C’è stato un istante, durante il Derby della Mole giocato a novembre, in cui Alberto Paleari è sembrato semplicemente insuperabile. Non a caso ne è uscito con il premio di MVP: una consacrazione improvvisa per chi, fino alla scorsa stagione, era il terzo portiere del Toro e, poco prima, difendeva i pali del Benevento in Serie C. Eppure, appena uscito dal campo, Paleari torna sempre a essere uno di noi. Basta cercarlo su LinkedIn. Lì trovate un professionista “qualunque” che cura il proprio profilo, che posta orgoglioso gli attestati dei corsi sull’Intelligenza Artificiale e racconta la sua voglia di imparare da figure come Marco Montemagno.
È il segnale che qualcosa è cambiato: LinkedIn è diventato il place to be anche per i calciatori. Non ci vanno – al momento – per cercare squadra, ma per raccontarsi, per smontare i pregiudizi e mostrare che fare il calciatore è un mestiere vero, svolto da persone normali. Così, mentre racconta di essere stato primo in classifica per “gol evitati” in C, sembra che lo utilizzi per legittimarsi, per dimostrare che dietro ai privilegi c’è un lavoro fatto di competenze, ambizione e responsabilità. E scorrendo il feed, ci si accorge presto che quella del portiere granata non è una voce fuori dal coro, ma solo uno dei tanti esempi di giocatori che ormai popolano e aggiornano la piattaforma.
Proprio su LinkedIn, Paleari rivendica con orgoglio anche la sua avventura passata da YouTuber e content creator, dimostrando – in tempi non sospetti, ben prima che diventasse una moda tra i calciatori moderni – che un giocatore può avere una voce e una creatività slegate dal rettangolo di gioco. In Italia, questa “doppia vita” professionale ha un altro testimonial d’eccezione: Robin Gosens. L’esterno della Fiorentina, laureato in psicologia, ha trasformato il suo profilo in un luogo introspettivo. Gosens è diventato – forse anche grazie a LinkedIn – una voce autorevole su temi che il calcio, per cultura o paura, ha sempre nascosto: la salute mentale, la gestione del fallimento, la resilienza. In questo contesto, la piattaforma funge da garante: LinkedIn conferisce alle parole di Gosens quella patina di istituzionalità e quel peso specifico necessari per essere presi sul serio. Robin svaria su argomenti che esplora nel suo podcast Wie Gehts? – tradotto: “Come stai?” – un progetto interamente dedicato al benessere psicologico. Ma la sua non è solo teoria: Gosens usa LinkedIn anche per criticare le storture del sistema-calcio dall’interno. Tra gli altri, ha fatto un lungo post, esaustivo e molto personale, contro la chiusura del calciomercato a stagione iniziata: un’analisi lucida sullo stress e sull’illogicità di avere la testa alle trattative mentre si gioca per i tre punti.
Per altri, invece, LinkedIn è il quartier generale del proprio lato imprenditoriale. Prendete Mario Götze:’uomo che ha deciso un Mondiale, oggi al Francoforte, è diventato uno dei profili più interessanti della business community sportiva. Götze, infatti, si muove ormai come un vero Business Angel, ovvero investendo capitali in startup innovative. I suoi post spaziano dalla tecnologia sanitaria al benessere a 360 gradi, in cui racconta di trattare il proprio corpo quasi come un asset aziendale da ottimizzare. Un approccio simile, ma con una declinazione etica radicale, è quello di Morten Thorsby. Per il centrocampista del Genoa, LinkedIn non è una vetrina, ma il megafono della sua fondazione, “We Play Green”. Qui il calcio diventa il pretesto per fare attivismo, per parlare di crisi climatica e sostenibilità con un piglio manageriale che striderebbe sui ritmi veloci di Instagram o TikTok. E sulla stessa scia si muove Cody Gakpo – tra l’altro ex compagno di Götze al PSV – che utilizza la piattaforma per strutturare la sua identità imprenditoriale, dimostrando come un atleta debba trasformarsi in investitore oggi per non trovarsi impreparato nel post-carriera.
Infine, c’è chi, come Thomas Müller, porta su LinkedIn l’essenza stessa dello spogliatoio. Il tedesco non cerca lavoro né investitori: si posiziona come un esperto di leadership e gestione delle risorse umane, quasi fosse un CEO in prestito al calcio giocato. LinkedIn, insomma, è l’ultimo tassello che certifica la fine del calciatore monodimensionale. Mentre Instagram e TikTok scivolano sempre più verso l’intrattenimento puro e la viralità – finestre divertenti ma spesso superficiali sulle vite dei campioni – LinkedIn è diventato il luogo della legittimazione intellettuale. Non è solo una mossa di marketing, ma una forma di assicurazione sul futuro: in un’industria che tende a dimenticare i suoi protagonisti appena smettono di giocare, curare il proprio profilo professionale significa rivendicare un’identità che non scade al momento del ritiro. Significa dire al mondo, e forse anche a sé stessi: “Non guardate solo i miei piedi, ascoltate come ragiono”.