Il tennis mi fa sentire ancora vivo, intervista a Matteo Berrettini

Il protagonista dell'ultima Davis vinta dall'Italia parla della sua carriera, delle sue prospettive, del suo rapporto maturo con le vittorie e le sconfitte. E di un amore infinito, anche se tormentato, per un gioco che è diventato la sua vita.
di Giuliana Lorenzo 14 Gennaio 2026 alle 02:05
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«Sono pur sempre un caciarone romano», ammette scherzando Matteo Berrettini, atleta di Red Bull. Dell’ex numero sei al mondo della classifica ATP, reduce dalla seconda vittoria di fila in Coppa Davis con l’Italia, si è detto e scritto tanto, forse pure troppo. Troppo perché quel ragazzone dal corpo fragile ha un animo gentile, spesso tormentato ed è anche un po’ timido. È vero, la battuta non manca mai, come quando dice che a Jannik Sinner o Carlos Alcaraz ruberebbe la posizione in classifica. Però, di base, il tennista romano è una persona semplice. Sua madre, che l’ha osservato anche quando per le strade della sua Roma ha corso come tedoforo con la Fiamma Olimpica di Milano Cortina 2026, è la sua eroina. Legatissimo alla famiglia ha trovato in quella racchetta, nel suo servizio e nel suo diritto un modo per esprimersi, perdersi e ritrovarsi altre mille volte. Il tennis, rivela, è passione, scorre nel suo sangue ed è ciò che ancora adesso gli permette di sentirsi vivo.

Che succede a Matteo Berrettini in Coppa Davis?
Sicuramente scatta qualcosa dentro di me in termini di stimoli e a livello di emozioni. Giocare per i miei compagni, rappresentando la mia nazione, per tutte le persone che stanno lì con il capitano in panchina, con i ragazzi che mi guardano, che mi incitano, è qualcosa che da sempre risveglia certe sensazioni e mi dà un’ulteriore spinta.
Recentemente hai detto che il tuo tennis sta evolvendo, che intendevi?
Intendevo che, fortunatamente (sorride, ndr), divento più “saggio”: tutte le partite, tutti gli allenamenti che ho fatto mi hanno aiutato. Secondo me, in tante cose, sono migliorato… dalla gestione dei match a quella delle emozioni, fino alle scelte o i dettagli tecnici. Non posso ignorare il fatto che questo sia uno sport in cui ci sia bisogno di continuità, e per questo, il livello massimo arriverà quando riuscirò a giocare un bel numero di partite di fila.

In vista dell’imminente inizio della prossima stagione che obiettivi ti dai?
Non mi sento di dire nulla per quanto riguarda gli obiettivi, non perché non ci pensi o mi voglia nascondere. Sono in un momento della carriera in cui ho capito che la cosa più importante è stare bene a 360°, una volta trovata quella stabilità, l’equilibrio e la voglia di fare quello che faccio con il sorriso sulle labbra, potrò raggiungere risultati importanti. Devo pensare a questo ancor prima di focalizzarmi sul resto e sul campo.
Sono previsti nuovi innesti nel team?
Per quanto riguarda il team ci sono dei movimenti ma, attualmente, non mi sbilancio. Sia io che Alessandro Bega, il mio allenatore, come ho sempre detto, siamo aperti ad eventuali aggiunte. A breve vedremo che succederà.

In una recente intervista tua mamma ha dichiarato che ora, forse come non mai, è un momento in cui hai raggiunto l’equilibrio. Quanto l’hai inseguito?
Mi è sfuggita la sua intervista, non l’ho letta, però (ride, ndr) credo che la mamma abbia ragione. In fondo non c’è nessuno che mi conosca come lei. L’equilibrio è un qualcosa di difficilissimo da trovare per tutto, in qualsiasi ambito della vita, che sia quello sportivo, a livello personale e familiare. Ti permette di fare le giuste valutazioni e di non esagerare con le reazioni, positive o negative che siano. Molto spesso mi è capitato di trovarmi in un loop troppo negativo, di precipitare nell’oscurità. Percepita anche come ingiustificata, a un occhio esterno. Altre volte sentivo che andava tutto troppo bene e ho rischiato di perdere quasi il contatto con la realtà. In questo momento sono equilibrato perché mi accorgo che sono successe cose e ne stanno succedendo tantissime altre, belle o meno piacevoli. Però nulla mi ha fatto sbandare, e penso che questo sia sintomo di grande maturità.

Stai riconoscendo la tua crescita: quanto sei intransigente con te stesso?
Tanto, probabilmente troppo. E imparare a esserlo meno mi ha aiutato a vivere meglio. Da sempre richiedo a me stesso degli alti standard, e continuo a impormeli. Sono davvero la persona che pretende di più da se stessa. Questo rende ogni cosa complessa, soprattutto quando sai che, dall’esterno, ci sono persone che pretendono altrettanto, e questa cosa si aggiunge a quello che fai tu. Così diventa una miscela esplosiva, e quindi imparare a smorzare questa situazione mi sta portando ad essere più sereno, più tranquillo, a togliermi un po’ di pressione addosso. E, fondamentalmente, a godermi questo viaggio che sto facendo.
Un viaggio spesso in solitaria, per te che sei amante degli sport di squadra quasi un paradosso. Quanto ti rende solo fare la vita da tennista?
Eh, è abbastanza solitaria. È vero che viaggiamo sempre con un team, che nel mio caso, è diventato ed è quasi una famiglia. Sono degli amici, però non sono i tuoi affetti, non sono gli amici di sempre, non sono i tuoi familiari. Mi sento di dire che la competitività ti porta a vivere tutto all’estremo. Ti fa sentire, alcune volte, più solo, più triste di quello che sei, perché c’è la pressione di andare a competere, ci sono gli avversari, c’è il torneo, c’è la tensione che estremizza tutto. È una vita solitaria, per fortuna da solo sto bene: mi piace ritagliarmi i miei spazi, però sono anche un caciarone romano che apprezza stare insieme agli altri. Tra le cose che più adoro, per esempio, c’è andare a cena con i miei amici: giocando a tennis da tanti anni, impari a stare bene senza gli altri… Però la nostalgia forse è l’ultima cosa a cui ti abitui.

