Come si vive una partita di hockey su ghiaccio a Chamonix, sede delle prime Olimpiadi invernali nel 1924

Un estratto dal libro Hockey Trip. Il giro del mondo inseguendo un disco, di Leonardo Gobbi, edito da Interno4 Edizioni.
di Leonardo Gobbi 31 Gennaio 2026 alle 11:13

Una cavolo di galleria lunga diciannove chilometri, ecco un altro dei motivi per i quali non ero andato ancora a Chamonix! Durante il quarto d’ora abbondante che ci vuole per percorrerla a settanta all’ora dall’Italia alla Francia e viceversa, attraverso il traforo del Monte Bianco, per quanto si cerchi di distrarsi con l’ascolto di musica rilassante o adrenalinica, arriva un momento in cui si realizza dove ci si trovi. E non è una consapevolezza rassicurante. Un tunnel sotto una montagna enorme, sopra la cui volta premono decine di migliaia di metri cubi di roccia, sembra il perfetto esempio dell’umana superbia nell’atavico anelito di piegare (o, in questo caso, bucare) la natura ai suoi bisogni. Io non ho nemmeno il conforto di buona musica: la radio non prende e ho solo un cd, dimenticato dalla precedente proprietaria dell’auto, i grandi (?) successi (?) di Alex Britti (!).

Freddo, paura, disgusto: un quarto d’ora di brividi. Meno male che, dall’altro lato della galleria, Chamonix è una cittadina bellissima. A ridosso delle montagne come Courmayeur, è più piccola ma più popolata e, soprattutto, con molta meno aura da posto esclusivo per gente ultra-benestante rispetto alla sua controparte italiana. È anche viva e vitale tutto l’anno, con negozi, pub, ristoranti costosi ed economici fast food, mentre in Val d’Aosta fuori stagione è tutto chiuso, sembra di stare sul set di un film apocalittico. Da Chamonix si può ammirare parte della skyway sul versante francese del Monte Bianco, in particolare l’Aiguille du Midi, la guglia di roccia più alta di quella massicciata. Raggiungibile con una funivia e rampe di scale sconsigliate ai deboli di cuore, sull’Aiguille du Midi è stata eretta una torre dotata di uno sbalorditivo punto di osservazione tutto di vetro, compreso un pavimento a strapiombo che, non a caso, si chiama The Void.

Il palazzetto è – sorprendentemente – in Route de la Patinoire. Ci arrivo in macchina da Avenue de la Plage, nell’ironica toponomastica di un paesone alpino a 1.035 metri di altitudine, circondato da vette che superano i tremila. L’impianto è parte di un gigantesco complesso sportivo intitolato a Richard Bozon, ed è composto da campi all’aperto (basket, futsal, pallamano, pista di atletica, pista di cemento per il calcetto e l’in-line), pubblici e privi di barriere, proprio dove c’era la pista delle Olimpiadi Invernali del 1924, e da campi al chiuso o recintati (piscina olimpica scoperta, piscina da venticinque metri al chiuso, palazzetto per la pallamano, palestra con sala pesi e, per l’appunto, la pista ghiacciata dove gioca la squadra locale, i Pionniers de Chamonix MontBlanc).

Accanto al palazzetto una bellissima mediateca, in un edificio a forma di calzone farcito dalla facciata tutta di vetro, e più avanti, verso il centro, le moderne palazzine dell’École Nationale de Ski et d’Alpinisme. Richard Bozon fu un illustre cittadino di Chamonix, nazionale di hockey in gioventù, poi famoso scienziato fisico del Cern di Ginevra. Mente brillantissima in laboratorio e spirito libertino fuori, baffetto da sparviero, sigaretta perenne all’angolo della bocca, sciupafemmine amante tanto del genere femminile quanto del vino e cantante provetto con voce da Aznavour «sfilareggiseni e stracciamutande» (parole di un collega scienziato). Nonostante la vita privata con più eccessi di ogni tipo che ore di sonno, fu un accademico valente e scienziato rigoroso, scopritore della particella atomica che porta il suo nome: il bosone, per l’appunto. Scherzo: è una storia inventata, non ho trovato alcuna notizia su tale Richard Bozon, ma se fossi stato Federico Buffa mi avreste creduto senza verificare…

