Uno dei designer più influenti nella storia del calcio è sbarcato a Venezia: intervista a Drake Ramberg

Si è inventato delle maglie che hanno fatto epoca, oggi è la mente creativa dietro la quarta maglia del club lagunare. E sta continuando a innovare.
di Francesco Paolo Giordano 22 Dicembre 2025 alle 13:22
D RAMBERG 1

Senza Drake Ramberg, non sarebbe esistito un bel pezzo di estetica calcistica. A inizio anni Novanta, Ramberg, che iniziò a lavorare per Nike nel 1986 come graphic designer, costruì da zero quello che sarebbe stato il modo di intendere il calcio del brand americano. Negli anni successivi sarebbe diventato uno dei designer più influenti nella storia del calcio, creando alcune delle maglie più famose e imitate e creando una vera e propria legacy di Nike nel mondo del football. A distanza di decenni, Ramberg ha fatto il suo grande ritorno disegnando il quarto kit del Venezia, tra i club che negli ultimi anni hanno costruito meglio la propria identità. Realizzata in partnership con NOCTA, partner tecnico del Venezia, la quarta maglia presenta molti degli elementi tipici del linguaggio visivo di Ramberg: pattern ispirati all’architettura cittadina e texture del Leone Alato di San Marco sulle spalle ornano la base rosso/oro, colori che richiamano i colori del vessillo della città. Com’è nato il kit? Da dove è nata l’ispirazione? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

È stato più facile o più difficile progettare la maglia per un club come il Venezia, che da anni racconta la propria storia in modo brillante attraverso le sue divise?
Lavorare con un club come il Venezia è allo stesso tempo un privilegio e una responsabilità. Da un lato, entri in un’identità già incredibilmente forte e raffinata; dall’altro, proprio questa forza ti offre un quadro chiaro entro cui muoverti. Non lo definirei più facile o più difficile, ma più significativo. Quando un club ha una narrazione così potente, il tuo ruolo non è reinventarla, ma aggiungere un nuovo capitolo che risulti naturale, rispettoso e vivo. È proprio questa sfida a rendere il processo entusiasmante.
Hai preso ispirazione dal lavoro passato del club?
La storia visiva del club è stata un punto di partenza fondamentale, perché ti aiuta a comprendere la grammatica e la disciplina che stanno dietro all’identità del Venezia. Ma non è mai stato un processo solitario. Ciò che ha davvero plasmato il progetto è stato lo scambio continuo e stimolante con i team di Venezia FC e NOCTA. È stato un autentico lavoro di squadra: un dialogo costante in cui le idee venivano condivise, messe in discussione e affinate insieme. Da questa energia collettiva, l’ispirazione si è estesa alla città stessa, ai suoi simboli e alla sua atmosfera.

Quanto è stato interessante approfondire l’identità di una città unica al mondo?
Venezia è diversa da qualsiasi altro luogo sulla terra, e questo la rende un territorio creativo straordinario. Ogni angolo della città porta con sé strati di storia, spiritualità, artigianato e forza. Immergermi in questo ambiente è stato profondamente stimolante: dall’architettura all’iconografia, dal gioco di luce sull’acqua ai simboli incisi nella pietra. È il tipo di luogo in cui l’ispirazione non va forzata; ti circonda costantemente, e il tuo compito diventa tradurre questa profondità in un linguaggio visivo autentico.
Pensi che il modello Venezia possa essere replicato per altri club, italiani e internazionali?
Il modello del Venezia è unico perché va ben oltre l’idea tradizionale di club calcistico. Nel tempo si è evoluto in una vera piattaforma culturale e sociale, dove sport, identità e valori si incontrano. Oggi il Venezia è riconosciuto a livello internazionale non solo per ciò che accade in campo, ma per la sua estetica inconfondibile, le collaborazioni globali e lo straordinario contesto della città che rappresenta. Più che un club, è diventato un creatore di cultura, radicato in qualcosa di reale e irripetibile: il suo territorio, la sua storia e il suo linguaggio visivo. In un momento in cui i club di calcio stanno diventando brand globali e piattaforme culturali, il Venezia ha abbracciato questo cambiamento con autenticità, costruendo un linguaggio che nasce localmente e parla al mondo. Questa magia non può essere replicata esattamente, ma la filosofia che la sostiene – il rispetto per l’identità e il coraggio di esprimerla – è qualcosa da cui molti club possono trarre ispirazione.

