Nel 2024 la rivalità Sincaraz si era assestata in una simmetria soddisfacente. Alcaraz aveva vinto metà degli Slam, quelli giocati sulle “superfici naturali” di terra ed erba; Sinner aveva vinto i due sul cemento. Il Grande Business della Rivalità era a pieno regime. La netta superiorità di questi due giocatori sul resto del tour mi faceva chiedere come potesse evolvere il gioco durante il loro regno, e così avevo domandato ad alcuni acuti osservatori del tennis di guardare nei fondi del caffè e provare a descrivere il futuro. Secondo l’esperto commentatore Gill Gross ci stavamo dirigendo verso un’era di attacco e difesa bilanciati e a prova di bomba. I suoi aspetti distintivi sarebbero stati una copertura del campo estrema, l’assenza di debolezze sfruttabili (si pensi invece alla vulnerabilità del rovescio a una mano di Federer) e una elevata “violenza di peso del colpo”.
Per come la vedeva l’allenatore e analista Hugh Clarke, questo stile di gioco era il prodotto delle tecnologie con cui erano cresciuti. Anche gli artisti più singolari, alla fine, sono comunque figli del loro contesto storico, e Alcaraz e Sinner appartenevano alla prima generazione di tennisti allevati con racchette in fibra di carbonio più leggere (che consentivano swing più rapidi) e corde in poliestere (che producevano ancora più rotazione). Tecnica e tattica si erano sviluppate in simbiosi con la tecnologia dell’attrezzo. Le loro applicazioni, però, differivano nei dettagli, come mi spiegò l’esperto di materiali Jonas Eriksson.
La racchetta di Alcaraz era più leggera, adatta a produrre grande topspin e abbastanza maneggevole da permettergli di manipolare la faccia della racchetta all’ultimo istante per ingannare l’avversario. Quella di Sinner era complessivamente un po’ più pesante, con il peso distribuito maggiormente verso la testa, come in un martello: una scelta che si adattava ai suoi colpi frustati dal fondo, guidati dall’anca. Ma entrambe le configurazioni premiavano la stessa cosa: muovere la racchetta il più velocemente possibile. I colpi lunghi e pigri di un passato lontano erano stati sostituiti da fendenti violenti e sfocati. Le nuove tecniche avevano prodotto nuove tattiche: ogni volta che Sinner e Alcaraz intravedevano un’occasione per attaccare, la coglievano. Erano finiti gli scambi guardinghi e a lenta combustione di Djokovic contro Nadal, con ciascuno a caccia di un momentaneo cedimento di resistenza o concentrazione da parte dell’altro. Per i nuovi arrivati il piano era «primo: attaccare, secondo: attaccare».
C’era poco gusto per un tennis prudente, orientato alla riduzione dell’errore, quello che Djokovic aveva portato a perfezione nei tie-break. Sinner spiegò invece in un’intervista a Sky Sports UK che la sua filosofia nei tie-break consisteva nel ripensare a tutti gli attacchi tentati durante il set e impegnarsi in quelli che avevano funzionato meglio. Sinner e Alcaraz stavano inaugurando un’era di tennis point-and-shoot, per usare l’espressione di Clarke, che evocava il linguaggio visivo dei videogiochi sparatutto in prima persona. Se la palla era lì da colpire, veniva colpita, e forte. In quella stessa intervista, Sinner espresse la sua profezia per lo sport: «Secondo me tutto diventerà più veloce. Per giocare a un ritmo più alto, bisognerà essere più forti fisicamente».
Ma c’era una parte del gioco, secondo una teoria cara a molti giocatori del circuito, che stava invece rallentando. La cosiddetta “teoria della palla morta”, formulata da Daniil Medvedev e poi ripresa da altri, sosteneva che durante la pandemia la qualità delle palline fosse peggiorata. Era diventato molto più difficile ottenere un colpo vincente che superasse l’avversario. «Sembra il badminton», mi disse Sascha Zverev: «Volano molto molto veloci nei primi due o tre metri, poi si fermano». Una palla da tennis è fatta di un’anima di gomma pressurizzata rivestita di feltro, e secondo Zverev quell’anima ora era prodotta con materiali di qualità inferiore ed era incline a perdere pressione. Secondo lui questo aveva anche aumentato il tasso di infortuni a gomito e polso nel circuito, perché i giocatori si sforzavano di imporre potenza a una palla che sembrava rifiutarla. Alcaraz aveva citato la stessa teoria parlando della frequenza degli infortuni.

Medvedev riteneva che il decadimento delle palle avesse sabotato il gioco dei contrattaccanti meno potenti come lui, che ora faticavano a chiudere i punti alle proprie condizioni, e pensava che Sinner e Alcaraz ne fossero protetti perché avevano una potenza in eccesso, sufficiente a colpire una “palla morta” e mettere lo stesso in difficoltà l’avversario. Nel frattempo, quel wide tennis potente da fondocampo padroneggiato da Djokovic e Nadal aveva iniziato a espandersi lungo l’asse verticale. Dopo tanti anni di veterani che lamentavano la scomparsa del gioco a rete, il circuito aveva riscoperto il tennis a tutto campo. Con giocatori come Medvedev e Nadal che arretravano la posizione in risposta molto dietro la linea di fondo, improvvisamente il serve-and-volley tornava a essere una strategia praticabile, come contromossa.
Quanto alla palla corta, Alcaraz era diventato un’argomentazione vivente a suo favore: più i giocatori diventavano potenti da fondo, più risultava efficace sovvertire l’aspettativa di potenza con una smorzata morbida. Nel 2024 per arrivare davvero in cima al ranking era diventato essenziale padroneggiare un buon lavoro di effetto, buone volée e una buona palla corta, cosa che non era necessariamente vera un decennio prima, quando il gioco era più ostinatamente ancorato al fondo del campo. Ogni generazione pensa di aver visto l’apoteosi dello sport, eppure i corpi, le tecnologie e le tattiche continuano a evolversi in un intreccio intenso. Sinner e Alcaraz stanno guidando questa fase, ma non passerà molto tempo prima che emerga un giocatore cresciuto guardando loro, con qualcosa di nuovo da dire.