Altro che la Serie A o la Liga. I signori del calciomercato invernale fioccano a oriente, tra il Bosforo e il Corno d’Oro: la nuova casa di Sidiki Chérif e Mattéo Guendouzi, entrambi lato Fenerbahce per 50 milioni di euro – e i 28 per l’ex centrocampista della Lazio rappresentano la spesa più alta mai registrata nella storia del club gialloblù. Un guizzo invernale che fa pensare a una situazione societaria solida, facoltosa e all’assalto dichiarato del campionato turco. Soltanto la terza affermazione è vera, con il Fener a -3 dal Galatasaray capolista, imbattuto dopo venti giornate e fresco vincitore della Supercoppa di Turchia – con Guendouzi subito a segno. Per il resto invece c’è una voragine economica che nessuno vuole davvero vedere.
A quanto ammonta? Circa 500 milioni di euro: un dissesto enorme sullo stato patrimoniale del club. Eppure, trasferimenti alla mano, per i gialloblù sembra l’ultimo dei problemi. Attenzione: non si tratta di follia, camuffamenti o scottanti illusioni – come magari ci avevano abituato diverse italiane a fine anni Novanta: quelle non erano too big to fail. Perché il Fenerbahce fa tutto alla luce del sole, con l’esuberanza di chi può spendere senza badare alle conseguenze. Merito di qualche cessione deluxe negli ultimi anni, da Arda Guler a Ferdi Kadioglu, di una serie di proprietà immobiliari dal potenziale molto redditizio. Ma, soprattutto, merito di un’autorità locale avvezza a chiudere più di un occhio sui movimenti finanziari delle big del campionato.
«La Federcalcio turca non ha molto potere di sanzionare il Fenerbahçe perché il club è troppo importante in questo Paese», la sintesi di un economista dello sport intervistato da L’Équipe. E come il Fener, anche il Besiktas e il Galatasaray godono dello stesso trattamento: ogni anno arrivano puntualmente aumenti di capitale, sponsorizzazioni convenientissime, magnati anche controversi ai vertici dei club – come Sadettin Saran, nuovo numero uno gialloblù, arrestato a dicembre con l’accusa di detenzione e traffico di sostanze stupefacenti. In questo contesto, per far quadrare a bilancio l’arrivo dei nuovi acquisti si gioca sull’orlo del Fair play finanziario. Ma appunto, i vertici del calcio locale tendono a soprassedere.
La risposta di fondo riguarda il peso politico e nazionalpopolare dello sport in Turchia: pur bypassando qualunque criterio di sostenibilità aziendale, i top club servono e sono incoraggiati a spendere direttamente dal governo di Erdogan, attraverso un massiccio sistema di sgravi fiscali. È questione di prestigio, di distrazione collettiva. E di un campionato, dietro il luccichio diffuso, ormai sempre più instabile: tra ammutinamenti in campo e accuse di corruzione («Questo calcio puzza», dichiarava José Mourinho), il futuro tra le grandi di Istanbul si preannuncia tutto fuorché rasserenante. Non basta il miglior Guendouzi per cambiare l’andazzo.