A Indian Wells è uscito Alcaraz ed è rientrato Sinner, perché ormai il tennis maschile è cosa loro (ma attenti a Medvedev che sta tornando)

Il primo Master 1000 della stagione ha certificato, una volta di più, che stiamo vivendo un vero e proprio duopolio tennistico.
di Redazione Undici 16 Marzo 2026 alle 02:58

Si indica il cuore con l’indice della mano destra, gli occhi ancora pieni di adrenalina mentre lo stadio di Indian Wells continua a rumoreggiare. Jannik Sinner resta fermo per un attimo, quasi a voler assorbire tutto: l’urlo del pubblico, la tensione appena sciolta, il peso di una vittoria che vale molto più di un semplice trofeo. Il match point è appena passato, la racchetta è scivolata via dalla mano e sul tabellone c’è la conferma di ciò che fino a pochi secondi prima era soltanto una speranza: Sinner ha vinto il Masters 1000 di Indian Wells.

È il 25esimo titolo della carriera del tennista italiano. Un numero che racconta già molto della dimensione raggiunta da Sinner, ma questa vittoria ha un significato speciale: fino a qualche ora fa, infatti, Indian Wells era l’unico Masters 1000 sul cemento che ancora mancava nella sua collezione, un tassello importante in un percorso di crescita che negli ultimi anni ha avuto pochissime pause. Con questo successo Sinner entra inoltre in un club ristrettissimo tra i giocatori ancora in attività: quello a cui sono iscritti i giocatori che hanno conquistato almeno 25 titoli. Davanti a lui, naturalmente, ci sono soltanto Novak Djokovic e Carlos Alcaraz.

Ma oltre ai numeri, questa vittoria pesa anche per il momento in cui arriva. Quello di Indian Wells, per Sinner, è il primo torneo vinto nel 2026. Ed è arrivato in un modo che può cambiare l’inerzia della stagione: in California, infatti, c’è sempre un clima particolare, sia per le condizioni lente del cemento che per l’atmosfera afosa e quasi sospesa nel deserto californiano. Vincere significa dimostrare completezza, capacità di adattamento e una solidità mentale che nei momenti chiave fa la differenza. La finale contro Daniil Medvedev è stata esattamente questo: una prova di maturità.

Il giocatore russo ha provato fin dall’inizio a portare la partita sul terreno che preferisce. Scambi lunghi, ritmo spezzato, palle profonde e senza peso apparente ma difficilissime da attaccare. Medvedev è uno specialista nel trasformare ogni punto in una maratona mentale, costringendo l’avversario a giocare sempre un colpo in più. Per lunghi tratti della partita, Sinner ha dovuto accettare questa battaglia. Il suo tennis, normalmente aggressivo e verticale, è stato messo alla prova dalla capacità del russo di allungare i punti e togliergli ritmo.

Il momento più complicato, per Jannik, è arrivato nel tie-break del secondo set. Dopo aver gestito bene gran parte del parziale, Sinner si è trovato improvvisamente sotto 0-4. Due mini-break di svantaggio, un margine che contro un giocatore come Medvedev può diventare quasi impossibile da recuperare. È lì che si è vista la differenza tra i due: Sinner non ha forzato, non ha cercato il colpo disperato. Ha continuato a costruire il punto con pazienza, affidandosi alle sue certezze. La prima di servizio, innanzitutto, che per tutta la partita è stata una garanzia. Poi è riuscito a cambiare approccio e soluzione quando lo scambio si faceva troppo lungo.

Ed è proprio lì che il match ha girato. Per uscire dalla ragnatela di Medvedev, Sinner ha scelto di venire più spesso a rete. Non una soluzione casuale, ma una lettura precisa della partita. Dopo aver lavorato lo scambio da fondo campo, Jannik ha cominciato a prendersi il campo con coraggio, chiudendo i punti di volo e togliendo al russo il tempo di riorganizzarsi. Il tie-break si è riaperto così, quasi per inerzia. Prima un punto, poi un altro. Il doppio mini-break è stato recuperato con lucidità e qualità, fino a ribaltare completamente l’inerzia del parziale.

È stata forse la sequenza più significativa dell’intera finale: non solo per il punteggio, ma per il modo in cui è arrivata. Sinner è stato brillante con la prima di servizio, preciso negli appoggi e soprattutto creativo nei momenti decisivi. Alcuni colpi sono stati pura fantasia: accelerazioni improvvise, smorzate millimetriche, discese a rete costruite con un timing perfetto. Medvedev ha continuato a lottare, fedele al suo piano di allungare ogni scambio e di mettere pressione sull’avversario, soprattutto dal punto di vista mentale.

Quando è arrivato il match point, lo stadio era già in piedi. La palla finale è stata giocata con la stessa lucidità mostrata per tutta la partita. Poi l’esplosione. Il gesto verso il cuore, lo sguardo verso il suo angolo, la dedica all’amico Kimi Antonelli a poche ore dalla sua vittoria a Shanghai, la consapevolezza di aver conquistato uno dei tornei più prestigiosi del circuito. E l’ha fatto con autorità e autorevolezza, cancellando in un amen tutti i balbettii – e le critiche, più o meno velate – di questa prima parte di stagione. Certo, Sinner non ha dovuto affrontare Carlos Alcaraz in finale, ma questo non toglie un grammo al peso del suo successo in California. Intanto perché il tennista spagnolo ha perso contro un grande Medvedev, un giocatore che sta tornando a livelli altissimi, uno scacchista del tennis che anche – se non soprattutto – in finale, proprio contro Sinner, ha confermato che tutti, ma proprio tutti, dovranno fare i conti con lui in questo 2026.

E poi c’è un altro aspetto, puramente fisiologico, di cui tener conto: Sinner, per sua stessa ammissione, ha impostato il 2026 come un anno di semi-transizione, come una sorta di esperimento in itinere per allargare ancora di più il suo menu tecnico-tattico. Si possono spiegare così le sconfitte contro Djokovic (a Melbourne) e Mensik (a Doha), così come si può in qualche modo “accettare” che Alcaraz finisca per perdere contro questo Medvedev nella semifinale di Indian Wells. I due re del tennis mondiale danno l’impressione di essere delle macchine, ma non lo sono: sono esseri umani, possono perdere una (come Alcaraz) o anche due partite (come Sinner). Però in realtà sono troppo più forti degli altri, in pratica si danno il cambio, entra uno ed esce l’altro, ora Jannik sembra di nuovo davanti al suo rivale ma dovrà confermalo subito in un altro torneo top, a Miami. Dove Alcaraz naturalmente, farà di tutto (ri)prendersi il centro del ring e della scena: può piacere o non piacere ma in fondo oggi il tennis maschile è essenzialmente questo, una staffetta tra due campioni che alternano anche i loro momenti di picco e di risacca, in attesa che arrivi qualcun altro a cambiare le cose (qualcuno ha detto João Fonseca?). Oppure ci sarebbe Medvedev, che magari ha deciso di tornare a insidiarli davvero, di interrompere questa infinita struttura ricorsiva Sinner-Alcaraz-Sinner-Alcaraz. Anche questo sarà un bel tema per l’imminente torneo di Miami.

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