Milano Cortina 2026 sarà un ultimo ballo emozionante e spaventoso, intervista a Dorothea Wierer

Un'icona del biathlon, e degli sport invernale italiani, è pronta a chiudere la sua strepitosa carriera alle Olimpiadi, davanti alla sua gente.
di Alfonso Fasano 08 Febbraio 2026 alle 01:56
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Chiunque si metta a guardare una gara di biathlon, un appassionato storico come anche un novizio totale, non può che rilevare – e non può che apprezzare – la precisione assoluta, quasi solenne, che si respira nell’ambito di questo sport. Può sembrare banale, visto che si parla di una disciplina in cui ci sono di mezzo un fucile e dei bersagli, ma in realtà questo discorso va oltre le sessioni di tiro: tutto ciò che fa un biatleta è studiato con accuratezza, ogni movimento con gli sci – e quindi con il corpo nella sua interezza – è preparato per agevolare quello successivo, ogni dettaglio tecnico – la lunghezza degli sci, la lunghezza dei bastoncini, il peso e la maneggevolezza della carabina, la posizione da assumere quando arriva il momento di sparare – ha un impatto potenzialmente decisivo sull’esito di una gara.

Di conseguenza, l’intera carriera di un biatleta è un meccanismo perfetto fondato su meticolosità, rigore, impegno. È inevitabile, dunque, che i campioni di biathlon abbiano un approccio metodico, ordinato, anche quando escono fuori dal loro mondo professionale. Lo dimostra Dorothea Wierer, il volto-simbolo dei biathlon italiano, una leggenda vivente dello sport invernale colorato d’azzurro: quando parla della sua carriera, di se stessa, del suo presente e delle sue prospettive, Wierer è chiara, diretta, a volte anche tagliente. È precisa, appunto, per non dire chirurgica. I

l bello è che questo modo di essere, di esprimersi, non le impedisce di raccontare e quindi di trasmettere perbene le sue emozioni, il suo tratto più umano e più caldo. Come quando, non molto tempo fa, ha detto che Milano Cortina 2026, l’ultima edizione dei Giochi Olimpici Invernali a cui parteciperà come atleta prima del suo ritiro dalle competizioni, per lei sarà un appuntamento «emozionante e spaventoso». Siamo partiti proprio da qui, da queste parole, per un’intervista-ritratto di una campionessa che ha segnato un’epoca, di una sportiva che però ha trasceso il suo stesso sport, trasformandosi in qualcosa di più: un’icona.

Ci siamo, Milano Cortina 2026 è praticamente alle porte. Perché hai definito queste Olimpiadi Invernali utilizzando aggettivi come «emozionanti» e «spaventose», così lontani tra loro?
Li ho scelti in quanto riflettono il sentimento con il quale sto affrontando l’avvicinamento ai Giochi. C’è grande emozione per il fatto che si svolgono a casa mia, ma anche grande senso di responsabilità, visto che le aspettative sono elevate ed è il mio ultimo appuntamento in carriera.
Ecco, appunto: cosa intendi per «senso di responsabilità»?
Credi che ci sia maggiore pressione rispetto alle Olimpiadi precedenti? Certo, le gare si faranno a casa mia e questo mi investe di una responsabilità ancora più elevata rispetto al passato. Per quanto mi riguarda, cercherò di vivere questa Olimpiade nel migliore dei modi. D’altronde i fattori esterni che possono incidere sul risultato sono troppi, quindi da parte mia posso solo augurarmi di arrivare sana e in forma per poter gareggiare ai massimi livelli.

Ci tenevi e ci tieni tanto a esserci, è evidente ed è sacrosanto. La tua partecipazione, però, è stata resa ufficiale a maggio 2024, dopo un po’ di riflessioni. Com’è maturata, poi, la scelta di proseguire fino a Milano Cortina 2026?
In verità la decisione l’avevo già presa, solo che ho voluto ascoltare nuovamente me stessa: volevo capire se avrei avuto la determinazione e la voglia di tirare avanti ancora due anni. Il biathlon è uno sport molto impegnativo, occupa molto spazio nella vita di chi lo pratica e impone costanti sacrifici.
Ecco, questo è un tema veramente interessante: quali sono, proprio dal punto di vista pratico, i sacrifici e gli impegni quotidiani di chi pratica il biathlon ai massimi livelli?
Il biathlon è uno sport principalmente aerobico, impone sessioni di allenamenti costanti e differenziate: lavoriamo sia sugli skiroll che in bici, e ovviamente anche sugli sci di fondo. È uno sport di fatica, ma ha una grande differenza rispetto a tutte le altre attività: nel giro di qualche secondo devi cambiare totalmente il tuo asset e passare da 200 pulsazioni a 160 per poter sperare di centrare l’obiettivo. Succede spesso che il lavoro fisico venga anche superato dall’esperienza che si ha al tiro, in quegli istanti puoi anche compensare una carenza di velocità che hai sugli sci, sono momenti importanti. Di conseguenza il lavoro quotidiano consiste nel curare la parte fisica, ma anche nel controllo delle emozioni. Una cosa che non sempre mi riesce…

Il concetto di fatica è sempre uno dei più ricorrenti quando rilasci le tue interviste, nei tuoi racconti.
Per forza, nel biathlon tutto è faticoso! Quando ti alleni e quando gareggi non smetti mai di tirare, di pensare, di controllare il tuo respiro e i tuoi battiti. Di fatto devi unire il massimo sforzo fisico alla concentrazione, una cosa molto difficile da gestire mentalmente e che richiede tantissima energia.
Questa fatica, però, tu riesci a viverla e ad affrontarla in maniera positiva. Come tutti gli sportivi, insomma, questo tipo di sforzo ti piace, finisce per appagarti.
Se non mi piacesse faticare avrei già smesso da tanto tempo, Ma devo anche dire che la fatica, quando viene ripagata da un bel risultato, finisce per scomparire. Il problema è un altro: con gli anni, le capacità di rigenerare il proprio fisico diminuiscono e quindi bisogna lavorare su altri punti per migliorare la propria performance. Non mi sento appagata quando perdo, anzi devo dire che non accetto mai facilmente le sconfitte. Allo stesso tempo, però, la mia carriera mi ha insegnato che si impara di più da una sconfitta che da una vittoria.

