peso di dover vincere e la necessità di mettere in pratica una nuova idea di calcio: a volte ha funzionato, altre no. Il limite finora, semmai, è stato quello di non derogare mai dal piano principale: anche se la Juve ha cambiato formazione iniziale di settimana in settimana (spesso per le numerose assenze, come detto), l’impianto di gioco è stato pressappoco lo stesso per tutta la stagione. Troppo spesso la Juve è risultata prevedibile, condizionata dal fare le cose in un certo modo anche se magari non poteva farle. E questo ha a che fare anche con alcune caratteristiche dei giocatori che mal si adattano al piano di Pirlo: per esempio, McKennie esterno o Kulusevski seconda punta non sono apparse soluzioni del tutto convincenti. Non è un caso che i migliori della Juve, quest’anno, siano stati i giocatori più duttili tatticamente, come Chiesa, Cuadrado o Danilo.

L’incombenza di vincere, ma anche farlo in un certo modo, ha pesato duramente anche sul piano mentale: le peggiori prove della Juventus sono arrivate contro avversari abbordabili. In A la Juventus ha buttato via punti contro squadre come Crotone, Benevento e Fiorentina, e in Champions l’obbligo di battere una “piccola” come il Porto ha partorito un doppio approccio (tra andata e ritorno) molle, intimorito, insufficiente. La Juve ha dato il meglio di sé nelle partite contro avversari più blasonati – la trasferta contro il Barcellona, la vittoria contro il Milan, l’incrocio con l’Inter in Coppa Italia, lo stesso primo tempo nell’ultimo match contro il Napoli.

Si può ripartire da qui? Sensazioni, più che certezze? Sì, a patto che dal prossimo anno la Juventus costruisca intorno a Pirlo una squadra e un contesto secondo le sue esigenze, e soprattutto secondo le esigenze del suo credo tattico. Solo il tempo potrà dire se questa scommessa sarà vinta oppure no.