Tempo fa avevi condiviso, su Instagram, una foto con una caption di una canzone di Marracash che dice “Evitare la sofferenza è una sofferenza”. Com’è stato in questi anni il tuo rapporto con questo stato d’animo?
È stato un rapporto duro, diretto e schietto, perché non sono mai riuscito a vivere la mia vita in folle. In negativo e in positivo, sono sempre in sesta: nelle emozioni mi ci butto a capofitto. Nella gioia sono molto felice, nella sofferenza vado realmente in profondità, arrivo quasi a toccare il fondo. Come recita la canzone, giustamente, evitare di sentirsi tristi è la cosa peggiore che tu possa fare, no? Bisogna esternare i propri pensieri, bisogna cercare di tirare fuori quello che si sta sentendo, perché altrimenti vieni mangiato vivo. Per mia fortuna, sono sempre riuscito a condividere le mie emozioni, belle o brutte che fossero. E, nonostante questo, ci sono stati momenti in cui la sofferenza mi ha portato in posti un po’ bui. Devo dire la verità, sono stato fortunato ad avere persone intorno a me che mi hanno capito, accolto, sostenuto e sono stato anche bravo a mettermi a lavorare per cercare di superare questi momenti.

 

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E quindi è lecito chiedere, come successo – ma è solo l’esempio più clamoroso – ad Andre Agassi: sei arrivato ad odiare il tennis e a provare un senso di rifiuto?
Assolutamente. Credo che sia una cosa più che normale, soprattutto se pensiamo che ho quasi trent’anni e ho iniziato a giocare quando ne avevo sette, tutti i giorni: è una vita intera. Fino ad una certa età è stata la mia passione, quella che accompagnava le mie giornate, ma le persone non mi riconoscevano in quello che facevo. Adesso, anche se decidessi di mettermi la giacca e una cravatta e andassi in un hotel sperduto nel mondo, probabilmente ci sarebbe qualcuno che mi direbbe “No, sei un tennista”. Il tennis fa parte del mio sangue ed è più che normale sentire quel rigetto. La cosa bella di cui mi sono accorto in questi mesi è che il mio sport, o comunque il contesto in cui mi ritrovo, mi rendono veramente vivo. È necessario saper calibrare al meglio il tutto per far sì che ci sia energia e non tristezza.

Negli anni come è cambiato il rapporto con la vittoria e la sconfitta?
Ovviamente ho sempre avuto un rapporto pessimo con la sconfitta e buono con la vittoria: dico sempre che la sconfitta è sempre peggio della vittoria in termini di emozioni. L’emozione negativa di un ko è maggiore delle sensazioni positive che raccogli dopo un successo. Il tennis insegna a perdere, perché bene o male succede tutte le settimane, però i conti li ho dovuti fare più con gli infortuni. Sono stato costretto a rapportami più sull’impossibilità di non riuscire a scendere in campo. È molto diverso dal pensare “Ok, me la sono giocata, il mio avversario è stato più bravo di me, mi sono spaventato, non ho giocato bene, dovevo fare così, avrei dovuto servire di là”. È una sconfitta differente: devi arrenderti e accettare che il tuo corpo non ti permetta di avere una chance. È più difficile da digerire, per fortuna sono riuscito ad andare anche oltre questo.

Dopo che hai vinto la Davis, hai detto che non siete eroi. Per il Matteo bambino chi era un eroe e chi è oggi? C’è qualcuno che per te fa qualcosa di eroico?
Oggi è qualcuno che fa del bene, che salva vite, che mette la propria incolumità o comunque la propria disponibilità per cercare di fare del bene a qualcun altro. È la generosità nella forma più alta possibile. Penso a chi assiste le persone malate, chi si impegna per trovare cure. Da piccolo? Difficile, forse non avevo un eroe. Ho avuto degli idoli sportivi, come LeBron James o Roger Federer. Per me, erano “solo” grandissimi sportivi che mi motivavano e spronavano. Ultimamente, sto pensando che l’eroina più grande è mia mamma, per come ci ha cresciuto, per quello che ha fatto, per i sacrifici che hanno fatto lei e mio padre. Pur avendo un milione e mezzo di punti interrogativi, hanno investito su me e mio fratello (Jacopo, anche lui tennista, ndr) senza guardarsi indietro. Si sono spaccati la schiena, hanno lavorato e queste sono le cose che veramente mi emozionano.
Nel 2026 compi 30 anni, un augurio che ti fai?
Grazie per avermelo ricordato (ride, ndr)! Mi auguro di avere questa leggerezza nei confronti delle cose un po’ meno belle che possono accadere. Spesso è stato pesante, succedeva qualcosa e per lunghi periodi mi demoralizzavo e non riuscivo a rendermi conto di quanto, invece, fosse bello tutto. Avere lucidità nel dire “Ok, è successa una situazione non piacevole, però alla fine siamo lì, alziamo la testa e piano piano ci lavoriamo”. Credo sia un ottimo augurio. Perché, al contrario, sarebbe una bella sofferenza.

Da Undici n° 66
Foto di Gabriele Seghizzi e Red Bull Content Pool
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