Saranno atleti strapagati, saranno pure milionari – alcuni di loro. Ma alla fine sono soprattutto essere umani. Ed essere personaggi pubblici non significa dover rinunciare in toto a qualunque forma di privacy, sentendo addosso la tentacolare pressione delle telecamere: è in base a questo principio che il tennis professionistico ha deciso di fare un passo indietro in termini di esposizione mediatica. Così i prossimi tornei del Grande Slam – dal Roland Garros agli US Open, passando per Wimbledon – hanno annunciato di voler rafforzare le zone franche del dietro le quinte in cui gli atleti saranno protetti dall’occhio ingordo dei broadcaster. Che naturalmente si lamentano, a fronte di investimenti importanti per stiracchiare la spettacolarizzazione dell’evento fino all’estremo, sempre più in modalità Grande Fratello. Eppure anche ai massimi livelli c’è un limite, e quel limite i protagonisti sentono che è stato decisamente oltrepassato.
Le polemiche erano fioccate soprattutto all’indomani degli ultimi Australian Open, in cui Coco Gauff era stata sorpresa in un brutto scatto di rabbia – con la propria racchetta a farne le spese – dopo l’eliminazione dal torneo per mano di Elina Svitolina. Il problema? L’americana era convinta di potersi sfogare al riparo da occhi indiscreti: invece anche quelle stanze delle strutture di Melbourne erano disposte di telecamere e quelle immagini nel giro di un amen hanno fatto il giro del mondo. “Forse sarebbe il caso di rifletterci su”, aveva detto poi Gauff. “Ho la sensazione che durante quessto torneo l’unico luogo privato su cui poter contare sono stati gli spogliatoi. Ne ho abbastanza dei broadcast. Ritengo semplicemente che certi momenti non debbano essere trasmessi”.
Un’accusa che ha trovato ampio credito fra colleghi e addetti ai lavori. “Siamo giocatori di tennis o animali in un zoo?”, si era interrogata Iga Swiatek. Sensazioni da Avvelenata di Guccini – nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento: parafrasa Novak Djokovic, “mi ha sorpreso che non ci fossero telecamere anche sotto la doccia”. E a poco è servita la spiegazione degli organizzatori, che fino alla fine hanno sostenuto di “cercare di mantenere il giusto equilibrio tra il racconto mediatico delle personalità e delle doti dei giocatori, uniti all’intento di mantenere la loro privacy e comfort”.
Se a Melbourne l’obiettivo è fallito, il resto del Grande Slam ha fatto capire di aver afferrato il messaggio e di non voler ripetere gli stessi errori. “Abbiamo preso tutti i provvedimenti opportuni per rafforzare il rispetto della privacy degli atleti partecipanti”, ha annunciato Amélie Mauresmo, ex tennista e oggi direttrice del Roland Garros. Un portavoce di Wimbledon ha aggiunto che il torneo inglese farà una revisione di tutte le aree soggette all’accesso mediatico, comunicando ai tennisti nei modi e nei tempi opportuni dove potersi sentire al sicuro. Lo stesso messaggio arriva dagli US Open, che garantiscono “un adeguato numero di zone senza telecamere, per assicurare spazi privati e ben definiti a tutti gli atleti”.
Insomma, preso atto della voce univoca da parte dei campioni, i vari enti organizzatori hanno fatto in fretta marcia indietro cercando di dimostrare “di avere a cuore il feedback degli atleti”, spalleggiati in questa circostanza anche dai dirigenti dei circuiti ATP e WTA. Per quanto di questi tempi si tenda a dire che il contenuto è il vero sovrano di ogni main event, incentivi economici alla mano, l’ultima parola spetta ancora a chi questi eventi li rende possibili giocando per vincerli in prima persona. E forse questo dev’essere un conforto per tutti.