La rinascita all’Udinese e il gol contro l’Inter, intervista a Oumar Solet

Il difensore francese è arrivato in Italia da svincolato e si è imposto subito per fisicità e qualità.
di Jacopo Morelli 29 Agosto 2025 alle 11:49

Incontriamo Oumar Solet in un giorno di fine aprile travestito da metà giugno, con un intenso caldo che travolge Udine. Oumar la mattina si allena, noi siamo arrivati in città in anticipo. È l’occasione giusta per fermarsi a mangiare un toast nel bar dello stadio. Un locale che naviga tra gli anni Ottanta e il presente, dove i tifosi dell’Udinese passano pranzi e cene parlando della squadra. Sopra al nostro tavolo, appesa al muro, c’è una vecchia fotografia dello stadio Friuli. Nell’immagine ingiallita le tribune sono ancora scoperte, protette dall’arco diventato un francobollo per il club. Dopo aver lasciato il bar, l’arco della foto ci accoglie nella casa dell’Udinese. Lo stadio però è cambiato. Le tribune sono nuove, i seggiolini colorati sono vicini al campo, è indistinguibile l’odore dell’erba appena tagliata. Forse è stato anche un salotto così moderno a convincere Oumar Solet, lo scorso gennaio, a trasferirsi a Udine da svincolato. Con il Salisburgo ha respirato l’aria della Champions League, ha marcato Robert Lewandowski in un ottavo di finale contro il Bayern Monaco: roba da sogno. Poi è arrivato un capitolo che spesso il calcio si diverte a incidere a forza nel libro di un giocatore: quello dello svincolo. Può irrompere da un momento all’altro, anche quando hai marcato l’attaccante più forte in una notte europea. Solet ha schiacciato il tasto reset e si è rimesso in gioco a Udine.

Nel Bluenergy Stadium ha trovato Kosta Runjaic, l’uomo giusto nel momento cruciale. Oumar è seduto su questi spalti quando ci racconta il primo incontro con il suo allenatore: «Con me è stato chiaro sin da subito, l’ho apprezzato molto». Da quel giorno è tornato il Solet vero, quello che in Austria vinceva i campionati. E quando gli chiediamo di raccontarci la genesi della rete contro l’Inter, dal pensiero al tiro finale, lui si mette a ridere. Non ci sono tante spiegazioni: l’ha fatto e basta. Perché a Udine sta bene e la fiducia scorre di nuovo nelle sue vene. E anche perché da piccolo, a Laval, lui era un centrocampista. Il ruolo gli piaceva, ma venne spostato in difesa per allenare la concentrazione. Mai decisione fu più azzeccata.

Tutto è iniziato a centrocampo.
Sono cresciuto allo Stade Lavallois come un centrocampista. Era un ruolo che mi piaceva, mi divertivo molto. Credo che qualche abilità si possa ancora vedere oggi nel modo in cui gioco, da quello che faccio. Adesso mi piace giocare sia difensore che centrocampista. Quando ero nelle giovanili l’allenatore decise di spostarmi al centro della difesa, ma resto sempre convinto che potrei fare qualcosa di interessante anche a centrocampo.
Quanto è stato difficile ripartire dopo la fine dell’esperienza con il Salisburgo?
A Salisburgo ho vissuto degli anni incredibili, mi hanno rispettato e mi sono goduto ogni momento fino all’ultimo giorno. Purtroppo non è finita come tutti avremmo sperato. La cosa migliore per me e per la mia carriera, in quel periodo, era riuscire a fare un ulteriore step in avanti. E credo che trasferirmi a Udine sia stata la migliore scelta che potessi prendere dopo quel capitolo. Oggi sono felice di essere qui, sono riuscito ad ambientarmi velocemente in Serie A e in squadra. Da gennaio sto provando semplicemente a esprimere le mie potenzialità al massimo. Il calcio è questo, ci sono anche dinamiche di questo tipo. Ma è ciò che amo sin da piccolo.
Che impatto ha avuto la Champions League nella tua crescita?
Quando arrivi in Champions League sai già che vivrai partite incredibili. Nessuno desidera niente di più: vuoi solo essere in campo per quell’appuntamento. Ovviamente poter giocare in un’atmosfera del genere è un grande traguardo per una carriera, ma adesso ho nuovi obiettivi. La Champions ti forma dandoti un’esperienza che in altre occasioni non trovi, d’altronde devi affrontare i migliori club al mondo. Mi sono divertito, mi ha dato l’opportunità di confrontarmi, misurarmi con il mondo e vedere dove posso arrivare sul campo.

