Oliviero Toscani: geniale, scorbutico, interista

Ricordo personale di un grande fotografo, ma anche di un uomo che ha sempre contenuto moltitudini.
di Giovanni Barsotti 14 Gennaio 2025 alle 11:15

Eravamo da qualche parte nel post-Covid. Si avvicinava il derby di Milano. Dovevo intervistare quattro star: due dell’Inter e due del Milan, per creare un avvicinamento. Non c’è una regola, ma tendenzialmente per i pezzi di colore si pesca dal grande cesto milanese, perché alle tv costa meno e si è tutti un po’ più abituati. I nomi sono sempre quelli, un po’ triti e ritriti. Se devi intervistare un milanista chiami Diego Abatantuono, Gerry Scotti, Claudio Bisio. Se devi intervistare un interista chiami Paolo Bonolis, Amadeus o Alessandro Cattelan. Noi facemmo Ernia e Massimo Pericolo, perché volevamo due nomi che in quel momento fossero giovani, diversi. E poi? E poi volevamo due nomi senior. Ma strani. Per il Milan facemmo Saturnino. E per l’Inter? Ci pensammo molto, poi l’idea: andiamo da Oliviero Toscani, splendido interista, intellettuale aggressivo. Scrissi alla sua segretaria e accettò a una condizione: anche se il maestro era milanese, dovevamo andare nella sua villa in toscana. Toscani in Toscana: ci piacque. E andammo.

Eravamo da qualche parte in Toscana. Nella Toscana più americana che c’è: quella dei cipressi, delle colline fatte su misura e dell’odore di primavera e Chianti. Seguivamo un’imprecisa posizione su Google Maps come fosse una mappa dei pirati ed entravamo gradualmente dentro a un sogno sempre più verde, sempre più esagerato, sempre più lucido. Guidava Francesco, il mio videomaker. Ad un certo punto ferma la macchina nel nulla, scende, prende la telecamera e si immerge in un prato. Raggiunge dei cavalli. Li accarezza con la telecamera. Lo raggiungo scavalcando la staccionata. C’è un sole enorme, l’aria è buona e mi sembra che qui potrei perdere il senso del tempo. Arriviamo a un maneggio. È il maneggio dei cavalli di Toscani. Ci aveva detto di chiamarlo quando l’avessimo trovato. L’abbiamo trovato e lo chiamiamo. Ci guida a voce su per una collina, fino alla sua villa. Parcheggiamo e ci accolgono due cani iperabbaianti. Poi esce anche lui: ha gli iconici occhiali rossi, una giacca blu e una sciarpa da mezza stagione da fotografo. Sgrida i cani, «Juventini!», e ci fa entrare.

Controintuitivamente, ed essendo in cima ad una collina, per calarsi nel cuore della sua reggia scendiamo una scalinata ripida e stretta. Un ingresso di mattoni, vertiginoso, scuro. «Avanti», ci dice scorbuticamente, alla sua proverbiale maniera, senza curarsi troppo del vademecum dell’ospitalità. Varchiamo il confine della sua intimità casalinga e approdiamo sul suo pianeta: una luce paradisiaca inonda un enorme salotto d’arredamento ricercato, pieno di cianfrusaglie costose e interamente ricoperto di foto dell’artista. Ce ne indica qualcuna: lì c’è “La Marilyn”, come lui chiama Marilyn Monroe, lì c’è “Andy”, come lui chiama Andy Warhol. Vecchi amici immortalati e appesi alle pareti. Lì la campagna per Benetton, lì la campagna contro l’anoressia del 2007. C’è tutto e c’è di tutto e – c’era da aspettarselo – lui ne parla con distacco e leggero menefreghismo. Iniziamo? Chiede rude. E noi iniziamo.

