Enciclopedia illustrata delle rincorse su calcio di rigore

Finte, saltelli, corse a zig-zag. Ma anche altre mosse improbabili, passate alla storia dalla parte sbagliata.

Nei secondi che precedono un calcio di rigore, sappiamo che sta per succedere qualcosa di determinante per le sorti della partita, o comunque che potrà avere con buone probabilità – quasi l’80% quest’anno in Serie A, per avere un riferimento – un impatto immediato sul risultato. I telecronisti di una volta parlavano di «massima punizione», l’atmosfera nello stadio è elettrica: che sia dopo un fallo in area o nella cosiddetta lotteria, è il momento di pathos per eccellenza in una partita di calcio. Ognuno di noi, chi più chi meno, proietta una parte del proprio vissuto negli istanti di attesa: il più delle volte sono episodi recenti o in qualche modo connessi, che alimentano riflessioni tra l’analitico, il cabalistico e lo scaramantico; altrimenti, arrivano dall’immaginario collettivo e da momenti particolarmente significativi, nel bene e nel male. La storia del calcio italiano, ad esempio, è ricca di memorie che intasano tutt’ora sogni e incubi dei tifosi, tramandati da una generazione all’altra. La mia – ho 31 anni – ha vissuto il dramma di Baggio nel ‘94, gli errori di Zola nel ‘96 e Di Biagio nel ‘98, ma anche l’eroico Toldo nel 2000, i siluri di Totti e Grosso con cui abbiamo vinto i Mondiali del 2006; e ancora, tra alti e bassi, l’imbarazzo per le figuracce di Zaza e Pellè, la parata di Donnarumma che ci ha consegnato gli Europei, il calvario di Jorginho.

Mentre ci predisponiamo a questo tipo di emozioni, una delle poche sicurezze è il limitato ventaglio di possibilità. La comprensione di un rigore è immediata anche per chi sta guardando la sua prima partita di calcio, e nessuno tendenzialmente si aspetta particolari sorprese dall’attaccante: si tira al centro o in un angolo, rasoterra o più vicino alla traversa, tentando di spiazzare il portiere, di tirare con la giusta precisione e potenza. Può capitare di vedere un cucchiaio, o un rigore tirato a lato o in tribuna. Una situazione che il regolamento ha predisposto senza concedere particolari varianti, insomma. L’unica variabile, a pensarci bene, sta negli attimi che precedono il tiro. Nei passi di avvicinamento al pallone, da parte di chi sta per calciare il rigore.

La rincorsa, quindi, è un momento cruciale, sia per il tiratore sia per il portiere. Una ricerca dell’Università John Moores di Liverpool, qualche anno fa, formulava la presunta “equazione per il rigore perfetto”. Ebbene, secondo questa equazione «il rigorista deve prendere una rincorsa di cinque-sei passi e formare un arco di 20-30 gradi». Ovviamente è un eufemismo dire che siamo nel campo della soggettività. E così vediamo rincorse lunghe e brevi, dritte e curve, percorse velocemente e lentamente, con saltelli, cambi di frequenza, “surplace” e personalizzazioni di qualsiasi genere. È il momento in cui l’attaccante prova a costruirsi un vantaggio sul portiere, ognuno alla propria maniera. C’è chi non vuole improvvisazioni, arriva al dischetto già sicuro dell’angolo in cui tirare e lanciato (letteralmente) dando l’idea di voler spaccare la porta. Mi vengono in mente alcuni rigori di Ciro Immobile, Domenico Berardi e Harry Kane, ad esempio; oppure andando indietro negli anni di Christian Vieri e Francesco Totti – che a volte poi spaccava effettivamente la porta, altre je faceva er cucchiaio e ogni tanto andava malissimo.

Chi ricorre maggiormente alla creatività, invece, sta sfidando il portiere nel proprio – non necessariamente vantaggioso – “mental game”; ovvero l’insieme di variazioni, più o meno ortodosse, con cui si prova a “rubare il tempo” al portiere, ma anche a sorprenderlo o addirittura distrarlo. Tra vere e proprie partite a scacchi, idee fantasiose, interpretazioni bizzarre e a volte tragicomiche, e risultati discutibili. Parecchio materiale, insomma, per chi ha frequentato blooper/mistake collection, funniest moments in football e via dicendo su YouTube (esiste qualcuno che non l’ha fatto?), e soprattutto per i veri cultori del genere, quelli delle videocassette di Danny Baker (Own Goals and Gaffs) e Nick Hancock (Football Nightmares).

