I minuti finali dei tempi regolamentari della finale di Coppa d’Africa 2026 tra Senegal e Marocco sono stati assurdi, incredibili, di certo mai visti prima nella storia del calcio – intendiamo quelli ai massimi livelli. Eppure, fino all’annuncio degli otto minuti di recupero concessi dall’arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo, il match era rimasto fedele al copione tipico delle grandi finali: equilibrio, prudenza, tensione neanche tanto latente. Il Marocco padrone di casa e il Senegal erano state due squadre attente a non scoprirsi, consapevoli che un singolo episodio avrebbe potuto decidere tutto. E più o meno è andata così, ma solo dopo una ventina di minuti senza alcun senso.
Tutto comincia al minuto 96’; sugli sviluppi di un calcio d’angolo, viene assegnato un rigore al Marocco. Il fallo (lieve) di Diouf su Brahim Diaz viene considerato tale solo dopo l’intervento del VAR, che ha richiamato l’arbitro al monitor. È una decisione che spacca immediatamente la partita in due, non tanto sul piano tattico quanto su quello emotivo. I giocatori del Senegal reagiscono con rabbia, incredulità, manifestando la chiara percezione di sentirsi vittime di una palese ingiustizia. Anche perché, quattro minuti prima, era avvenuto un altro episodio piuttosto significativo: sugli sviluppi di un angolo battuto dai giocatori senegalesi, Sarr aveva trovato il gol dopo che il colpo di testa di Seck avava colpito la traversa; allo stesso Seck, però, era stato fischiato un fallo dopo una spinta (leggera, ma visibile) ai danni di Hakimi.
In pratica, si può dire, i giocatori del Senegal sono esplosi. La loro non è una protesta rituale: è una rottura vera, che porta addirittura all’abbandono momentaneo del campo. In una finale continentale, a pochi secondi dalla fine dei regolamentari, è un gesto che pesa come un macigno e che racconta meglio di qualsiasi replay quanto quei minuti fossero diventati ingestibili. È stato addirittura il ct dei senegalesi, Pape Thiaw, a “chiamare” i suoi giocatori e a indicargli la via degli spogliatoi. Sadio Mané è tra i pochi che prova a scongiurare l’abbandono della partita, sui tabelloni luminosi dello stadio si legge che siamo arrivati al minuto 102′. Sul web sono circolate anche le immagini di alcuni tafferugli tra tifosi senegalesi e polizia marocchina, nel frattempo alcuni giocatori senegalesi erano tornati negli spogliatoi – da dove Ibrahim Mbaye ha pubblicato una storia su Snapchat in cui si è definito «vittima di un furto» – in attesa di capire come sarebbe andata a finire.
Quando il gioco riprende, dopo più di un quarto d’ora, il rigore di Brahim Díaz non è più solo un rigore. È un punto di collisione tra pressione, responsabilità e nervi scoperti. La scelta dello stesso Brahim di calciare con cucchiaio, in quel contesto, amplifica tutto: il rischio, l’arroganza percepita, il peso psicologico. La parata di Mendy non è soltanto l’intervento di un portiere, ma un’esplosione emotiva che ribalta completamente l’inerzia della finale. In pochi secondi, il Marocco passa dall’illusione del trionfo alla frustrazione totale; il Senegal, invece, passa dalla dalla rabbia alla liberazione.
Ed è qui che i minuti finali dei regolamentari mostrano tutta la loro importanza. Non decidono il risultato sul tabellino, ma decidono la partita nella testa dei giocatori. Dopo quel rigore fallito, il Senegal entra virtualmente in vantaggio psicologico, mentre il Marocco sembra svuotato, come se avesse già speso l’ultima occasione. I tempi supplementari non faranno che certificare ciò che quei minuti avevano già scritto: tecnicamente il Senegal ha vinto la Coppa d’Africa con la rete di Papa Gueye dopo quattro minuti dei supplementari, ma di fatto l’ha vinta nel momento in cui Díaz ha sbagliato il suo rigore. Anche se, questo va detto, il gol che ha deciso la finale è stato davvero molto bello. Sotto, per chi volesse, c’è un video, lungo 20 minuti, che inizia con l’assegnazione del rigore e termina con il cucchiaio sbagliato da Brahim.
Tutto il mondo, naturalmente, ha visto e commentato quanto avvenuto a Rabat. E le parole utilizzate da chi ha seguito la partita, ovviamente intendiamo i giornalisti delle testate più autorevoli del pianeta, hanno contribuito a restituire l’assurdità della finale. Ecco un po’ di esempi: Jonathan Wilson, sul Guardian, ha scritto che «quella tra Senegal e Marocco, dopo la decisione dell’arbitro e del VAR, è stata la finale più ridicola di sempre, in un grande torneo di calcio»; i cronisti di The Athletic hanno definito il finale di partita come «una scena che nessun tifosi di calcio vorrebbe vedere in una finale; Vincent Duluc, giornalista de L’Équipe, è stato solo leggermente più benevolo: «Più simile a una sessione di bungee jumping sul Grand Canyon che a un ottovolante di emozioni, questa finale è stata quasi salvata dal rigore sbagliato da Brahim Di1az: quando il giocatore del Real Madrid, con la mente chiaramente annebbiata dopo 18 minuti di attesa, ha pensato che una Panenka fosse il modo migliore per assicurare il titolo d’Africa al Marocco, in quel momento è svanito il disagio provato per le decisioni arbitrali favorevoli alla squadra di casa».
Ci sarebbero tanti altri esempi da fare, tanti altri articoli internazionali da citare, ma tutti sono andati più o meno in questa direzione. Quel che resta, alla fine, è una sequenza di immagini che resterà scolpita nella storia del calcio. Non solo quello senegalese o quello africano, ma quello mondiale. E in fondo è anche un peccato, perché in questo modo una grande finale, una grande vittoria – il Senegal è al secondo titolo continentale consecutivo – e una grande sconfitta – il Marocco era super-favorito, non solo perché ospitava il torneo, e non vince la Coppa d’Africa da cinquant’anni esatti – sono state completamente oscurate da venti minuti di follia.