Samuele Ricci, il centrocampista del futuro

Intervista al nuovo acquisto del Torino, vincitore del premio come "Miglior Giovane della Serie B" nell'ambito del Gran Galà del Calcio 2021.

Quando un giovane di talento appare nel firmamento calcistico, il suo nome inizia a rimbalzare dappertutto, un po’ come quelle palline magiche che si possono comprare nelle tabaccherie o nelle sale giochi, tutte stipate in distributori dai maniglioni cromati. Come per le palline magiche, ogni rimbalzo può essere un pericolo, può rompere qualcosa di prezioso: una notizia di mercato data troppo presto o in maniera errata potrebbe pregiudicare i rapporti con la società, con l’allenatore, con i tifos, l’eccessiva esposizione mediatica potrebbe aumentare la pressione e causare un rallentamento nel processo di sviluppo del giocatore, ma anche della persona. Nel caso di Samuele Ricci, si può dire che che tutte le trappole siano state evitate, che tutti i passaggi di questo delicato processo siano andati e stiano andando a buon fine: il centrocampista del Torino ha iniziato la carriera con l’etichetta di predestinato appiccicata addosso ma non ne ha accusato il peso, si è preso prima l’Empoli, poi la promozione in Serie A, poi una mezza stagione da titolare nel massimo campionato e ora si sta prendendo anche un ruolo da protagonista nella sua nuova squadra. Tutto questo, a 21 anni da compiere ad agosto 2022.

Nel mezzo, come se non bastasse, Samuele Ricci ha giocato con tutte le rappresentative giovanili italiane, dall’Under 17 fino all’Under 21, è stato convocato da Roberto Mancini per uno stage nella Nazionale senior e ha ricevuto il premio di Miglior giovane della Serie B 2020/21 nell’ambito del Gran Galà del Calcio AIC 2021, l’evento organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori che premia i migliori giocatori e allenatori e arbitri dell’ultima stagione, facendoli votare da una giuria di primo livello e dai loro stessi colleghi. Proprio la vittoria di questo premio ha un significato importante: di solito certi riconoscimenti vengono assegnati agli attaccanti, ai trequartisti, ai calciatori che con i loro gol e le loro invenzioni riempiono i tabellini, eppure i colleghi di Ricci e i tecnici della giuria hanno deciso di celebrare il talento e la grande stagione di un centrocampista completo, bravissimo in tutti gli aspetti del suo ruolo.

È proprio questo a rendere speciale Samuele Ricci: sa giocare come mediano e anche come mezzala, e non si tratta solo di ruoli, di posizioni in campo, piuttosto di attribuzioni, di atteggiamento. Di visione. Con l’Empoli, prima in Serie B e poi anche nella sua stagione da rookie in Serie A, Ricci ha dimostrato di saper gestire il pallone e i ritmi della sua squadra, ma anche di avere la capacità di accendere la manovra, di lanciarsi in avanti, di condurre il pallone velocemente verso l’area di rigore avversaria. È per questo che il Torino di Juric, una delle squadre più aggressive e verticali del campionato, ha deciso di acquistarlo. All’inizio sembrava un’operazione azzardata, visto che nell’Empoli di Andreazzoli Ricci aveva ricominciato a giocare davanti alla difesa, a organizzare e distribuire il possesso, a dettare i tempi. Solo che lo faceva a modo suo, un modo che aspira alla completezza. Anche questo è un atteggiamento, un modo di vedere il calcio. Ne ha parlato proprio lui in questa intervista.

Ⓤ: Come si vive e come si costruisce una carriera sapendo di essere considerato un talento in sboccio, un predestinato?

Per i giovani le prime partite sono sempre un po’ difficili: c’è pressione, si gioca contro giocatori che vedi più grandi e più forti di te. Io credo che l’errore da non commettere sia quello di sentirsi addosso troppe responsabilità: bisogna andare in campo e cercare di mostrare il meglio delle proprie qualità, senza strafare e senza inventarsi niente, ma anche senza paura di sbagliare. Fin dall’inizio ho avuto la fortuna di lavorare con allenatori che mi hanno buttato subito in campo, senza esitare. E di militare in una società che crede molto nei ragazzi giovani, che ti lascia sbagliare. Io ho imparato così tanto proprio perché ho sbagliato. E se sto continuando a imparare così tanto, è perché continuo a sbagliare.

Ⓤ: Quindi credi che le società abbiano un ruolo decisivo, nella crescita dei giovani. 

Certo, per me giocare nell’Empoli è stato fondamentale. Io credo che il problema del calcio italiano sia proprio la scarsa fiducia che abbiamo nei confronti dei giovani. È vero che il talento si costruisce e si alimenta in allenamento, che l’allenamento sia il momento più importante, ma poi è il campo a parlare davvero. E allora non bisogna avere paura di far giocare i ragazzi. In questo senso, i club possono essere e darti un supporto importante.

Ⓤ: È anche una questione di identità di gioco? 

Assolutamente sì. Nel mio percorso, mi sono sempre sentito valorizzato dal fatto che l’Empoli praticasse sempre un certo tipo di gioco, anche cambiando allenatore. Avere certi riferimenti ti aiuta durante le partite ma anche quando ti alleni: sei costantemente a contatto con i tuoi punti forti, ma riesci a individuare più facilmente anche le cose in cui devi migliorare, su cui devi lavorare di più.

