Per quello che doveva essere San Diego FC, squadra MLS fondata nel 2023 e reduce dalla sua prima stagione in MLS, quello di Hirving Lozano era parso l’acquisto perfetto. Si trattava di un giocatore esperto ma ancora trentenne, che aveva già raggiunto il suo prime a Napoli nell’anno del terzo scudetto ma che era integro e potenzialmente in grado di fare la differenza in MLS. Avere poi uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio messicano a due passi dal confine, beh aveva tutta l’aria di essere l’operazione commerciale perfetta. E invece, come spesso accade quando si pensa di aver messo tutti i pezzi nel posto giusto, le cose non sono andate benissimo. Anzi, sono andate piuttosto male.
Resta poco chiaro chi abbia detto cosa, e a chi, nello spogliatoio do San Diego durante la sfida contro gli Houston Dynamo alla vigilia dei playoff della scorsa stagione. Ciò che è certo è che, a quasi tre mesi di distanza, il club ha riconosciuto che il “Chucky” è stato coinvolto in un «alterco verbale interno». Come riportato da Goal.com, l’episodio ha portato alla sua esclusione dall’undici titolare per tutte le partite di postseason giocate da San Diego, che ha chiuso i playoff con la sconfitta in finale di Conference. E ora il club californiano ha confermato che Lozano, Designated Player e calciatore più rappresentativo del roster, lascerà San Diego.
«Abbiamo avuto molte conversazioni con Hirving e con i suoi rappresentanti durante l’offseason, e anche lo scorso anno» ha dichiarato ai giornalisti il direttore sportivo di San Diego, Tyler Heaps. «Abbiamo comunicato che non farà parte del nostro progetto sportivo futuro. Non è stata una decisione presa alla leggera». Il nesso causa-effetto rimane comunque opaco. Ciò che appare evidente, però, è il risultato finale: San Diego ha voltato pagina, ha dimostrato di poter funzionare anche senza Lozano e ora sembra determinato a chiudere definitivamente il rapporto con il giocatore. Che continua ad allenarsi con la squadra, ma allo stato attuale non è più centrale nei piani del club.
È vero, Lozano ha prodotto una quantità solo sufficiente di gol e assist, rispettivamente nove e otto in 27 partite giocate. Il punto, però, è che i Designated Player devono avere un impatto più forte. In campo e fuori, anche a livello di immagine. L’incapacità di Lozano di incidere fino in fondo ha fatto sì che la sua esperienza nel sud della California risultasse al di sotto delle aspettative. Aspettative che, al momento delle firme sui contratti, erano abbastanza alte: l’operazione aveva una sua logica tecnica e commerciale, ogni team MLS che “apre” un nuovo mercato ha bisogno di un grande nome. La lega è ormai abbastanza conosciuta da attirare anche il pubblico occasionale, ma una squadra che nasce praticamente dal nulla ha bisogno di una stella capace di catalizzare l’attenzione, di catturare nuovi fan sul suo territorio di riferimento. In questo senso, Lozano sembrava perfetto per San Diego: un calciatore messicano molto popolare, in uscita dall’Europa quando aveva ancora qualità da offrire, pronto a firmare un contratto importante in MLS.
Inoltre San Diego era un terreno vergine, nel senso non è una città famosa per un tifo sportivo particolarmente acceso o per una fedeltà incrollabile alle proprie squadre. Tuttavia, il peso mediatico di Lozano aveva il potenziale per cambiare le cose. Lo Snapdragon Stadium dista meno di 50 chilometri dal confine messicano e da anni esiste una tradizione consolidata di tifosi messicano-americani che passano la dogana per seguire le partite di Liga MX a Tijuana. Per una franchigia di espansione, l’obiettivo era chiaro: assicurarsi una stella riconoscibile, con ancora molto calcio nelle gambe, in modo da costruire la fanbase.
Per molti aspetti, l’operazione richiamava il trasferimento di Carlos Vela al LAFC, negoziato quasi dieci anni prima da Tom Penn, che oggi è il CEO del San Diego FC. Quel modello aveva funzionato alla perfezione a Los Angeles, e si sperava potesse replicarsi anche a San Diego. E per un periodo è stato anche così: Lozano è partito subito titolare, ha fornito un assist all’esordio e mantenuto una produzione abbastanza costante lungo tutta la stagione. È stato uno dei tre giocatori di San Diego selezionati per l’All-Star Game MLS. Paradossalmente, le uniche squadre contro cui non è riuscito a incidere sono state quelle messicane nella Leagues Cup, competizione in cui la squadra californiana ha faticato. Al momento della partita poi rivelatasi fatale contro Houston, il 4 ottobre, Lozano contava già 17 contributi tra gol e assist.
Poi è arrivata la rottura, e San Diego se l’è cavata anche senza Lozano. Al punto che il tecnico Mikey Varas rese chiaro, già dalle scelte di formazione, che il Chucky non era così indispensabile. Proprio partendo da qui, bisogna considerare un aspetto importante della vicenda: i Designated Player costano molto e sono estremamente complicati da piazzare sul mercato. Lozano era il quinto giocatore più pagato della MLS, con uno stipendio da 7,6 milioni di dollari. San Diego aveva versato 12 milioni al PSV per renderlo il primo acquisto della propria storia, in un’operazione dal forte appeal commerciale. Doveva essere l’uomo in grado di dare quel qualcosa in più, di rendere una buona squadra ancora migliore e di vendere magliette.
Nell’accordo, però, c’era anche una clausola non scritta per cui Lozano avrebbe dovuto tenere un comportamento sempre adeguato, sempre corretto. Anche in questo caso c’entra la condizione particolare dei Designated Player. Che sono superstar indiscusse messe a un livello superiore rispetto ai compagni: tutti sanno che guadagnano più dei compagni e che su di loro grava una pressione superiore a quella di un calciatore con un contratto regolare. Quando è diventato evidente che questo agreement non reggesse più, Varas ha preso la decisione: Lozano può andare via.
In teoria, per San Diego sarebbe stato più semplice liberarsi di Varas. E invece l’ex ct ad interim della Nazionale statunitense ha gestito benissimo la situazione: nonostante le voci e le indiscrezioni sulle presunte intemperanze di Lozano, nulla è mai davvero trapelato all’esterno. Varas ha risposto alle domande con professionalità, rifugiandosi in formule come «stiamo gestendo la questione internamente». Frasi che funzionano poco sui social, ma che spesso fanno la differenza per la stabilità di un allenatore.
Ha aiutato anche il fatto che Varas si sia rivelato un tecnico di buon livello nel suo primo anno alla guida della squadra. Ha affrontato infortuni, malumori nello spogliatoio e i pregiudizi tipici sulle franchigie in crescita, riuscendo a costruire un gruppo competitivo e un gioco efficace e piacevole da vedere. Le squadre di nuova fondazione dovrebbero faticare, e invece San Diego è arrivata fino alla finale di Conference con una rosa corta e piena di incognite. E l’ha fatto rinunciando a Lozano. Anche questo, in fondo, deve aver avuto un peso in questo addio così inaspettato.