Alexander Bublik era ripartito da Torino, e a Torino è tornato da protagonista. Solamente sei mesi fa, infatti, la carriera del tennista kazako sembrava arrivata a un bivio: dopo sei anni passati tra i primi 50 giocatori del mondo, Bublik rischiava di uscire dai Top 100 del ranking ATP. Finché, proprio sul Centrale di un Challenger organizzato nel capoluogo piemontese, ha ritrovato un titolo, il sorriso e la fiducia necessaria andare avanti. A pochi giorni dall’inizio delle Nitto ATP Finals, è tornato a Torino: stesso hotel e stessa camera prenotata nel mese di maggio, ma con una consapevolezza molto diversa. In pochi mesi, infatti, Bublik ha risalito il Ranking ATP fino alla posizione numero 11, qualificandosi come riserva alle ATP Finals dopo una stagione indimenticabile, vissuta da protagonista.
Da quel titolo Challenger, vinto a maggio, la stagione di Bublik è stata un crescendo continuo: quarti di finale al Roland Garros, quattro titoli conquistati su tre superfici diverse, vittorie contro i Top 5 su tutte e tre le superfici – un record che solo Carlos Alcaraz è riuscito ad eguagliare quest’anno – e una costanza che lo ha riportato nell’élite del tennis mondiale. Risultati e numeri che raccontano una rinascita, ma anche un percorso umano fatto di dubbi e fatica: «Non aveva senso continuare se non vincevo più», racconta in esclusiva a Undici. Oggi si gode il momento, consapevole che essere tra i migliori non è un punto d’arrivo, ma una nuova partenza. E questo ritorno a Torino, simbolicamente, chiude il cerchio: «Ricordo di aver detto a mia moglie “magari un giorno torneremo a Torino”, ma non pensavo sarebbe successo così presto». Tra sorrisi, nuove certezze e la serenità di chi ha trovato un equilibrio tra vita privata e tennis, il 28enne kazako parla di sé senza filtri e con le idee chiare: la fiducia di Boris Becker, il rispetto per Sinner e Alcaraz, il legame con l’Italia e i suoi progetti per il futuro.
È incredibile come la svolta della tua stagione sia arrivata proprio qui, a Torino, quando hai vinto un Challenger a maggio. Da lì hai raggiunto i quarti di finale al Roland Garros e hai ottenuto vittorie contro i Top 5 del ranking mondiale su tutte e tre le superfici quest’anno — qualcosa che solo Carlos Alcaraz è riuscito a fare. Come ti fa sentire essere tornato a Torino, in una posizione così diversa rispetto all’ultima volta?
È fantastico. Abbiamo persino le stesse camere d’albergo di quando giocavamo il Challenger! È stato divertente tornarci, perché l’hotel è decorato per le ATP Finals, e quando ero qui a maggio mia moglie mi disse: «Immagina di tornare qui per le Finals». Le risposi: «Forse un giorno…». E invece eccoci qui: sono tornato, anche se come riserva, ma è già un grande risultato. Mi sento al culmine della mia carriera. Essere tornato al numero 11 del Ranking ATP è un’indicazione che le cose possono cambiare in fretta. Ora restiamo piedi per terra, continuiamo a lavorare e vediamo come andrà il torneo.
Da quella vittoria al Challenger hai conquistato quattro titoli su tutte e tre le superfici. Quale di questi ti rende più orgoglioso?
Halle, sicuramente. È un titolo importante: lì ho battuto giocatori forti come Sinner e Medvedev. Ma anche il primo titolo sulla terra battuta a Gstaad, contro Cerundolo, è stato speciale: non avevo mai vinto su quella superficie, ed è stata una grande soddisfazione. Direi quindi che Halle e il primo titolo sulla terra sono stati i più significativi.
Al Roland Garros, dopo aver raggiunto i quarti di finale, avevi detto che era stato il momento più felice della tua vita. È ancora così o da allora c’è stato qualcosa di più bello?
Sì, direi di sì. Nella mia vita privata ho avuto tanti momenti felici ma quello è stato un momento incredibile, la vera svolta della mia carriera. Venivo da mesi molto difficili, poi ho vinto il Challenger, sono arrivato ai quarti al Roland Garros e da lì non mi sono più fermato. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita sportiva.