Ⓤ: Sei stato nominato Miglior giovane della Serie B 2020/21 nell’ambito del Gran Galà del Calcio AIC. Cosa rappresenta per te questo premio? Come ci sei arrivato? 

Per me ricevere questo riconoscimento significa tanto, è un vero orgoglio. Significa che ho fatto un buon lavoro, che devo continuare così. E poi sono contento perché il premio è arrivato nonostante tanti cambiamenti: il primo anno con la prima squadra è stato un po’ complicato, mister Bucchi ha creduto in me e mi ha lanciato come mediano, ma poi la società ha deciso di cambiare allenatore, è arrivato Muzzi e poi Marino. Io non ho avuto problemi con nessuno, mi sono trovato benissimo dal punto di vista tecnico-tattico ma anche umano, solo che per l’Empoli è stata una stagione complicata. Quando è arrivato mister Dionisi sono stato spostato nel ruolo di mezzala, e abbiamo fatto un bellissimo campionato. In Serie A, con mister Andreazzoli, ho ricominciato a giocare davanti alla difesa.

Ⓤ: Nelle due edizioni precedenti in cui è stato assegnato questo premio (2018 e 2019), il vincitore è stato Tonali. Ora è toccato a te. Credi che queste vittorie ripetute dei centrocampisti siano un segnale? Che il talento italiano si stia spostando a centrocampo? 

In questo momento è evidente che in Italia ci siano molti centrocampisti di qualità, non solo in Serie A ma anche in Serie B: alcuni talenti che meriterebbero molto più spazio di quello che hanno, e lo stesso discorso vale anche per gli altri reparti. Come dicevo prima, però, sarà il campo a parlare. E allora tocca alle società dare spazio alla qualità che c’è.

Samuele Ricci ha esordito con la Nazionale Under 17 nel 2017, e da allora è stato convocato ed è sceso in campo con tutte le Nazionali giovanili; proprio con l’Under 17 ha conquistato la medaglia d’argento agli Europei di categoria, nel 2018 (Alessandro Sabattini/Getty Images)

Ⓤ: Si dice sempre che l’accesso a una categoria superiore, dalle giovanili ai pro e dalla Serie B alla Serie A, sia difficilissimo da gestire per tutti i giocatori, soprattutto per i giovani. È stato così per te? E quali differenze ti hanno colpito di più?

Passare dalla Serie B alla Serie A vuol dire scoprire enormi differenze. La prima che mi viene in mente è quella che riguarda il ritmo di gioco, l’intensità: più sale il livello e più diminuisce il tempo che ti lasciano per pensare, per fare le cose in campo. Poi i giocatori sono più prestanti dal punto di vista fisico, più veloci, anche più duri nei contrasti. In Serie B magari ci sono squadre che giocano chiuse, che puntano tutto sulle ripartenze. Può sembrare un paradosso, ma il fatto che in Serie A ci sia più qualità fa in modo che ci siano anche spazi più ampi, che gli avversari esercitino una minor pressione difensiva su di te in alcuni momenti della partita. Però, ripeto, secondo me a livello di intensità non c’è confronto.

Ⓤ: E cos’è cambiato, dopo il passaggio al Torino? 

Il cambiamento tra Empoli e Torino c’è stato, ed è stato netto: a Empoli giocavo in un reparto a tre e con i miei compagni cercavamo sempre di palleggiare molto, mentre in fase difensiva l’idea fondamentale era quella di andare sulle linee di passaggio. Con mister Juric è diverso, si sta uomo su uomo e quindi il gioco diventa inevitabilmente più intenso, non ti puoi permettere di distrarti un attimo. In questo senso, il passaggio al Torino ha aumentato la mia concentrazione in campo. Quando attacchiamo, il mister chiede costantemente a noi centrocampisti, ma anche ai trequartisti, di verticalizzare, di andare subito in avanti, e questo è importante per un calciatore del mio ruolo. È un discorso che vale con la palla, ma anche senza palla: adesso gioco in una squadra in cui ogni movimento senza palla è fondamentale per la fase d’attacco, perché libera i compagni e aumenta la densità nella fase finale dell’azione. Ma questi cambiamenti fanno parte del percorso di un giocatore, sono utili perché così posso completarmi. Io sono sempre stato abituato a toccare molti palloni, a stare nel vivo del gioco, al centro dell’azione. Il mio caso, però, è particolare: io sono stato anche una mezzala, quindi ho un certo istinto ad attaccare lo spazio, e in questo senso sono perfettamente in linea con quanto mi chiede di fare mister Juric. È per questo che sono riuscito ad adattarmi bene, nonostante i cambiamenti.

Ⓤ: Come si vede Samuele Ricci tra cinque o dieci anni? Che tipo di calciatore vuole diventare? 

Devo migliorare sicuramente dal punto di vista fisico, sia per quanto riguarda l’intensità di gioco, di corsa, nella capacità di fare lavoro sporco ma anche di stare sull’uomo, di seguirlo, di marcarlo bene. E poi devo crescere in un altro aspetto fondamentale per un centrocampista, soprattutto per uno che vuole giocare nel calcio del futuro: il gioco negli ultimi metri, l’ultimo passaggio, cercare il gol, inserirsi in area di rigore. Solo crescendo da questi punti vista potrò diventare ciò che voglio: un centrocampista e un giocatore completo.