Prima di partire con qualche esempio celebre, un paio di rapide premesse. Pur essendoci ovviamente molta tecnica nell’esecuzione di un rigore, preparazione inclusa, nei prossimi minuti fate spazio a uno sguardo più estetico e spensierato. E concentrandoci sulla rincorsa, mettiamo da parte i tiri – intendo le conclusioni in senso stretto – più imprendibili o disastrosi, la Panenka (il cucchiaio), il “tap penalty”, cioè il rigore “non tirato” à la Johan Cruijff (virtuosamente a volte, e altre meno o per niente). Infine, “c’è da sfatare una leggenda metropolitana” relativa al regolamento, prendendo in prestito le parole dell’osservatore arbitrale Massimo Dotto. “Nel punto 3, che riguarda la rincorsa, non è scritto da nessuna parte che non può essere interrotta, ma soprattutto è scritto che è consentito fare una finta durante la rincorsa. Quindi l’unica finta irregolare (da punire con ammonizione) è il tentativo di calciare il pallone per indurre il portiere a buttarsi, una volta che si è appoggiato il piede perno per il tiro”. A titolo esemplificativo, ricorderete probabilmente il rigore che Lionel Messi, poi ammonito, ha dovuto ripetere in un Milan-Barcellona del 2011, proprio per una finta non consentita all’ultimo momento. Al di là di quell’episodio, Leo in carriera ha preparato (e tirato) i rigori in molti modi diversi, così come il rivale di sempre e di ogni cosa, Cristiano Ronaldo (sull’evoluzione della sua rincorsa ci sono addirittura degli studi scientifici). Siamo qui per stranezze più eccentriche però, giusto?

Mental game

Siamo nel regno di quelle che nel basket si definiscono hesitation: lente passeggiate e i già citati balzelli, talvolta veri e propri salti, prima dell’ultimo passo; oppure lo stop-and-go nella corsa, che può anche essere più di uno; il tutto accompagnato, necessariamente, da una combinazione di doti tecniche e coordinative, ma anche da buoni tempi di reazione. Insomma, la capacità di controllare il gioco.

I rigoristi che possiamo iscrivere all’elenco sono facilmente riconoscibili. Testa alta, rincorsa lenta, nati con un obiettivo: appoggiare più rigori possibile di piatto, forti e angolati il minimo indispensabile, con il portiere in ginocchio al centro della porta. In questo insieme il mio preferito è indubbiamente Diego Perotti, con le sue lente passeggiate verso il dischetto. Testa alta e occhi fissi sul portiere, nell’attesa di un movimento, senza fretta. Con una flemma infinita anzi, e un’aria piuttosto arrogante. Da un momento all’altro, poi, è come se… il video tornasse a una velocità normale di riproduzione, tempo di accorgersene e la palla è in fondo alla rete. A Roma ne sanno qualcosa:

Ghiaccio nelle vene/1

Il più riconosciuto – nel bene e nel male – dalle nostre parti, però, è Jorginho. La sua rincorsa con saltello, ovviamente, l’avete presente fin troppo bene: è diventata prima un marchio di fabbrica riconosciuto – dal debutto nel 2017 in avanti, un portiere inginocchiato in fila all’altro – a livello internazionale. Poi si è trasformata in una condanna per la Nazionale italiana, emessa da quattro rigori sbagliati consecutivi, un Mondiale sulla coscienza e un matchpoint europeo fallito. Rimane comunque uno stile unico, che in qualche modo ha dato all’attuale centrocampista dell’Arsenal una propria iconicità, colmando quello che il suo linguaggio del corpo e il suo modo di giocare non trasmettono.

Ghiaccio nelle vene/2

Pur con uno stile più canonico, altri due esponenti – meno riconoscibili e molto meno riconosciuti – di questa categoria sono Daniel Osvaldo e Matteo Pessina, che condividono con Perotti e Jorginho onori e oneri di questo “gusto”. Sono rigori belli da guardare e la sensazione è quasi che non possano essere sbagliati, emanano una certa tranquillità; ma quando ciò accade, sono spesso brutte figure – come potrebbero confermarvi Nico González, Arkadiusz Milik o lo stesso Osvaldo. E dal Brasile, un certo José Sabino di cui avevamo raccontato qui le (dimenticabili) gesta. Altre menzioni d’obbligo? Mario Balotelli, Thiago Alcántara. Dal passato, invece, potremmo pescare Luis Figo, Diego Maradona e Roberto Boninsegna. E mettiamoci anche Conor Gallagher del Chelsea, che due anni fa “tirava” questo rigore:


Creatività

Un passo indietro: chi l’ha detto che la rincorsa deve partire dal punto A e arrivare al punto B con un’unica traiettoria? E chi l’ha detto che, veloce o piano, sia obbligatorio correre o camminare? Perché non saltellare? Queste domande potrebbero essere passate per la testa di Neymar, forse, quando ha brevettato la sua routine dal dischetto qualche anno fa. Guardando il video qui sotto potreste giustamente domandarvi se quello distratto, alla fine, sia il brasiliano o il portiere avversario – l’esito del rigore è una buona risposta. In ogni caso, si vedono diverse sue abitudini: gli spostamenti laterali all’inizio, poi la sterzata, la rincorsa dal ritmo spezzato.