L’arena è piccolina, millesettecento posti, ma, visto che i paganti saranno meno di seicento, non trovo ressa alla biglietteria né qualcuno che mi impedisca di posizionarmi ovunque mi aggradi. Non ci sono le curve, da una parte c’è il tabellone, dall’altra la brasserie del palazzetto. Molto carina, piuttosto grande (birra a tre euro!), con i tavolini lungo la parete trasparente (piena di tracce di puck tirati maldestramente). Sponsor dappertutto, quasi tutte società locali ma anche due catene americane di fast food presenti in città e un’azienda automobilistica giapponese. Postazione vendita merchandising con tutto l’abbigliamento e l’oggettistica immaginabile della squadra.

Avversario di giornata sono i Dauphins d’Épinal, che stanno davanti allo Chamonix in classifica. Siccome parteggio sempre per gli sfavoriti, ho già deciso per chi tifare. Finito il riscaldamento delle due squadre, mentre la Zamboni liscia il ghiaccio, due addetti, di cui uno in T-shirt a manica corta, piazzano due colonne di ferro alte due metri e mezzo con alla base la macchina per il fumo all’imbocco del tunnel dei giocatori di casa, materiale che servirà a creare la coreografia all’ingresso dei Pionieri. Sono affascinato perché montano il tutto – cavi, lampadine, treppiedi e supporti vari (e fanno pure le prove) – in cinque minuti e lo smontano in due, cioè in un decimo del tempo medio che ci sarebbe voluto all’Agorà per cambiare un pannello di plexiglass, ammesso che ci si riuscisse. Si spengono le luci, parte Creeping Death dei Metallica a un volume spaccatimpani (come deve essere), il palazzetto trema fino alle fondamenta, ed ecco, in un tripudi(ett)o di luci e fumogeni, entrare i beniamini di casa. Per una persona umorale come me un’introduzione del genere è esaltante. L’esaltazione si affievolisce in fretta perché mi accorgo che le casacche che indossano i giocatori della squadra di casa sono le stesse del riscaldamento e non quelle da gara che mi aspettavo, con il logo dell’alpinista che somiglia a Ben Affleck, fiero e minaccioso. Lo sponsor principale è una catena di negozi per l’escursionismo, Au Vieux Campeur, il cui logo, un anacronistico escursionista figlio dei fiori stilizzato (male), camicia a quadrettoni, bermuda, calzetta bianca arrotolata, zainetto, coppola in testa, fiore in bocca e lunga barba bianca, fa molto più ridere di quanto possa incutere timore o anche solo rispetto.

Esauriti i preliminari, di fronte a 577 spettatori compreso un gruppo, numeroso, di piccoli atleti, allenatori e genitori dei Gladiators Aosta e i settanta tifosi ospiti (davvero tanti, commendevoli: Épinal è lontana quattrocento chilometri), tutti in arancione, inizia l’incontro. Quattordici secondi e, per non lasciare dubbi su che tipo di partita sarà, il capitano degli ospiti, Alex Nikiforuk, ex Pontebba e Valpellice, tira una steccata gratis a un avversario e si becca due minuti di penalità. Il primo periodo prosegue piacevole e poco spezzettato nonostante il gioco di entrambe le squadre sia estremamente ruvido, al limite della scorrettezza, con una serie di porcherie assortite quando il disco è lontano e continue sfide fisiche e verbali ogni volta che il gioco si ferma. In venti minuti assisto a un discreto campionario di falli e penalità che in lingua francese sembrano dei lievi passi di danza: charge contre la bande (la traduzione locale di boarding), accrocher (gancio col bastone, anche se la traduzione letterale, appendere, sarebbe assai pertinente), dureté excessive (durezza eccessiva), ecc… Si va negli spogliatoi sull’1-1 e con quattordici tiri a dieci per gli ospiti, che mi sono parsi più cattivi, pericolosi e convinti rispetto alla squadra dell’Alta Savoia. Durante l’intervallo salgo nel settore del palazzetto del tifo organizzato, la Unité 74-Club de Supporters. Anche se sono davvero in pochi, con la loro dotazione di otto tamburi fanno un baccano da cantiere edile. Tra l’altro il gruppo, composto interamente da ragazzi giovanissimi, sembra ancora più striminzito perché, forse per preservare l’udito, sono un po’ sparpagliati lungo la gradinata, a distanza di sicurezza dai tamburi.

