Il Nottingham Forest non fa praticamente possesso palla, eppure è al terzo posto in Premier League

La squadra di Nuno Espírito Santo ha un possesso palla medio inferiore al 40%. Ma questo non vuol dire che giochi un calcio inefficace e poco sofisticato, tutt'altro.
di Redazione Undici 22 Aprile 2025 alle 03:18

Il ritorno del Nottingham Forest nelle prime posizioni del campionato inglese è una storia dal sapore spiccatamente romantico, visto che parliamo di un club che a cavallo tra gli anni Settanta, Ottanta e Novanta ha fatto la storia del calcio europeo. Certo, la narrazione nostalgica non coincide esattamente con la realtà, nel senso che la grande annata del Forest si fonda su dinamiche e personaggi che non c’entrano niente col passato e che non è esagerato definire controversi, ovvero un proprietario come Evangelos Marinakis, un burattinaio come Jorge Mendes – che di fatto tira i fili della società, almeno sul mercato, da diversi anni – e tutta un’altra serie di figure abbastanza oscure. In campo, però, la squadra guidata da Nuno Espírito Santo ha un’anima reazionaria, che strizza l’occhio al calcio di una volta. A dirlo sono i dati, e lo confermano anche le parole del manager portoghese: il Nottingham Forest, in questo momento, ha un possesso palla medio inferiore al 40% per partita. Una quota che rende felice, si può dire anche orgoglioso, Espírito Santo: «Abbiamo un modo chiaro di giocare, abbiamo la nostra identità», ha detto l’allenatore portoghese. «Nel corso dell’intera stagione abbiamo dimostrato di saper competere ad alti livelli lottando su ogni pallone».

Qualche settimana fa, un quotidiano prestigioso come The Independent ha pubblicato un articolo con questo titolo: “How possession became a dangerous game in the Premier League”. Nel pezzo, in pratica, venivano elogiate quelle squadre – soprattutto il Forest, ma anche il Bournemouth di Iraola – che, nel corso del campionato inglese 2024/25, sono riuscite ad avere buoni risultati anche se, come dire, non insistono troppo sul concetto di possesso palla. Quasi come a voler dimostrare che, nel testo firmato dal giornalista Lawrence Ostlere c’erano scritte esattamente queste parole, «avere il controllo della sfera non significa avere il controllo della partita». È un’affermazione che, in qualche modo, distrugge tutto quello che pensavamo di sapere sul calcio moderno. Ma che si basa sui numeri, sulle statistiche: nonostante rifiuti il possesso palla, infatti, il Nottingham è riuscito a mettere insieme 60 punti in 33 partite e a issarsi fino al terzo posto in Premier League; inoltre, la squadra di Espírito Santo ha la terza media punti più alta negli scontri con le Big Six del campionato (1,9 per match) dietro Liverpool e Arsenal.

Sì, insomma: stiamo parlando di una squadra che non gioca in modo basico, ma che segue una sua filosofia e sa come farla fruttare. In assoluto e nelle partite più complicate, quindi importanti. Anzi, la verità è che il sistema di Nuno Espîrito Santo – non inteso semplicemente come “modulo”, ma come insieme di principi tattici, spaziature e meccanismi – si caratterizza per un elevato quoziente di sofisticatezza. Solo una squadra che lavora tantissimo sul campo di allenamento, infatti, potrebbe riuscire a trasformare le rimesse laterali in una vera e propria arma offensiva. E non con delle gittate lunghe all’interno dell’area, ma attraverso interscambi di posizione e combinazioni veloci che mandano in tilt gli avversari.

Rivedere un po’ di gol di Chris Woods è una idea per capire come gioca il Nottingham Forest

Esattamente come ha fatto/fa con le rimesse laterali, Espírito Santo ha curato nei minimi dettagli tutto ciò che riguarda la sua squadra: il Forest, infatti, è primo in Premier League per palloni respinti e secondo per contrasti tentati nella propria trequarti difensiva. Questo vuol dire che il manager portoghese fa in modo che i suoi giocatori aspettino gli avversari nel proprio fortino, per poi bloccarne l’azione e ripartire in velocità. Nell’approccio e nello stile del Nottingham, quindi, non c’è nulla di improvvisato o di fortunato. Lo ha sottolineato, qualche tempo fa, anche Jonathan Wilson – probabilmente il giornalista calcistico più influente del mondo, quando si parla di tattica – in un articolo uscito sul Guardian: «È ingannevole pensare che siamo di fronte a un calcio semplice: i grandi risultati del Forest sono il frutto della visione di Nuno Espírito Santo, di un’evidente chiarezza tattica e progettuale. Del resto superare le aspettative è ciò che caratterizza una buona gestione tecnica, e a Nottingham le cose sono andate proprio in questo modo: il Forest ha iniziato a vincere le partite, la fiducia della squadra è cresciuta e ha continuato a giocare sempre meglio».

È chiaro, gli exploit del Nottingham Forest e del Bournemouth – a cui possiamo accostare anche la crisi del Manchester City di Guardiola – non bastano a decretare la fine di un ciclo tattico, cioè non sono sufficienti a sentenziare che siamo entrati nell’era in cui le migliori squadre rifiutano il possesso. Dopotutto basta guardare agli altri campionati europei e alla stessa Premier League (il Liverpool è destinato a vincere il titolo e ha un dato di possesso palla medio superiore al 57%) per rendersi conto che, come dire, controllare le partite tenendo il pallone può essere ancora una strategia vincente. Allo stesso tempo, però, i segnali che arrivano dall’Inghilterra dimostrano che forse non esiste più un’unica strada per giocare un calcio efficace e anche godibile. Nel senso: i gusti di analisti e appassionati restano gusti, ma nel frattempo la squadra con l’undicesimo organico più costoso della Premier – fonte Transfermarkt – è in lotta per entrare in Champions League anche se, di fatto, rifiuta il possesso palla. Quella stessa squadra, come se non bastasse, ha anche riacceso il talento di giocatori che sembravano perduti, si pensi per esempio ad Anthony Elanga, a Callum Hudson-Odoi, a Morgan Gibbs-White: sono loro – insieme a uno strepitoso Chris Wood, autore di 19 gol – i volti del Nottingham Forest in corsa per tornare a giocare una coppa europea. Accanto a quello di Nuno Espírito Santo, naturalmente. Che forse non passerà alla storia come un grande innovatore, oppure chissà, magari il suo approccio rétro farà il giro e diventerà visionario, un’anticipazione del calcio del futuro. Altro che romanticismo, altro che nostalgia.

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