Ehm

Più originale, e chiaramente riconducibile anche alla corrente del mental game, la soluzione proposta da Paul Pogba. Parte con una serie di saltelli sul posto – sempre di più e sempre più lenti, nel tempo – e a un certo punto cambia velocità di riproduzione, come Perotti. Non siamo a quel livello di estetica, ma non manca la componente innovativa: Un’alternativa radicale l’ha messa in mostra Aritz Aduriz, romantica bandiera dell’Athletic Bilbao. In modo drastico, tagliando il discorso sul nascere: neanche un passo di rincorsa.

Beppe Signori ne ha segnati tantissimi, di rigori così (ma ne parleremo)

Con l’obiettivo di cogliere il portiere totalmente impreparato, Tomislav Mrkonjić (NK Croatia Zmijavci) ha invece usato un po’ di malizia e arti recitative, fingendo di allacciarsi le scarpe, sistemare i calzettoni e poi calciando all’improvviso, da fermo, dopo il fischio dell’arbitro. Né angolato né forte, ma nello specchio della porta: quanto bastava per battere un portiere non proprio reattivo. Un tributo a Lee Trundle, bandiera dello Swansea che aveva brevettato qualcosa del genere nel 2016, ma in una partita di beneficenza; Mrkonjić l’ha fatto in una sfida di seconda divisione croata, sullo 0-1, nei minuti di recupero. Quanta incoscienza può servire, e quanto poco amor proprio, in una scala da 1 a Maicosuel?

Com’era quella frase di Batman? Ah sì: la teatralità e l’inganno, ecc. ecc.

Una menzione infine per chi si è arrampicato dal gruppo sottostante, grazie all’ottima riuscita di un tentativo che, in tutta onestà, sconsiglierei a chiunque di emulare. Il protagonista è Ezequiel Calvente, e questa è la cosiddetta “Ezequinha”, che ha visto la luce per la prima ed unica volta una sfida tra Spagna e Italia Under-19, nel 2010. Notate nulla di strano? Vi servirà il replay probabilmente, così come serviva anche al malcapitato Colombi, che prima se l’è presa con Calvente e poi ha realizzato come era stato fregato. Da un rigore tirato… con l’altro piede (il sinistro al posto del destro), accorciando di un passo la rincorsa e tirando quindi in un micidiale controtempo.

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Nuovo concetto di Rabona

Troppa creatività

Detto di chi ha portato qualcosa di nuovo nell’universo degli undici metri, non mancano i tentativi passati alla storia dalla parte sbagliata. Preparatevi per una rassegna di rigori che ci vuole coraggio per definire tali. Mischiare stili diversi può non essere una buona idea, e andrebbe fatto con parsimonia. Il rischio è finire vittime di una routine che per la sua complicatezza diventa autolesionista. Sembra questo l’insegnamento del rigore calciato da Rony del Palmeiras nella “finalina” del Mondiale per Club 2021, di cui avevamo parlato qui. Sulla stessa lunghezza d’onda, sempre dal Brasile (finale di Copa Verde) è arrivato un altro monito per chi avesse in mente di presentarsi agli undici metri, mischiare un po’ di Neymar, un po’ di Jorginho e un po’ di Pogba, e vedere cosa succede. Succede questo, tendenzialmente:

Ehm/2

Anche a chi riesce la furbata, però, capita talvolta di dover dire che ha esagerato. Non necessariamente per codice di comportamento o rispetto dell’avversario, ma prima di tutto per un semplicissimo motivo: la palla non è finita in rete per quella buona idea, anzi, ci è finita nonostante quell’idea. È il caso di Awana Diab, che in un’amichevole tra Emirati Arabi Uniti e Libano ha calciato un rigore con il tacco, ruotando il corpo a fine rincorsa e tirando con le spalle alla porta. E ancora più assurdo, il rigore di Ashad Ali Adubarey in una sfida tra Maldive e Afghanistan. O meglio: la sua rincorsa e la caduta plastica, ovviamente volontaria, a ridosso del dischetto; pronto a rialzarsi rapidamente e sorprendere un portiere andato nel frattempo fuori giri. Vedere per credere.

