L’equazione potrebbe sembrare semplice: più soldi, più investimenti, più strutture e un calciomercato più ricco che aumenta il valore tecnico delle rose. Ma il dominio dei club brasiliani in tutto il Sud AMerica va molto oltre una banale disponibilità economica. È frutto di un progetto cominciato una decina d’anni fa, e che fa assomigliare sempre il Brasileirão alla Premier League. Per avere idea della superiorità delle squadre verdeoro nelle continente vi basti guardare l’albo d’oro della Copa Libertadores. Negli ultimi nove anni, il più importante trofeo calcistico del Sudamerica è stato sollevato da otto squadre brasiliane: tre volte dal Flamengo, due dal Palmeiras, una da Gremio, Botafogo e Fluminense. Unica eccezione, nel 2018, il River Plate, nell’epica finale di Madrid contro il Boca Juniors.
Nelle ultime sessioni di mercato, poi, i club brasiliani stanno iniziando a fare shopping all’estero. In Sud America e anche in Europa. Se fino a un paio di stagioni si trattava di giocatori nella parte finale della carriera, adesso Flamengo, Botafogo, Palmeiras e diverse altre società pescano dall’altra parte dell’oceano Atlantico calciatori di buon livello in piena maturità, offrendo degli ottimi ingaggi e dei servizi di qualità che non sempre si trovano nel Vecchio Continente. Giusto per fare qualche esempio, si possono ricordare i recenti trasferimenti al Flamengo di Paquetá dal West Ham, di Jorge Carrascal dalla Dinamo Mosca, di Emerson Royal dal Milan, di Carlos Alcaraz dall’Everton, di Jorginho dall’Arsenal e di Samuel Lino e Saúl dall’Atletico Madrid. Al Palmiras, invece, sono arrivati Ramon Sosa dal Nottingham Forest e Andreas Pereira dal Fulham; al Botafogo ora c’è l’ex Fiorentina Cabral, mentre al Vasco sono finiti Coutinho e Carlos Cuesta.
Inevitabile che, in uno scenario del genere, trovino spazio molti stranieri: le 20 società del Brasileirão ne contano complessivamente 151 nei propri roster. Il dato è leggermente inferiore rispetto al 2025, quando i giocatori provenienti dall’estero erano 157, ma il numero è destinato a crescere nelle prossime settimane. Attualmente, il Paese che fornisce il maggior numero di calciatori stranieri al calcio brasiliano è l’Argentina, con 38. Seguono Uruguay (30), Colombia (27), Paraguay (15) ed Ecuador (otto). Per quanto riguarda i club con la maggiore presenza di stranieri, in testa alla classifica c’è il Grêmio con 13, seguito da Botafogo e Santos con 12, Fluminense con 11 e Athletico-Paranaense, São Paulo e Vasco con 10.
«La lega ha acquisito uno status internazionale» ha spiegato ad As Marcelo Teixeira, presidente del Santos. «Il Brasile riunisce grandi club, stadi pieni, visibilità globale e un livello tecnico in costante crescita. Questo movimento, unito ai talenti provenienti dal vivaio che diventano protagonisti in tempi rapidi, genera business e favorisce lo sviluppo del calcio in tutto il continente sudamericano». Sulla stessa linea Claudio Fiorito, presidente di P&P Sport Management Brasil, società specializzata nella gestione della carriera dei calciatori: «Il Brasile è tornato a essere una vetrina attraente. I club riescono a offrire buoni contratti e una proiezione sportiva strategica».
Le squadre più piccole guardano invece al mercato africano, dove si possono trovare ragazzi di qualità a buon prezzo. Il Fortaleza ha preso il ghanese Michael Quarcoo e il nigeriano Michael Fashanu, entrambi inseriti nelle squadre del settore giovanile. In questa direzione si inserisce anche l’accordo annunciato nel 2024 con l’Accademia calcistica dell’Angola, finalizzato allo scouting, allo scambio di atleti e alla condivisione di metodologie di lavoro. Nello stesso periodo, il progetto del settore giovanile del Fortaleza è stato presentato a Juerg Nepfe, responsabile del Servizio di Sviluppo Tecnico della FIFA, e ai rappresentanti della Federazione Calcistica Angolana.
Per Marcos Casseb, partner dell’agenzia Roc Nation Sports, esiste una reale domanda di competitività, amplificata però dalle norme che facilitano l’ingresso degli stranieri e dai fattori economici e di visibilità del mercato brasiliano, che da quando ha trasformato l’essenza stessa dei club – da enti senza scopi di lucro ad aziende aperte agli investitori – ha scavato un solco enorme col resto del Sud America: «La situazione in cui siamo oggi», dice Casseb, «è il risultato di una combinazione tra competitività e opportunità. La ricerca di un campionato più competitivo, di titoli continentali e di risultati immediati ha spinto il Brasile a guardare sempre più all’estero. Inoltre, la valorizzazione dei calciatori stranieri genera spesso un ritorno economico superiore rispetto a quella dei giocatori brasiliani».
Un aspetto chiave è la visibilità che il Brasile offre ai calciatori di altri Paesi sudamericani: «A differenza delle principali leghe europee», ha spiegato Casseb, «il Brasileirão non è il punto di arrivo finale per molti di loro rappresenta un mercato di passaggio. I club brasiliani, in proporzione, non pagano cifre elevate come la Premier League, facilitando le successive cessioni. Inoltre le grandi società hanno meno concorrenza continentale rispetto a quelle inglesi, che si confrontano con realtà come Real Madrid, Barcellona, Bayern e PSG». Quindi, se vogliamo, il paragone tra Brasileirão e Premier League è improprio. Ma per difetto.