E com’è stato trovarsi a marcare uno come Lewandowski?
Al Salisburgo eravamo una squadra composta da calciatori giovani. Affrontare il Bayern Monaco è stato semplicemente incredibile. Sai che dovrai essere pronto su tutti i fronti al cento per cento: dalla concentrazione alla preparazione della partita. Ogni dettaglio conta dato che dall’altra parte ci sono dei fenomeni. Ho bei ricordi di quella partita, il Bayern si qualificò al turno successivo ma credo che riuscimmo a fare una grande prestazione. Marcare Lewandowski è stato un duro lavoro, per niente semplice. Credo che trovarsi davanti a un giocatore del genere possa solamente aiutarti a migliorare te stesso. Ero a mio agio, mi ha permesso di acquisire più fiducia prima di affrontare giocatori di livello. Io mi sentivo alla grande, spero possa accadere di nuovo.
Venendo al presente: cosa ti ha impressionato di più di Runjaic?
Dal primo momento in cui sono arrivato a Udine è stato molto chiaro, diretto con me, ho apprezzato molto il suo approccio. Mi conosceva già un po’ in passato, avevamo giocato contro in diverse occasioni. Ha avuto una visione simile alla mia, mi ha fatto piacere. Quando ti presenti in uno spogliatoio nuovo non è semplice percepire subito l’intesa con l’allenatore. Con Runjaic invece è successo, ci capiamo. Tutto ciò può soltanto aiutarci a crescere, puntare sempre più in alto grazie alla sintonia che stiamo costruendo. E io sono soddisfatto, dato che sono venuto per questo. Sento da parte sua molta fiducia e voglio ridargli tutto tramite le mie prestazioni.
Nella rosa dell’Udinese ci sono molte nazionalità diverse tra di loro: è più difficile sul campo raggiungere un’intesa o può essere un punto di forza?
In tutti i club in cui sono stato ho trovato sempre tante nazionalità differenti, giocatori che provengono da continenti diversi. Anche a Udine è così. La cosa più importante è riuscire a connettere tutto lo spogliatoio per poi poter giocare in armonia sul campo. Tutti giochiamo a calcio, e ciò che ci unisce è il lavoro che svolgiamo ogni giorno durante gli allenamenti al centro sportivo. Per me è una bella esperienza, un’opportunità per conoscere nuove persone, nuove culture, nuovi Paesi. Puoi imparare tante cose e scoprire meglio te stesso.

In un’intervista avevi detto di avere un conto in sospeso contro l’Inter dai tempi del Salisburgo: direi che ti sei rifatto con un gol incredibile. Come nasce una rete del genere?
Sì, direi che mi sono preso una piccola vendetta (ride, ndr). Mi sono goduto quel gol in ogni istante. Direi che è uno dei più belli di tutta la mia carriera fino a questo momento, è incredibile. Alla fine abbiamo perso, è vero, ma non scorderò mai la rete. È qualcosa che è nato nella mia mente, non ho ragionato su quello che avrei dovuto fare una volta recuperata la palla: l’ho fatto e basta. Non ho pensato molto, forse è stato proprio questo il segreto. Volevo soltanto che succedesse qualcosa ed è successo. A Salisburgo danzavi nello spogliatoio, chi è il miglior ballerino tra i tuoi compagni dell’Udinese? Nello spogliatoio dell’Udinese siamo molto uniti, ci divertiamo un sacco. Kingsley Ehizibue è un bravo ballerino, ogni volta danza con me. Devo dire che anche Jordan Zemura non è male. Sono i migliori a ballare.
Facciamo un gioco: sei uno scout che vede giocare Solet. Quali sono i punti di forza e quali sono le abilità da migliorare?
Sicuramente gli direi di provare a segnare più reti, essere più presente in area di rigore durante le azioni offensive. Se dovessi migliorare qualcosa punterei ad aumentare la dinamicità, ma diciamo che si tratta soltanto di una questione stilistica, di come sono visto fuori dal campo. Sono un calciatore che riesce a mettere insieme più caratteristiche, ognuna diversa dall’altra.
Tre buoni propositi per il futuro?
Prima di tutto mi auguro di restare in salute, con uno stile di vita sano. Mi piacerebbe vivere la Coppa del Mondo da protagonista almeno una volta nella vita, poi riuscire a giocare con il migliore club del mondo. Il terzo desiderio? Vincere la Champions League.

Da Undici n° 62
Foto di Any Okolie
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