Questione di distanze

Prima di passare ai tre casi più imbarazzanti di questa collezione – tranquilli, Zaza non manca! – un po’ di estremi opposti in materia di profondità della rincorsa. Tra i minimalisti svetta Beppe Signori, con le sue indimenticabili trasformazioni da fermo o quasi, ma si ricordano anche episodi decisamente più infelici, come l’errore di Pat Nevin (Chelsea) e peggio ancora quello di Bersant Celina (Swansea), messo in croce anche dal trash talking dei difensori del West Bromwich:

Worst, in effetti, è un aggettivo calzante

All’estremo opposto dello spettro, invece, ci sono quelli delle rincorse lunghe, lunghissime. Il messicano Cuauhtémoc Blanco, uno dei migliori rigoristi di tutti i tempi (71/73 in carriera), era solito fare un lungo tragitto prima di calciare, concedendosi anche qualche parola con gli avversari al suo fianco al limite dell’area. Oppure Djibril Cisse, che si metteva in moto perpendicolare alla porta e partiva a tutta velocità: l’ideale se vuoi tirare di collo pieno all’incrocio dei pali, se ti piace l’adrenalina insomma.

Completamente fuori categoria, invece, questa esibizione ha senso parlare di uno show, quantomeno per la durata – avvenuta in Coppa del Senegal. Da principio sembra una breve rincorsa (magari!), poi inizia il trekking, a un ritmo estenuante, fino a metà campo, nell’incredulità generale; e dunque il ritorno, sempre camminando, per arrivare a calciare… un cucchiaio, gol. Sarebbe anche un finale divertente, ma è durato tutto troppo ed è stato faticoso da guardare. Un po’ come i calci d’angolo di Sinisa Mihajlovic, i servizi di Novak Djokovic, i tiri liberi di Giannis Antetokounmpo e tutte quelle evidenza sportive che, no, l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere.

Semplicemente: il peggio del peggio

La crème de la crème, nella sua versione negativa, è un buon modo per chiudere una rassegna del genere. Praticamente, un podio dei tre casi più stravaganti, mal riusciti e finiti nella gogna mediatica che si ricordino:

Il primo è per ragioni quantitative: Brasile-Paraguay, quarti di finale della Copa America 2011, finita ai rigori. Il risultato definitivo è 0-2 (sì, dopo i rigori), con i verdeoro che non ne insaccano nemmeno uno dei quattro tentati. Il bello? In tre si sono presentati con la stessa tipologia di rincorsa – corsa spezzata in due e/o esitazione prima dell’ultimo passo – e nessuno di loro ha centrato nemmeno lo specchio della porta. Fin troppo banale dire che, forse, sarebbe il caso di pensare più al tiro che alla preparazione.

Errare è umano, perseverare è diabolico, qui siamo su un altro livello

Il secondo sul podio non necessita di presentazioni, anzi. Lo hanno preso in giro Roberto Bolle e Dirk Nowitzki, sono stati prodotti un’infinità di meme, foto e videomontaggi, balletti e chi più ne ha più ne metta. C’è una vasta letteratura disponibile sul web al riguardo, e soprattutto non c’è un italiano che l’abbia dimenticato. Sì, quel rigore di Simone Zaza contro la Germania a Euro 2016, preceduto da una serie di passi che ancora oggi, alla milionesima riproduzione, strappano un sorriso. Il tutto accompagnato, come se non bastasse, da quell’altro rigore di Graziano Pellè, sempre fuori, ma stavolta preceduto non da un balletto come quello di Zaza, ma da una altrettanto evitabile promessa di cucchiaio a Neuer.

Una “bella” inquadratura stretta

«È stato il momento più brutto della mia carriera, soprattutto per ciò che è successo dopo», racconterà Zaza qualche anno più tardi. «Non ho saputo reagire immediatamente a quello che mi era successo. Mi ero fatto prendere dalla negatività, non ho dormito per più di una notte. Devo ringraziare la mia ragazza e i miei genitori, mi sono stati vicini. Prima o poi ne tirerò un altro, comunque».

Come direbbero dalle sue parti, last but not least: Peter Devine, e il suo celeberrimo rigore in Lancaster City-Whitley Bay del 1991. Un fallimento, povero Peter, in cui non manca davvero niente: forse il peggior rigore di tutti i tempi, secondo molti tra cui il sottoscritto. Non tanto per l’esecuzione in sé, che pure è mortificante, piuttosto per l’umiliazione che Devine non riesce a trattenersi dall’autoinfliggersi negli istanti successivi.

Oh my God

Avrebbe anche tutte le attenuanti del caso: il campo era davvero in condizioni pessime, gli appoggi a terra sono instabili solo a guardarli da dietro uno schermo, e lo fanno arrivare fuori equilibrio agli ultimi passi; non è chiaro se Devine poi voglia rallentare la propria rincorsa, se vada fuori giri o se inciampi, ma la coordinazione con cui arriva sopra il pallone lo condanna a “ciccarlo” completamente. Non ironicamente il tragitto della palla è di un paio di spanne, mentre Peter… si tocca la gamba. Ed esce zoppicando, ignaro di star entrando per sempre nell’olimpo delle collezioni su YouTube. E anche in questa raccolta qui su Undici, a più di trent’anni di distanza.