«C’è una seria escalation in Serbia. Siamo letteralmente sull’orlo di una guerra civile. Spero che la situazione si calmi un po’, ma non ci sono segni in tal sens». Non ha usato mezze parole, Novak Djokovic, per descrivere quanto sta accadendo da mesi nel suo Paese, scosso da altissime tensioni politiche e con migliaia di persone scese in piazza in tutte le principali città. Proteste che hanno come bersaglio il presidente Aleksandar Vucic e il suo partito, considerato dai manifestanti una sorta di cricca corrotta al servizio del presidente. Durante una conferenza stampa in occasione degli US Open, Djokovic ha affermato che l’atmosfera generale nel paese ha trasformato lo sport in una preoccupazione secondaria per molti cittadini.
C’era anche altro di cui parlare, in merito al rapporto tra Djokovic e la Serbia: lo spostamento del torneo ATP di Belgrado, organizzato dall’ex numero uno del mondo, che si terrà invece dal 2 all’8 novembre ad Atene. In merito a questo cambiamento, Nole ha semplicemente ricordato che non si voleva spostare il torneo, ma è stato inevitabile. Come ricostruito bene anche da Diário As, in questi mesi è cambiata la posizione del tennista riguardo all’attualità che si vive in Serbia. Novak, un tempo celebrato come esempio nazionale e orgoglio della Serbia, viene ora etichettato come «traditore» dai media e dalle persone vicine al presidente Vucic, dopo aver appoggiato le proteste studentesche che chiedono nuove elezioni.
Da novembre dello scorso anno, gli studenti guidano manifestazioni di massa contro la corruzione e a favore dello stato di diritto, scoppiate in seguito al crollo di una pensilina in una stazione ferroviaria di Novi Sad, lo scorso novembre, in cui hanno perso la vita 16 persone. Il governo e Vucic, che domina la politica serba dal 2012, definiscono le proteste una «rivoluzione di colore» promossa dall’estero e etichettano gli studenti e i loro simpatizzanti come «traditori» e «nemici dello Stato».
Djokovic si pronunciò per la prima volta sulla tragedia di Novi Sad a metà dicembre scorso, e a gennaio ha dedicato una sua vittoria a una studentessa che durante una protesta era stata investita da un’auto ed era finita in ospedale. Djokovic è stato anche visto a una partita di basket a Belgrado con una felpa con la scritta “Gli studenti sono campioni”. Il 15 marzo scorso, quando circa 300mila persone sono scese in strada a Belgrado per protestare contro il regime di Vucic, il tennista ha condiviso foto della marcia su Instagram, commentando con la caption: «Storico, magnifico! La Serbia ha un enorme potenziale e la sua gioventù istruita è la sua più grande forza. Ciò di cui tutti abbiamo bisogno è comprensione e rispetto. Con voi, Novak».
Novak Djokovic on Instagram support for the students protest.
Novak supports a bright future of Serbia 🇷🇸 pic.twitter.com/8vKPlATwZh
— SK (@Djoko_UTD) March 15, 2025
Inoltre, Djokovic ha celebrato le sue vittorie nel recente torneo di Wimbledon con il gesto del ”Pump” del gonfiare qualcosa, seguendo uno degli slogan delle proteste (‘Pump it up’), che significava pressione sul governo. Dopo ciò, i media affiliati al governo, come Informer, hanno iniziato a definire il tennista, vincitore di 24 tornei dello Slam con termini come «vergogna», «sostenitore della violenza» o addirittura «falso patriota». Djokovic in realtà non ha mai criticato direttamente né Vucic né il governo serbo, in seguito ha negato che la sua celebrazione a Wimbledon avesse un senso politico e ha assicurato che si trattava di un cenno ai suoi figli ispirato alla canzone ‘Pump it up’.
Prima di appoggiare gli studenti, Djokovic veniva presentato dai media pro-governativi come un esempio per la Serbia. Tabloid come Kurir, Alo, Blic e Telegraf descrivevano il tennista serbo come «un santo che cammina», «il cavaliere d’oro del nostro popolo», «il più grande di tutti i tempi» o «il genio serbo». Anche Vucic era chiaramente dalla parte di Nole: «Djokovic è l’orgoglio del nostro popolo e il miglior ambasciatore della Serbia nel mondo. Ognuna delle sue vittorie è un trionfo per la Serbia», sottolineava il politico prima del sostegno del tennista alle proteste. Insomma, Djokovic è passato da eroe a traditore.