Al Masters 1000 di Madrid, Rafael Jódar ha battuto in fila Alex de Minaur, João Fonseca e Vit Kopriva, e si prepara ad affrontare Jannik Sinner nei quarti di finale. Eppure, nonostante tutto, di lui si è parlato poco, forse troppo poco. Tutti hanno iniziato ad accorgersi davvero della sua presenza solamente quando, nel terzo set della loro partita, Fonseca ha distrutto la sua racchetta in mille pezzi, forse perché vinto dalla frustrazione, dalla rabbia per una vittoria che sembrava scontata e così invece non è stato.
Il punto è che in tanti, forse tutti, credevano che l’unico possibile terzo incomodo tra Sinner e Alcaraz, almeno nel breve-medio termine, potesse essere proprio il ragazzo di Rio de Janeiro. Jódar, però, sta cambiando le carte in tavola. E si è seriamente candidato a essere un potenziale crack del tennis. Madrileno, classe 2006 e vent’anni ancora da compiere, Jódar (190 cm per 70 kg) è un tennista alto e longilineo. Non ha un fisico alla Rafa Nadal, ma più alla Sinner o alla Isner, per intenderci. Solo un anno fa era 687esimo al mondo, mentre oggi occupa la 42esima posizione del Ranking ATP. Cresciuto nel quartiere di Leganés, ha iniziato a usare la racchetta in un garage insieme al padre, che oggi è ancora il suo coach. Il primo grande trofeo arriva nel 2024, con la vittoria dello US Open Junior, mentre il 2026 è l’anno della svolta: a gennaio partecipa per la prima volta a uno Slam (Australian Open), a marzo conquista il suo primo titolo ATP (Marrakech) e poco dopo arriva in semifinale a Barcellona. Ora è ai quarti a Madrid, dove nel giro di pochi giorni ha battuto il numero 66 (Kopriva), il numero 31 (Fonseca), e il numero 5 al mondo (De Minaur). Niente male.
Come anticipato, Jódar non può essere considerato l’erede di Nadal, ma neanche il gemello di Alcaraz. Con loro, infatti, condivide solo il passaporto spagnolo: è un giocatore solido, granitico, molto attento e per certi versi anche robotico. A differenza della stragrande maggioranza dei suoi connazionali, predilige il cemento alla terra rossa e non vive di top-spin esasperati e di palle corte, piuttosto di colpi piatti e veloci. È un giocatore moderno, che sta per certi versi distruggendo l’archetipo del tennista spagnolo, quello che logora le gambe e la testa dell’avversario con palline che rimbalzano a ridosso della tribuna. Il suo stile di gioco, però, è anche aggressivo: ama stare molto dietro la linea di fondo, togliere il tempo all’avversario (proprio come Sinner) colpendo la palla in fase ascendente e dare un ritmo asfissiante alle sue partite. Il servizio è una delle sue migliori armi, con prime pesanti pensate per farsi strada nel campo e seconde in kick. Insomma: grazie a Jódar, di fatto, stiamo conoscendo la risposta spagnola alla solidità di Sinner.
«Jódar ha talento, sono contento di giocarci contro», ha detto proprio Jannik Sinner. Che poi ha pronunciato un’altra frase significativa: «È bene che succeda prima di Roma o Parigi». E infatti Jòdar arriva a quella che è la partita più prestigiosa della sua carriera con numeri importanti: ha vinto 17 dei suoi primi 25 match (meglio di Nadal, Alcaraz, Sinner e Djokovic) tra i pro e, sulla terra, ha perso solo una volta in 12 occasioni. Anche la vittoria contro Kapriva, arrivata col punteggio di 7-5, 6-0, è stata convincente: nel primo set il match è stato equilibrato, ma la differenza l’ha fatta la tenuta mentale dello spagnolo.
Sul risultato di 5-5 e 40-40, Jòdar ha tirato fuori dal cilindro una palla corta incredibile (non proprio la specialità della casa), che gli ha permesso di passare in vantaggio in un momento chiave del match. Nel secondo set, lo spagnolo è riuscito a breakare subito il suo avversario, e così ha indirizzato in maniera definitiva la gara. Certo, lungo il match contro Kapriva sono anche emersi i limiti di Jòdar, legati ovviamente all’età: alcune volte è stato troppo frettoloso alcune volte, altre ha sparato colpi più forti che precisi. Ma Rafael ha tutto il tempo per migliorare, e per prendersi l’ambito trono di terzo incomodo in mezzo a Sinner e Alcaraz, anche se non l’abbiamo visto arrivare.