Gli chiediamo se può farsi da solo l’inquadratura, un po’ per ridere e un po’ perché non ci permetteremmo di avere l’ultima parola sulla direzione artistica. Accetta manipolando Francesco, che esegue e sorride. L’intervista dovrebbe essere sull’Inter ma scivola un po’ ovunque: il senso profondo dell’arte, la sofferenza nelle piccole cose degli interisti, Milano, la moda, i giovani pubblicitari e il tema della morte. Non riesco neanche a seguire il filo del discorso che mi ero prefissato – ma con uno così non serve, balliamo e basta. Sentirlo parlare – e parlarci – riempie il mio spirito da intervistatore. È bello non dover cercare delle risposte interessanti ma esserne investito. Eccita il giornalista che sta in me ed emoziona, più genericamente, il me ascoltatore.

Finiamo e ci chiede com’è andata. Poi cosa facciamo. Si interessa all’improvviso alla nostra piccola vita, alla nostra giovane storia. Francesco gli chiede se può fargli delle foto a margine, non per lavoro ma per l’onore di essere lì. Lui si concede e si lascia andare. Mostra la maglia dell’Inter dritta in camera e ci fa una linguaccia. L’esperienza riempie anche Fra che è sempre più frizzante, più incredulo. Poi ci regala un vino a testa: il suo vino. Fa anche il vino, la campagna è tutta sua. Terrò per un po’ la bottiglia e l’aprirò solo all’inaugurazione di casa mia, un anno dopo, con i miei migliori amici. Fra non l’ha ancora aperta e mi ha scritto che vorrebbe farlo ora con me.

Oliviero Toscani ha avuto tre mogli, sei figli e undici nipoti. La sua eredità genetica è un piccolo impero internazionale: i suoi amori sono stati stranieri ed ogni prodotto della stirpe ha la sua complicata storia multiculturale. Elenca tutti i componenti della famiglia allargata come una filastrocca, nomi e nazionalità. Si sforza di ricordare l’anno di nascita di ognuno di loro e di dirci chi si è sposato con chi e quando. Ma è complicato, fa casino, si confonde. Come ogni nonno, ne è fiero. Poi è il momento di andarsene. Volete restare per cena? Ci chiede. Dobbiamo tornare a Milano, maestro. Ma cosa tornate a fare a Milano? Ci dice. State qua. State qua con me. Uno dei più grandi artisti della storia recente del nostro Paese. Undici nipoti. Una villa enorme, stupenda e silenziosa. Due cani. Ma starebbe volentieri a chiacchierare un altro po’ con due venticinquenni. Grazie maestro ma è lunga e domani dobbiamo montare l’intervista. Ripartiamo. Ci saluta malinconico. Lo salutiamo anche noi. Anche ora, di nuovo. E grazie. La solitudine di un genio, l’amore infinito di uno scorbutico.

>

Leggi anche

Calcio
I calciatori professionisti si stanno prendendo anche LinkedIn
Da Alberto Paleari a Mario Götze, una nuova generazione di atleti ha scelto una nuova piattaforma per parlare di business, salute mentale e attivismo. Riscrivendo così i modelli del personal branding sportivo
di Redazione Undici
Calcio
Atalanta, Juve, Milan, Inter e Roma hanno dei settori giovanili che funzionano, ma i numeri sono ancora molto lontani da quelli dei top club
L'ultimo rapporto del CIES parla chiaro: le società di Serie A hanno dei vivai meno produttivi rispetto a quelle che comandano gli altri campionati europei.
di Redazione Undici
Calcio
Yassine Bounou l’ha fatto di nuovo: il Marocco è andato ai rigori e lui è stato decisivo (con una parata mai vista prima)
Il portiere dell'Al-Hilal ha confermato le sue straordinarie capacità sui tiri dagli undici metri.
di Redazione Undici
Calcio
Il Real Madrid ha subito un incredibile Giant Killing in Copa del Rey, ma in realtà è una cosa che succede piuttosto spesso
Quella di ieri subita dall'Albacete è solo l'ultima di una lunga serie di sconfitte sorprendenti nella coppa nazionale.
di Redazione Undici