Oggi come oggi, che sei quasi alla fine della tua carriera, cosa pensi di aver imparato meglio? In cosa sei una biatleta veramente forte? E in cosa, invece, ti senti di poter ancora migliorare?
I miei punti di forza sono la resilienza e la volontà di non mollare mai. il mio punto debole, invece, è il mio non essere mai soddisfatta dei risultati che raggiungo, la mia eccessiva autocritica. Sento che la gioia del momento buono, della vittoria, dura poco. Come detto prima, e voglio ribadirlo perché ne sono certa, per me più formative le delusioni che i grandi risultati.

Questo è un altro aspetto interessante, perché fa riferimento a un tema diventato molto centrale negli ultimi anni: quello della salute mentale. Sembra che tu riesca ad accettare e a vivere bene anche i risultati negativi, ma è giusto porti una domanda diretta: che rapporto hai con la progressione e con la regressione dei tuoi tempi? Ti fai scoraggiare o ti esalti se in allenamento ci sono degli sbalzi significativi? Oltre a essere un’atleta di primo livello sei anche una brand ambassador di OMEGA, Official Timekeeper di Milano Cortina 2026, quindi sai benissimo quanto sia importante misurare il tempo, che ogni centesimo di secondo può fare la differenza, soprattutto nel biathlon.
Lo sport è quasi sempre una costante lotta contro il tempo, quindi avere la percezione di come gestirlo e controllarlo, ascoltando il proprio corpo e misurando la progressione nelle fasi di allenamento come in gara, è una cosa importante, mi permette di valutare bene ogni mia performance. OMEGA mi accompagna regolarmente in questo percorso, durante il quale ho imparato a non esaltarmi e nemmeno a scoraggiarmi troppo di fronte a un risultato importante o una debacle. In fondo il giorno successivo si riparte da zero.

Dorothea Wierer è stata ed è il simbolo di uno sport che, almeno in Italia, partiva praticamente da zero. E allora si può dire: pochissimi atleti, nella storia dello sport italiano, sono riusciti a identificare una disciplina come hai fatto tu. Sei consapevole di questa tua importanza storica per il mondo del biathlon? Come vivi questa condizione?
Sono consapevole di aver contribuito molto alla crescita di uno sport che in Italia era praticamente sconosciuto, ma che grazie ai risultati – quelli miei e quelli di tutta la squadra – inizia a farsi conoscere. L’importanza storica è un fattore temporale e le persone fanno presto a dimenticare, anche in questo senso si riparte ogni volta da zero. Ma mi auguro che il mio percorso di agonista abbia contribuito ad avvicinare molti giovani allo sport in senso assoluto, e ovviamente anche al biathlon.

Tra tutti i tuoi successi, tre medaglie olimpiche, due Coppe del Mondo generali, quattro ori mondiali, a quale ti senti più legata? E perché?
Ogni successo ha il suo fascino e spesso ci sono anche dei motivi diversi che lo rendono unico. La vittoria in Coppa del Mondo generale è la consacrazione di una stagione fantastica, gli ori mondiali hanno un sapore speciale, soprattutto quelli che ho vinto ad Anterselva, visto che ho corso davanti al mio pubblico e a casa mia. Infine le medaglie olimpiche sono la massima aspirazione di ogni atleta…
Ecco, torniamo proprio alle Olimpiadi. Cos’è lo spirito olimpico per Dorothea Wierer? Come ha vissuto, proprio come esperienza umana, le tre edizioni dei Giochi Olimpici Invernali a cui ha partecipato?
L’esperienza umana che ho vissuto è stata edificante, in quanto mi ha permesso di capire determinati valori che magari in altre occasioni non mi erano così chiari. Anche il fatto che ogni quattro anni le persone cambiano, crescono e aumentano la consapevolezza del ruolo che hanno all’interno della propria comunità, non solo quella sportiva, incide sulla percezione che hanno dell’evento. Ed è una cosa che ho vissuto sulla mia pelle. Inclusione, lealtà, rispetto, accettazione delle differenze e costante sfida per migliorarsi: questi sono stati alcuni degli elementi ai quali mi sono ispirata per affrontare le varie edizioni dei Giochi.

Per chiudere, farei un veloce salto nel futuro: come ti vedi tra uno, tre e cinque anni? Nelle tue interviste hai sempre detto di voler diventare mamma…
È difficile proiettarmi così lontano nel tempo, soprattutto da qui a cinque anni, ma in ogni caso confermo di voler allargare la famiglia, di avere il desiderio di diventare mamma. Allo stesso tempo, vorrei avere l’energia e lo spirito che da sempre mi sostiene quando si tratterà di affrontare un nuovo capitolo della mia vita. Di sicuro non starò ferma a casa, ma cercherò di alternare la mia vita privata alla professione, anche se non ho ancora definito bene quale sarà il mio percorso. Quello che so è che molte atlete sono riuscite ad abbinare con successo la vita sportiva a quella privata, maternità compresa. Spero di riuscirci anch’io.

Da Undici n° 66
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