La copertina non che poteva che prendersela il nuovo eroe di Lisbona, che per un attimo – quello più importante, al 98esimo – sveste i panni da portiere e indossa quelli da attaccante di razza. Punizione alla disperata, tutti in the box, compreso Anatoly Trubin. Perché da bordocampo glielo dice José Mourinho – dunque la cassazione, in fatto di Champions League. Finale: gol di testa del numero uno, Benfica qualificato ai playoff e bolgia eterna dell’Estádio da Luz. Una sceneggiatura del genere mancava anche all’epica carriera dello Special One. E pure alla lunga storia della massima competizione europea, che da quando ha unito i mazzi – cioè i gironi, e pluribus unum – ha trovato innumerevoli modi di sparigliare le carte.
Dietro la trionfale incornata di Trubin, soltanto in questa stessa ultima giornata, sono fioccate tantissime altre sottotrame cariche di colpi di scena. L’impresa del Bodo Glimt, che sbancando il Wanda Metropolitano ha forse scritto la pagina più importante della sua storia europea – e spedito anche l’Atlético Madrid agli spareggi, proprio come il Real sconfitto dal Benfica. L’inciampo dei campioni in carica del PSG, che in casa contro il Newcastle non vanno oltre l’1-1 e saranno costretti pure loro alla doppia sfida playoff. L’exploit del Tottenham, che arranca in campionato eppure in Champions sfavilla e chiude il girone al quarto posto dietro Arsenal, Bayern e Liverpool.
Altrettante menzioni d’onore per chi al contrario non ce l’ha fatta, ma ci è andato davvero vicino. La beffa del Marsiglia di De Zerbi, crollato a Brugge proprio sul più bello e castigato a distanza per differenza reti proprio dal Benfica. Il clamoroso sogno del debuttante Pafos, vivo fino all’ultimo azione: contro lo Slavia Praga i ciprioti segnano due gol tra l’84’ e l’87’, ne sarebbe servito un altro per acciuffare un incredibile ventiquattresimo posto. Stessa sorte per l’Athletic, rimontato a Bilbao dallo Sporting Lisbona. E per il PSV, che tre partite fa profanava Anfield con un poker inaudito: da lì allora soltanto sconfitte, ed eliminazione.
Insomma, classifica alla mano il dato entusiasmante è che alla vigilia dell’ultima giornata ben 29 squadre su 36 si giocavano ancora qualcosa: esenti Gunners e bavaresi in fuga, all’estremo opposto il gruppuscolo di cenerentole (Ajax, Francoforte, Slavia Praga, Villarreal e Kairat Almaty, con l’onore delle armi, spesso e volentieri, per i kazaki esordienti assoluti). Il vecchio format della Champions, con otto gironi da quattro, a questo punto della competizione aveva invece un margine d’incertezza estremamente ridotto: era piuttosto raro vedere più di una decina di formazioni in una situazione da dentro o fuori negli ultimi 90 minuti.
Vince dunque Mourinho, ma vincono soprattutto il bello e l’imprevedibile. Tipo il Real Madrid costretto ai playoff mentre lo Sporting è già passato agli ottavi. Le rimonte coi fiocchi di Olympiakos, Bodo e Brugge: tre partite fa arrancavano nelle zone basse, i greci addirittura attendevano ancora la prima vittoria. Non è mai troppo tardi – o quasi – per far scattare la riscossa. E al contempo è quasi sempre troppo presto per cantare vittoria: chiedere a Inter e Atalanta, a lunghi tratti tra le migliori otto, o al Napoli, scivolato fuori dalle 24 proprio sul traguardo. Ha ragione Conte, le partite che alimentano i rimpianti sono quelle contro Francoforte e Copenaghen. Dettagli che pesano come non mai, perché questa Champions è spietata. Dunque divertente, senz’altro tra le migliori intuizioni recenti apportate dalla UEFA. Chiedere a Trubin, a José Mourinho, ai tifosi del Benfica, riguardare il domino di lacrime e gioia che ha travolto lo stadio Da Luz al minuto 98′ dell’ultimissima partita.