Con la vittoria su Sinner agli Australian Open, Novak Djokovic ha dimostrato che, per lui, non esiste l’impossibile

Il fuoriclasse serbo segna nuovi standard di eccellenza e di longevità: solo lui poteva compiere un'impresa del genere.
di Alfonso Fasano 30 Gennaio 2026 alle 17:28

Nella seconda semifinale degli Australian Open, Novak Djokovic ha battuto Jannik Sinner al quinto set. L’ha battuto a 39 anni da compiere il prossimo 22 maggio, e dopo cinque sconfitte consecutive contro il giocatore italiano, che di fatto ne aveva preso il posto al vertice della classifica mondiale a cavallo tra il 2023 e il 2024. Il primo upset avvenne proprio in una semifinale a Melbourne, pochi giorni prima che Sinner vincesse il suo primo titolo dello Slam.

Da allora sono passati due anni e sono cambiate moltissime cose, Djokovic sembrava aver lasciato il proscenio del tennis a Jannik e a Carlos Alcaraz, abbassando progressivamente il suo rendimento – l’ultima finale raggiunta a uno Slam, per il serbo, è stata quella di Wimbledon 2024. E invece Novak è riuscito a riprendersi tutto, con una vittoria sofferta, bellissima, meritata. Con una prestazione di livello assoluto. All’apice di una partita in cui ha dimostrato, per l’ennesima volta, cosa significa essere un fuoriclasse: andare oltre l’impossibile e renderlo possibile.

Il fatto è che pochissimi, praticamente nessuno, davano delle reali chance a Djokovic. E infatti il primo set è scivolato via come al solito, viene da dire, con Sinner in controllo del campo e quindi del gioco, con Nole che ha fatto fatica a tenere il suo ritmo. Poi però sono venute fuori la classe, l’intelligenza, l’astuzia, la forza mentale di un tennista ancora solidissimo, ancora completo. Punto dopo punto, Djokovic si è preso il secondo set e ha iniziato a incrinare le certezze di Sinner. Che, da parte sua, non è riuscito a – o comunque, per merito del suo avversario, non ha potuto – fare ciò che doveva: a entrare dentro il campo e a far correre Djokovic, quindi a far pesare la differenza di età e di dinamismo. Jannik ha usato poche variazioni, si è rifugiato nei suoi schemi classici e alla fine ha sbagliato molte palle (42 errori non forzati a fine partita). La sensazione è che Djokovic sapesse come sarebbe andata a finire la partita, e in effetti è andata proprio così.

Certo, va anche detto che Nole era reduce da giornate anomale, da un ottavo di finale non giocato e da un quarto di finale terminato molto in anticipo – a causa del ritiro di Musetti. Ma la verità è che Sinner non ha capitalizzato le occasioni avute, a fine partita le palle break fallite – o sventate da Djokovic, se preferite – sono state addirittura 16 su 18: un’infinità.

Ed è qui, proprio in questo aspetto della partita, che Jannik si è dimostrato inferiore al suo avversario: Novak ha avuto la forza – fisica, psicologica, esperienziale, o forse tutte queste insieme – di restare attaccato a ogni palla e quindi alla partita, di non sbagliare mai le scelte nei momenti decisivi. Soprattutto in quei game, e ce ne sono stati parecchi, in cui Sinner l’ha messo con le spalle al muro: tutte le volte che è successo, Djokovic ne è venuto fuori. E alla fine è come se avesse vinto per sfinimento.

È chiaro, non si può ridurre tutto a una questione mentale. Nel senso: per poter resistere a Sinner – anche se non abbiamo visto il miglior Sinner, tutt’altro – bisogna essere Djokovic, cioè bisogna avere un arsenale tennistico ampio e variegato, una precisione millimetrica nei colpi, un’enorme intelligenza tattica e cinestetica.

E allora il nocciolo del discorso è proprio questo: Djokovic ha ricominciato a essere Djokovic nei momenti più importanti di una partita importantissima, ed è così che ha colmato il gap con Sinner. Il fatto che tutto questo sia avvenuto a pochi mesi dal suo 39esimo compleanno, un anno e mezzo dopo la sua ultima finale a uno Slam, quando tutti lo davano praticamente per spacciato, beh, questo è l’impossibile che diventa possibile.

Non c’è molto altro da dire, al massimo restano – e resteranno – alcuni interrogativi su Sinner. O meglio: sulla sua incapacità, in alcuni momenti di alcune partite, di resistere al vento contrario. Poi è chiaro: siamo al primo torneo di una stagione che Jannik, per sua stessa ammissione, vuole utilizzare per far evolvere – ancora una volta, ancora di più – il suo modo di affrontare le partite. E, ancora, stiamo parlando di Novak Djokovic, ovvero di un tennista che ha tirato fuori una prestazione irreale, che di fatto è eterno, che ha fissato – e probabilmente fisserà ancora – nuovi standard di eccellenza e longevità. Detto questo, però, la sconfitta subita a Melbourne deve essere accolta come un segnale: Jannik può ancora crescere, migliorare. Deve farlo. Novak Djokovic ha dimostrato che si può, anche se il tempo sembra scaduto.

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