Ventotto partite in tutto, tralasciando l’assaggio estivo al Mondiale per club. L’era di Xabi Alonso al Real Madrid è durata appena mezza stagione: finisce dopo la cocente sconfitta in Supercoppa di Spagna per mano del Barcellona, per 3-2 domenica sera. Ma forse, in realtà, era finita già prima. Quando l’ex allenatore del Bayer aveva perso l’appoggio di molti big – da Vini Jr. in poi –, per cui intravedeva delle forzature tattiche difficilmente conciliabili con il liberalismo calcistico dei blancos. E in fin dei conti era finita prima ancora, quando il Real aveva scelto un allenatore dai principi di gioco ben definiti e da sviluppare nel lungo periodo. Cioè una tempistica semplicemente inconciliabile con l’hic et nunc del club più vincente della storia.
“Xabi Alonso avrà sempre l’affetto e l’ammirazione di tutti i nostri tifosi, perché è una leggenda del Real Madrid e ha sempre rappresentato i nostri valori”, il comunicato del club, spiegando che si è arrivati alla rescissione consensuale del contratto – contando di ripartire da un altro madridista doc: almeno per adesso, Mbappé e compagni ripartiranno da Álvaro Arbeloa, promosso dal Castilla e privo di esperienza in prima squadra. Un’operazione interna sulla falsariga del capolavoro Zidane, che proprio a gennaio di dieci anni fa prendeva le redini del Real subentrando alla fallimentare gestione Benitez.
Il problema di fondo è proprio questo: di Zidane o Ancelotti ne esistono pochissimi al mondo. Di Real pure ce n’è uno, è vero. Ma trovare il connubio giusto, in grado di far sbocciare un’alchimia collettiva foriera di trionfi continentali a ripetizione, è un processo molto delicato e precluso ai più. Fossero anche gli allenatori più preparati o innovativi del momento – in questo senso, Xabi Alonso era senz’altro reduce da un grandissimo hype. L’ex centrocampista ha illuso tutti iniziando la propria avventura al Real meglio di chiunque altro: tredici vittorie nelle prime quattordici partite stagionali. Uno sprint da schiacciasassi. Che tuttavia ha portato le aspettative a mille, facendo implodere la situazione alla prima difficoltà gestionale.
I malumori di Vini Jr. sono stati subito sotto gli occhi di tutti, anche quando i risultati arrivavano convincenti. Poi si sono aggiunti pian piano anche altri pilastri della rosa: da Valverde a Bellingham, sempre più fuoriclasse del Real hanno iniziato a sentirsi ingabbiati dal modo di allenare di Xabi Alonso. E a differenza della totale disponibilità dei suoi uomini trovata al Bayer in Germania, qui la guida tecnica non è riuscito a convincere i calciatori delle idee che cercava di trasmettere.
Così i blancos sono crollati – si fa per dire: comunque vincendone sette delle successive 14 –, incassando i fischi del Bernabéu già un mese fa in occasione del brutto ko interno per mano del Celta Vigo. L’astinenza dallo stadio casalingo a causa della NFL a Madrid di certo non ha aiutato, ma non può e non deve diventare una scusante. E la resa in Supercoppa contro i rivali di sempre, in modo forse più netto di quanto il risultato non dica, ha sancito la parola fine. Cioè quella di Florentino, che già da un mese stava facendo approfondite valutazioni interne sul futuro di Xabi Alonso.
Magari con Arbeloa il Real riuscirà a inventarsi il nuovo Zidane – spoiler: difficile. Eppure questa storia dice una volta di più che in un club così atipico e galattico, dove i calciatori sono aziende, i trofei status symbol e le vittorie quasi un obbligo morale, più l’allenatore è “ingombrante” – col suo credo tattico altrove visionario –, più si ritrova di fronte a un compito impossibile. Cioè quello del gestore invisibile, chiamato a far convivere, con grande spessore umano, delle anime del pallone già abbastanza grandi senza bisogno di altri protagonisti in spogliatoio – da qualunque lato lo si guardi. Carletto era perfetto anche per questo. Solo che è in Brasile e il Real, al momento, è solo di nuovo.