Perché, secondo te, questo modello funziona così bene oggi, al di là delle maglie?
Il Venezia funziona perché, per sua natura, è diverso da qualsiasi altro luogo al mondo. È una città che è emersa dall’acqua, plasmata da secoli di storia, arte e resilienza umana. Questa unicità non è solo visiva: è culturale, emotiva e simbolica. Venezia è sempre stata un crocevia di creatività, artigianato e idee; qui la cultura e le arti non sono mai state una decorazione, ma un modo di vivere. Questa profondità conferisce alla città una rilevanza straordinaria a livello globale, che va ben oltre il calcio. Quando un club è radicato in un luogo con un’identità così potente e universale, ne eredita naturalmente il magnetismo. Il Venezia non rappresenta solo una squadra, ma una città che incarna bellezza, resistenza e leadership culturale. Ed è per questo che la sua storia risuona così fortemente oggi, in tutto il mondo.
Hai creato alcune delle maglie più belle e iconiche nella storia del calcio. Ce n’è una a cui sei particolarmente legato?
È difficile sceglierne una sola, perché ogni progetto è legato a un momento specifico, a una squadra e a un contesto. Alcune maglie diventano iconiche perché associate a grandi vittorie, altre perché hanno catturato un cambiamento culturale. Sento un legame profondo con diversi di questi design – come il Borussia Dortmund 1994/95, la maglia da trasferta dell’Arsenal del 1995 e le divise della Nazionale italiana della metà degli anni Novanta – non solo per il loro impatto visivo, ma per ciò che hanno rappresentato in termini di libertà creativa, collaborazione e narrazione. Ognuna segna un capitolo del mio percorso personale e professionale.

E cosa pensi del ritorno di alcuni design del passato, che tu stesso hai contribuito a creare?
Oggi c’è un forte senso di ritorno e nostalgia attorno alle maglie che hanno segnato momenti unici nella storia del calcio: non solo per il loro aspetto, ma per ciò che rappresentavano. Alcune sono diventate iconiche perché legate a grandi vittorie, altre perché hanno intercettato un cambiamento nella cultura e nell’attitudine. Vedere questi design tornare al centro delle conversazioni contemporanee è allo stesso tempo emozionante e affascinante. Mi sento legato a molti di essi non solo per il loro impatto visivo, ma per ciò che hanno rappresentato in termini di libertà creativa, collaborazione e storytelling. Ognuno è un capitolo del suo tempo e, quando riemerge oggi, porta con sé sia il significato originale sia una nuova vita, modellata da una generazione diversa.
Oggi le maglie da calcio sono diventate una dichiarazione culturale: quale aspetto della cultura contemporanea delle divise trovi più interessante e quale scenario immagini per il futuro?
Ciò che trovo più interessante oggi è come la maglia da calcio sia andata ben oltre il campo di gioco. Vive ormai nei mondi della moda, della musica, dell’arte e della street culture. Non è più solo una divisa sportiva, ma un simbolo di identità e appartenenza. Questa evoluzione crea opportunità straordinarie, ma richiede anche una maggiore responsabilità da parte dei designer. Guardando al futuro, credo che l’autenticità diventerà ancora più cruciale: le maglie destinate a durare saranno quelle radicate in storie vere, luoghi reali ed emozioni autentiche – non solo nelle tendenze o nelle logiche commerciali.

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