Con l’addio di Luka Modric, il Real Madrid perde il giocatore che l’ha resa la squadra più forte del mondo

Negli ultimi tre lustri, nessuno ha influenzato e ha cambiato il gioco come il centrocampista croato. E nel frattempo, come se non bastasse, nessuno ha vinto più di lui.
di Redazione Undici 23 Maggio 2025 alle 05:54

Luka Modric non giocherà più per il Real Madrid dopo il Mondiale per Club 2025. L’ha annunciato il club spagnolo in un comunicato ufficiale, seguito poi dagli ormai consueti post in condivisione sugli account Instagram. È una notizia gigantesca, perché di fatto chiude un’era di successi probabilmente irripetibile: in 13 anni con la maglia blanca addosso, infatti, Modric ha conquistato 28 trofei, diventando il giocatore con più titoli nella storia del Madrid. È irreale, giusto per snocciolare un ultimo dato, pensare che il centrocampista croato abbia vinto per sei volte (!) la Champions League.

Il bello, però, è che queste cifre fuori da ogni logica diventano secondarie rispetto alla reale grandezza di Modric. O meglio: il palmarés chilometrico di Modric, in cui luccica anche il Pallone d’Oro, è una specie di certificazione statistica del fatto che sia un fuoriclasse inarrivabile, uno che ha rivoluzionato e quindi condizionato il gioco per tantissimi anni. È una questione di caratteristiche e di impatto: se il suo “gemello” Kroos è stato il cheat code dell’epoca post-Guardiola, Modric è l’Übermensch che ha superato tutti gli altri limiti conosciuti. Non c’è stata partita e non c’è stato contesto tattico in cui lui non fosse comunque il fulcro del Real Madrid, e non è importante che fosse il Real di controllo di Zidane o quello reattivo degli anni successivi. Modric poteva giocare da 10 o da 5 al Bernabéu, in tutti gli stadi del mondo e anche con la Croazia, poteva avere vicino Isco o CR7 o Mandzukic: rendeva comunque la sua squadra una delle più forti del torneo. Spesso la più forte in assoluto.

E lo faceva in un modo unico, da centrocampista completo prima ancora che da artista illuminato. Questo non vuol dire che Modric non potesse mettere il pallone sul petto con un lancio d’esterno da 50 metri, o magari farlo volteggiare all’incrocio dei pali con l’uomo addosso, ma nel frattempo era una mezzala di quantità che all’occorrenza faceva la fascia, il mediano, l’incursore, era il regista a tutto campo – e quindi sempre meno occulto – della squadra più vincente del mondo. Eppure l’universo-Real l’aveva accolto con un po’ di scetticismo, l’ultimo giorno del mercato 2012, e lui stesso non era riuscito a ingranare nel modo giusto. Al punto da essere nominato peggior acquisto della Liga al termine della stagione. Poi però una serie di incastri favorevoli (l’addio di Mourinho, l’arrivo di Ancelotti, un infortunio di Xabi Alonso e il suo ritorno in campo) gli hanno permesso di prendere in mano la squadra, prima da mediano di palleggio e poi da mezzala e da interno. Questa evoluzione gli ha permesso di imporsi davvero, il suo rendimento non è più calato fino al Pallone d’Oro 2018, il Real cambiava faccia e forma e lui restava sempre lì, poi è diventato il leader anche della Croazia e ne ha fatto molto di più, trascinandola – da centrocampista e da tuttocampista – fino a un’incredibile finale dei Mondiali.

Modric, poi, è stato anche un prodigio fisico. Dopo il Pallone d’oro, vista anche l’età, ha iniziato a rallentare per diventare più cerebrale, ma Zidane continuava a usarlo in fase difensiva in marcatura sui terzini sinistri avversari, costringendolo a ripiegamenti enormi che nessun regista avrebbe accettato o sopportato. Invece lui lo faceva, e a tempo perso gestiva pure il flusso di gioco, il ritmo della manovra offensiva, il traffico nella metà campo avversaria. Il ritorno di Ancelotti, nel 2021, in questo senso l’ha agevolato: ha potuto alzare il baricentro di quei quindici metri che gli hanno permesso di respirare un po’, di allungare ulteriormente una carriera già leggendaria, col tempo non è stato più titolare ma è rimasto una risorsa centrale per il Madrid. E infatti lo abbiamo visto molto più spesso nell’ultimo terzo di campo, per cercare l’imbucata, il tiro da fuori area, l’assist che risolve le partite più tirate della Champions League.

La percezione che Modric fosse ormai trasceso è andata oltre ogni cosa, forse anche oltre la stessa dimensione “filosofica” del Real: il Bernabéu, lo stadio che ha fischiato Figo, Raúl, Beckham, Roberto Carlos e che adesso fischia Mbappé e Vinícius, non ha mai fischiato Luka Modric. Verso di lui c’è sempre stato un rispetto intenso, un’ammirazione profonda, come se nel suo stile di gioco ci fosse tutta l’infinita nobiltà del club. E questa ammirazione si è fatta sentire ovunque, anche lontano da Madrid. D’altronde era ed è inevitabile, stiamo parlando di un fuoriclasse che ha dominato il calcio mentre il calcio si evolveva alla velocità della luce, che è rimasto al top per 15 anni mentre tutti gli altri, accanto o di fronte a lui, finivano per sfiorire. Oggi come oggi viene da pensare che il gioco in sé non potesse avere una forma per cui Modric fosse inadeguato: lui è stato e sarebbe stato il migliore, sempre e comunque. È una stata ed è una cosa gigantesca, ancor più gigantesca del suo incredibile palmarés.

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