Diversi calciatori iraniani hanno deciso di schierarsi con le proteste dei loro connazionali, sfidando apertamente il regime

E per chi come Taremi manifesta solidarietà al popolo iraniano, il pericolo rischia di ricadere sui propri cari rimasti intrappolati nella Repubblica Islamica.
di Redazione Undici 14 Gennaio 2026 alle 17:23

Ci possono essere ottime ragioni per non esultare dopo un gol segnato — la più frequente delle quali è notoriamente la legge dell’ex. Ma nessuna è nobile quanto il gesto di chi fa dello sport un veicolo di denuncia sociale verso il resto del mondo. Soprattutto quando la situazione è disperata, quando tra rivolte e repressioni sempre più violente le telecomunicazioni del proprio Paese sono ormai fuori uso. Il megafono dell’Iran è allora Mehdi Taremi, e chi come lui ha scelto di mettere a repentaglio la propria immagine — e soprattutto i propri cari, rimasti in patria — pur di sensibilizzare gli occhi del mondo nei confronti di una tragedia di cui si sa ancora troppo poco.

Sabato l’ex attaccante dell’Inter, ora all’Olympiakos, ha segnato il suo ottavo centro stagionale. Buon per la sua squadra, che ha battuto l’Atromitos rinforzando la sua leadership nel campionato greco. Ma la surreale reazione di Taremi non è passata inosservata: sguardo a terra, silenzio, nessun segno di gioia. “Riguarda quel che sta succedendo nel mio Paese”, ha spiegato il 33enne, 56 gol e 101 presenze nella sua Nazinoale. “Ci sono gravi problemi tra la nostra gente il governo. Il popolo iraniano è sempre stato con noi, e per questo noi siamo con loro: non potevo festeggiare un gol mentre laggiù succedono certe cose. So che i tifosi dell’Olympiakos mi vorrebbero contento, ma in solidarietà con la mia gente oggi non ho alcunché per cui esultare”.

E se i tifosi greci chiaramente capiranno, il problema è quel che Taremi rischierà in patria. Sin dalla rivoluzione islamica del 1979, la repressione del dissenso a Teheran e dintorni è sempre stata brutale e le personalità dello sport che a più riprese si sono espresse per un Iran più libero e giusto hanno dovuto affrontare situazioni via via più drammatiche. Quattro anni fa toccò perfino ad Ali Daei — forse l’unico calciatore iraniano ancora più leggendario di Taremi o Azmoun —, che in seguito alle sue proteste contro il regime degli ayatollah ha visto la propria famiglia impossibilitata a lasciare il Paese. Sempre nel 2022, durante l’ultimo Mondiale, l’ex difensore della Nazionale Voria Ghafouri fu invece imprigionato “per aver diffuso propaganda anti-iraniana” (leggasi: per aver denunciato la morte di Mahsa Amini, la donna ormai simbolo della tragica condizione femminile in Iran).

La scorsa settimana Ghafouri aveva di nuovo dimostrato la sua solidarietà ai manifestanti, chiudendo i bar di cui è titolare a Teheran in segno di protesta (e rischiando ancora una volta tantissimo). È più difficile che personalità come Taremi, così note a livello internazionale, possano andare incontro ad analoghe tattiche di rappresaglia, ma i parenti e gli amici rimasti a casa continuano a essere pericolosamente sotto tiro. Oggi perfino Carlos Queiroz, storico ct della Nazionale, ha decisamente cambiato registro rispetto alle uscite del passato, quando manifestava insofferenza per le domande “politiche” rivolte dai cronisti. “A tutto il popolo iraniano. Miei adorati giocatori, collaboratori e amici: ho trascorso tantissimi anni insieme a voi e conosco la vostra dignità, il vostro calore e la vostra resilienza. Il mio cuore e i miei pensieri sono a fianco del popolo iraniano in questi difficili ma concitati giorni di speranza. Sono profondamente preoccupato per la vostra salute e sicurezza”. Non c’è più profilo di riguardo, nel mondo dello sport, che pensi che dell’Iran si sia parlato fin troppo. Anzi, le non-esultanze di Taremi arriveranno a fare scuola.

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