Bad Bunny al Super Bowl ha dimostrato che la risposta più forte a Trump e alle discriminazioni è arrivata dallo sport, ancora una volta

Il rapper di Porto Rico non solo ha interpretato alla perfezione il sentimento panamericano contro l'amministrazione Trump, ma vi ha dato voce attraverso un megafono potentissimo. Come tanti altri avevano fatto prima di lui.
di Redazione Undici 09 Febbraio 2026 alle 18:27

Che il centro dello stadio possa rappresentare uno squarcio contro le angherie dello status quo, in tempi moderni l’avevano dimostrato per primi Tommie Smith e John Carlos. Un pugno chiuso contro il razzismo, che dal podio olimpico di Città del Messico ’68 diventò un’immagine cult delle innumerevoli piazze di protesta che animarono i decenni a venire. Da allora, anche negli Stati Uniti, i diritti civili hanno tagliato traguardi fondamentali. Ma non basta. E al contrario, le due volte di Donald Trump alla Casa Bianca hanno riproposto discriminazioni vecchie e nuove, esacerbando la tensione all’interno della società americana. A farne le spese — in ginocchio, segnando una posa altrettanto generazionale e d’ispirazione — era stato nel 2016 il quarterback Colin Kaepernick. Oggi, sempre su un campo da football, la spettacolare profanazione arriva da Bad Bunny. Che dopo l’ondata emotiva del mondo dello sport verso il movimento Black Lives Matter, arriva a raccoglierne il testimone in chiava panamericana. Scompigliando ancora una volta la serenità dell’uomo più potente del mondo.

Dove non arriva la cosa pubblica — «i Democratici sono gelosi», scrive non a caso Politico —, tante volte può tantissimo il panorama sportivo e dell’intrattenimento. Perché del Super Bowl 2026, alle nostre latitudini, in pochi conoscono il verdetto del campo (a rigor di cronaca, la vittoria dei Seattle Seahawks sui New England Patriots). Ma tutti ormai hanno visto la performance ad alto impatto simbolico del rapper di Porto Rico durante l’Halftime Show. Tredici minuti di esibizione, che oltre alla musica e agli effetti speciali di repertorio sono stati innanzitutto un atto sociale e politico: uno schiaffo all’amministrazione Trump senza nominarla mai, senza incorrere in sproloqui — la tagline della kermesse recitava “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore” —, eppure lasciando il segno con straordinaria efficacia. Davanti a un audience globale, tra spettatori dal vivo e in televisione, da 100 milioni di persone.

Era la prima volta che lo spettacolo nell’intervallo del match ha visto protagonista una star latinoamericana. Non solo: tolto il siparietto canoro di Lady Gaga, ospite dell’esibizione insieme a Ricky Martin, l’intero show è stato condotto in lingua spagnola. Anche questo è un record, e una scelta stilistica ben precisa alla luce delle tensioni sempre più pesanti degli ultimi mesi. Se una settimana fa, alla cerimonia dei Grammy Awards, Bad Bunny aveva esordito con un sintetico “ICE out” — e sempre per timore della milizia anti-immigrazione di Trump, il cantante aveva annullato il suo tour negli Stati Uniti lo scorso settembre — questa volta non c’è stato bisogno di alcun attacco diretto.

Ha spiccato il racconto dell’entroterra portoricano, del suo sfruttamento economico. Ha colpito nel segno una coreografia animata anche da coppie di ballerini dello stesso sesso — scelta volutissima, come la presenza di un attore bambino che impersonava Liam Conejo Ramos, simbolo delle vittime degli abusi della polizia federale nel Minnesota. E soprattutto, rischia di fare la storia il gran finale: Bad Bunny che dice «God bless America». E poi enumera, uno per uno, da sud a nord, tutti i Paesi che dal Cile al Canada compongono il continente, con annesse le rispettive bandiere in una sfilata dal richiamo olimpico.

Come ha reagito Trump? Malissimo, naturalmente. Colpito nell’orgoglio molto più duramente rispetto all’azione di qualsiasi suo avversario politico: il presidente aveva annunciato di boicottare il Super Bowl e il suo Halftime Show, per poi bollarlo come «un siparietto terribile, tra i peggiori della storia». E detto da chi sta facendo dello sport, via Mondiali di calcio, un vero e proprio instrumentum regni, sono parole che fanno un certo effetto. Così in un amen Bad Bunny è diventato un simbolo dell’opposizione a tutti gli effetti, ripercorrendo per certi versi lo schema emotivo che durante la scorsa campagna elettorale per la Casa Bianca aveva investito Taylor Swift (con scarso successo, in quell’occasione).

Per ironia della sorte, il 31enne portoricano condivide le origini e uno dei suoi cognomi di battesimo — Ocasio — con chi fra i democratici ritiene di poter cavalcare quest’ondata di popolarità a scopo elettorale. «La musica di Bad Bunny ha delle implicazioni politiche trascendentali», ha riconosciuto Alexandra Ocasio Cortez, seguita da una folta rassegna stampa. «Bad Bunny fa imbufalire l’universo MAGA», titola The Guardian. «Ha creato un fenomeno culturale: può innescarne uno politico?», si interroga Politico. Per la BBC invece «ha già fatto la storia». Mentre il New York Times, con una sezione dedicata, ormai gli riconosce doti da Martin Luther King contemporaneo. Che in effetti sosteneva massime di questo tipo: «L’oscurità non può scacciare l’oscurità, soltanto la luce può farlo. L’odio non può battere l’odio; soltanto l’amore può riuscirci». L’ultima parafrasi è arrivata al Super Bowl.

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