Il tatuaggio del canguro è già pronto. Si aggiungerà sul corpo di Carlos Alcaraz al ponte di Brooklyn con la Statua della Libertà, alla fragola con le stelline e alla Torre Eiffel. Tutti i simboli, con date annesse, degli Slam vinti in carriera. Tutti e quattro, a partire da oggi. Con il successo a Melbourne, alla prima finale giocata agli Australian Open, lo spagnolo diventa cosi – a soli 22 anni – il tennista più giovane di sempre a centrare il Career Grand Slam. È anche giusto, vista la portata dell’evento, che Alcaraz si sia dovuto sudare la vittoria: anche se ha 14 anni più di lui, Djokovic ha giocato una partita di altissimo livello, non ha lasciato un solo punto facile al suo avversario. Il fatto che Carlos, appena dopo aver vinto il match point, si sia sciolto in un pianto liberatorio, beh, dimostra quanto sia stata compressa la sua tensione.
Djokovic, come detto, ha provato a mettersi di traverso. Ma, dopo la fatica della semifinale contro Sinner, la leggenda serba ha sbattuto contro la sopraggiunta impossibilità di sconfiggere, l’uno dopo l’altro a 24 ore di distanza, il numero uno e il numero due del Ranking ATP. Alcaraz si è “vendicato” così di quanto successo l’anno scorso, quando era stato eliminato ai quarti di Melbourne proprio da Nole – ritiratosi poi in semifinale contro Zverev per un problema fisico.
La finale di oggi è stata esaltante. L’avvio è stato subito feroce. Djokovic è entrato in campo con un piano chiarissimo: comandare fin dai primi scambi, togliere tempo ad Alcaraz e non concedergli ritmo. Il primo set si è chiuso presto, praticamente già sul 2-1, quando il serbo ha piazzato il break che si è poi rivelato decisivo. Novak ha risposto profondo, soprattutto sul rovescio dello spagnolo, e al servizio ha trovato angoli larghi capaci di aprire il campo. Alcaraz ha provato a rimanere aggrappato al set, ma Djokovic non ha concesso nulla nei propri turni di battuta e ha chiuso 6-2, dando la netta sensazione di avere il controllo della partita.
Il secondo parziale ha mostrato un altro volto quasi immediatamente. Alcaraz ha alzato l’intensità, soprattutto in risposta, e sull’1-1 ha trovato il break che gli ha restituito la fiducia che gli serviva. Lo spagnolo ha cominciato a variare di più, ha cercato di allungare gli scambi e di sorprendere Djokovic con traiettorie meno piatte. I game si sono giocati in modo combattuto, punto su punto, ma Carlos ha saputo gestire il vantaggio con maggiore sicurezza e lo ha portato a casa, pareggiando il conto.
Il terzo set è stato il cuore emotivo dell’incontro. Djokovic ha provato a tornare aggressivo, ma Alcaraz aveva ormai preso le misure. Sul 2-2 è arrivato un altro break dello spagnolo, frutto di uno dei pochi game in cui Novak ha perso leggermente campo. Insomma, Carlos ha fiutato e sfruttato l’occasione, ha difeso il vantaggio con autorità e si è portato avanti due set a uno, ribaltando completamente l’inerzia del match. Nel quarto set, Djokovic ha dato tutto quello che aveva. È stato un parziale di orgoglio e resistenza, in cui il serbo si è aggrappato all’esperienza e alla voglia di non mollare. Sullo 0-1 ha annullato sei palle break, con recuperi spettacolari e colpi in allungo che hanno strappato applausi anche ai tifosi più neutrali. Sul 4-4, 40-30, Novak si è procurato persino una palla break, facendo tremare Alcaraz. Lo spagnolo, però, è rimasto freddo, si è salvato e, poco alla volta, è riuscito a chiudere il match in poco più tre ore, col punteggio di 2-6, 6-2, 6-3, 7-5.
Per capire davvero questa finale bisogna tornare all’inizio. Alcaraz è stato sorpreso dal ritmo imposto da Djokovic nei primi game. Il serbo ha servito forte sui lati, aprendo il campo e impedendo allo spagnolo di prendere posizione offensiva. In risposta Novak ha continuato a giocare molto profondo, togliendo tempo e spazio al suo avversario, e questo ha disinnescato il piano partita di Alcaraz: mettere pressione fin dalla battuta, prendere possesso dello scambio e poi far correre Djokovic.
Nei primi minuti tutto questo non è stato possibile. Djokovic aveva bisogno dell’anticipo, sapeva di non poter giocare costantemente sulla linea di fondo, perché arretrando i suoi colpi sarebbero diventati meno rapidi e meno incisivi. La sua partita iniziale è stata costruita su tempi stretti, colpi piatti e continui cambi di direzione. Finché il fisico ha retto a quei ritmi, Novak è sembrato avere il controllo. Con il passare dei set, però, Alcaraz è cresciuto. Non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto mentale. È vero che la partita è cambiata quando Djokovic è calato fisicamente, quando il serbo non è più riuscito a mantenere la stessa intensità di anticipo su ogni palla, ma sarebbe riduttivo spiegare il match solo così. Il vero turning point è stato il modo in cui Alcaraz ha gestito quei momenti.
Lo spagnolo, fino a qualche tempo fa, difficilmente sarebbe riuscito a prendersi un incontro del genere lo avrebbe perso. Non perché non ne fosse capace tecnicamente, ma perché si sarebbe innervosito, avrebbe forzato troppo e avrebbe avvertito il peso del punteggio e del contesto. Anche dell’avversario, certo. Recuperare uno svantaggio contro Djokovic, in una finale Slam, richiede una solidità psicologica enorme. In passato Carlos avrebbe rischiato di uscire mentalmente dalla partita dopo il primo set, o di non rientrarci mai davvero.
A Melbourne, invece, Carlos è rimasto sempre connesso. Ha accettato di dover soffrire, ha accettato che il piano partita iniziale non stesse funzionando e lo ha cambiato, adattandolo alle contingenze. Ha aspettato il momento giusto, senza frenesia e scongiurando i suoi (ormai non più proverbiali) blackout mentali. Quando Djokovic ha iniziato a concedere qualche centimetro in più, lui si è preso campo, tempo e fiducia. Il quarto set ha rappresentato l’ultimo grande atto di resistenza del serbo: Nole ha dato tutto, recuperando l’impossibile e costringendo Alcaraz a giocare sempre un colpo in più. Le sei palle break annullate sullo 0-1 raccontano meglio di qualsiasi statistica la voglia di Novak di restare aggrappato al match. E la palla break sul 4-4, 40-30, è stata l’ultima fiammata di una partita straordinaria. Alcaraz, però, non ha tremato.
Ed è proprio qui che si vede il vero step di crescita del numero uno del mondo. Sì, Carlos ha cambiato tecnicamente il movimento del servizio per colpire più dentro al campo. Ma il vero insegnamento immagazzinato nel corso del 2025 è stato un altro: ora Alcaraz capacità di restare lucido anche quando il vento gira contro. Ed è per questo che si è preso il trono del tennis mondiale e l’ultimo Slam che gli mancava.