Boris Becker ha detto recentemente che ti vede nei Top 10 per il 2026. Come ti fa sentire questa fiducia e cosa ne pensi della sua previsione?
Tutto può succedere. Quando sei numero 11 al mondo, sai di essere vicino ai Top 10. Con Boris siamo in ottimi rapporti: non ci siamo mai incontrati in campo, ma capita spesso di vederci nei ristoranti a Monaco. (ride) Se una leggenda come lui crede in me, è una motivazione in più per dimostrare che ha ragione.
Dopo Shanghai hai detto che tutti i giocatori sono responsabili del calo generale del livello nel tour quando Sinner e Alcaraz non giocano. Quali sono, secondo te, le ragioni principali di questo calo?
Quello che volevo dire è che la differenza tra noi e Sinner/Alcaraz è ancora grande, ma in generale il livello è buono. A Shanghai però è stata molto dura: tanti di noi avevano crampi, altri stavano male, alcuni non riuscivano a muoversi bene. Forse non eravamo pronti a quelle condizioni estreme, proprio da un punto di vista fisico, ma dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e lavorare per migliorare.
Qui a Torino Sinner e Alcaraz si giocano il numero uno di fine anno. Come pensi che andrà a finire?
Penso che questa possa essere la più grande rivalità del tennis nei prossimi 15 anni. Spero che restino in salute e continuino a mostrare il loro livello più alto, così potremo godere di una sfida spettacolare anno dopo anno.
Dopo la vittoria a Halle hai raccontato che pochi mesi prima avevi pensato di smettere, perché non ti piaceva più giocare. Cosa è cambiato? Come hai ritrovato la motivazione?
Non volevo smettere davvero, ma solamente prendermi una pausa dopo Wimbledon. Non aveva senso continuare se non vincevo partite: mi allenavo ogni giorno senza risultati. Avevo detto al mio allenatore: «Che senso ha giocare se continuo a perdere?». Avevo anche pensato che, se fossi sceso oltre la 100esima posizione, mi sarei fermato per qualche mese per ricaricarmi. Ma poi ho accettato la situazione: in fondo per sei anni sono stato tra i primi 50 del mondo, ho vinto tornei, e se fosse servito fermarsi per un po’, l’avrei accettato. Per fortuna le cose sono cambiate: ho lottato, ho vinto, e ora sono qui alle Finals. È incredibile. Ma ci tengo a sottolineare che, quando ho detto «volevo fermarmi», intendevo solo ricaricare le energie, non mollare del tutto. Non ho mai giocato per soldi, sono già a posto così da quel punto di vista. Il mio obiettivo era solo capire come tornare tra i primi 20, dove credo di dover stare.
Spesso hai detto che vuoi finire la tua carriera bene, a un buon livello. Ora che sei a un passo dalla top 10, non starai mica iniziando a pensare alla pensione?
No, non ancora. Penso che smetterò quando non proverò più emozioni: quando non mi importerà più di vincere o perdere, quando non romperò più le racchette o non esulterò dopo un bel punto. Finché mi diverto e sento le emozioni vive dentro di me, continuerò a giocare. Ho una famiglia che viaggia con me, sto bene, mi godo tutto questo. Però ho già in mente come vorrei concludere la carriera.
E l’Italia ne farà parte?
Sì, perché noP Ma vorrei chiudere la carriera con un’esibizione a San Pietroburgo. Anche una ad Astana e, se sarò abbastanza popolare sì, anche in Italia.
Se riuscissi a riempire uno stadio da 10 o 15mila persone, lo farei volentieri. Ma l’ultimissima sarà a San Pietroburgo.
Hai anche detto che ti piacerebbe vivere in Italia dopo la carriera. È vero?
Assolutamente sì. Ho vissuto cinque o sei anni a Monaco, ma per il futuro mi piacerebbe avere una casa per le vacanze in Italia, magari a Sanremo. Il vino è buono, la pasta è buona… cosa serve di più?
Quanto ha influenzato la tua carriera diventare padre? Ti ha dato una nuova prospettiva?
Sono padre da più di tre anni, ormai. Quindi sì, è qualcosa che ho già vissuto pienamente. Ti cambia, ti dà più responsabilità. E forse questo si riflette anche sul tennis. Nel mio caso penso di sì: mi ha aiutato a vedere tutto con maggiore equilibrio.
Foto di John Russo X ATP