Il secondo periodo è un tributo alla celeberrima frase del comico Rodney Dangerfield: «Sono andato a vedere una rissa ed è scoppiata una partita di hockey su ghiaccio». Le squadre, favorite dalla presenza di un solo arbitro (che vede poco e tende a penalizzare solo le fattispecie codificabili come reati violenti), continuano a darsele con la foga dei pizzaioli di un locale di solo asporto in una domenica sera d’estate. Ma, nonostante i cazzotti, le gomitate, i colpi di bastone su caviglie e polsi, la tendenza dei difensori di entrambe le squadre a impugnare anche le stecche degli avversari, nonostante il trash talking generalizzato e continuo, inaspettatamente la partita resta piacevole da guardare, il ritmo si mantiene alto, si vedono anche diversi numeri di tecnica eccellente e un sacco di occasioni e tiri verso le gabbie (19-10 per l’Épinal nel secondo parziale). I due bravissimi portieri mantengono il risultato in parità pur con stili molto diversi tra loro. Richard Sabol, slovacco dei Pionniers, spinge tantissimo sulle gambe, tiene spesso le spalle incassate, estende poco le braccia e para con qualsiasi parte del corpo, esibendo una buffa postura quasi da foca (in alcuni interventi, in cui spinge in alto e in avanti con notevoli colpi di reni, mi ricorda certe uscite dal pelo dell’acqua nel nuoto sincronizzato). Il dirimpettaio Andrej Hocevar, sloveno, è una statua, minimalista ed essenziale nei movimenti, ben poco coreografico, mantiene un’aura quasi solenne, sempre sui pattini mentre effettua le parate e, quando trattiene il disco con il guanto, resta immobile in posizione plastica per qualche secondo, come se volesse mandare messaggi subliminali, opposti, a compagni e avversari (per un goalie di questo sport la difesa della porta è una guerra in cui si combattono anche battaglie psicologiche). La collezione di allegre mazzate festive si impreziosisce con un paio di attitude antisportive, il più classico degli accrocher e un altro charge contre la bande (di cui non mi accorgo, non ho visto alcuna banda musicale in pista).

All’inizio del terzo periodo, su una doppia penalità dei Pionieri, i Delfini passano in vantaggio. La sfida sembra ormai decisa, Chamonix attacca a fiammate, nervoso e disordinato, ma Hocevar sembra insuperabile e la troppa foga costa nuove penalità alla squadra di casa, un singolare faire-trébucher (sgambetto) e l’ormai onnipresente accrocher. Dopo un gol divorato dallo svedese Joakim Erdugan a poco più di un minuto dalla fine e dopo alcune fasi di gioco rugbistiche, il finlandese Emppu Pulliainen segna la meta del pareggio. Delirio! I tamburi impazzano nel disordinato Candombe alpino di Chamonix. È un casino totale, anche perché ciascun percussionista suona al proprio ritmo: un momento fantastico. L’ostinazione di questa squadra meno smaliziata, meno organizzata, meno forte degli avversari, ha colmato lacune evidenti. Un pareggio ottenuto di puro cuore, in un modo che, solleticando la mia vena malinconica, quasi mi commuove, visto che mi ricorda certe piccole-grandi imprese degli ultimi anni della mia Saima. Si potrebbe anche vincere entro la fine dei tempi regolamentari se negli ultimi secondi qualcuno in rosso (direi sulla fiducia quel lendenone di Erdugan, ma non ne sono certissimo) non si sbranasse il gol da tre punti da posizione agevole. Supplementari, chi segna vince, in tre contro tre per dieci minuti (in Ligue Magnus arrivare ai rigori è quasi impossibile). Penso che questa epica partita potrebbe diventare un piccolo instant-classic. Ma le speranze hanno strada corta e si infrangono contro un solido muro di realtà, il crudele rimpiattino del tre contro tre lo vincono i Delfini. Peccato, nessun lieto fine, i brutti anatroccoli restano tali. Esco contento per aver visto una partita divertente e un po’ amareggiato per come si è conclusa. Più contento però: l’hockey resta meraviglioso anche per i suoi epiloghi dolorosi.

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