L’Italia femminile di hockey su ghiaccio è diventata competitiva grazie a un progetto mai visto prima, e alle idee di una leggenda: intervista a Danièle Sauvageau

La rappresentativa azzurra, arrivata ai quarti di finale per la prima volta nella sua storia, è stata costruita pescando giocatrici dall'estero e con una visione di stampo professionistico, orientata al futuro.
di Emanuele Giulianelli 13 Febbraio 2026 alle 13:02

C’è un momento preciso in cui la geografia dell’hockey su ghiaccio femminile in Italia ha smesso di essere una questione di latitudine e si è trasformata in una questione di metodo. Tre anni fa, da un ufficio federale nostrano, è partita una telefonata che ha attraversato l’Atlantico: dall’altra parte dell’ormai virtuale filo c’era Danièle Sauvageau. Prima di raccontare tempi e, soprattutto, contenuti di quella telefonata rivoluzionaria e seminale, dobbiamo aprire una doverosa parentesi su questa vera e propria leggenda dell’hockey, per raccontare chi è, cosa ha vinto e cosa rappresenta per l’hockey mondiale. È grazie a lei, infatti, oltre che alle ragazze che scendono sul ghiaccio, se l’Italia sta ottenendo dei riscontri davvero importanti alle Olimpiadi di Milano Cortina ed è arrivata a regalarsi la sfida dei quarti di finale contro le pluricampionesse statunitensi. Per chi non capisce la portata storica di questo risultato: a Torino 2006, le Azzurre chiusero il torneo olimpico con tre sconfitte in tre partite, e con uno score di un gol fatto e 32 subiti.

Nata nel 1962 in Quebec, Danièle Sauvageau è una dirigente e allenatrice di hockey su ghiaccio, figura pionieristica nello sport femminile nordamericano e mondiale. Chiamata ad allenare la nazionale dopo il deludente argento di Nagano 1998, ha guidato il Canada all’oro olimpico ai Giochi di Salt Lake City 2002, un trionfo che mancava da 50 anni. Danièle è diventata un’eroina per il suo Paese, ma non si è fermata, anzi: è diventata la prima donna ad allenare nella QMJHL maschile e a commentare l’hockey NHL nella televisione del Canada francofono. Ha ricoperto ruoli chiave a vari livelli, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo del movimento femminile. Nel 2025 è stata inserita nella Canadian Olympic Hall of Fame.

«Tre anni fa», racconta Sauvageau, «ho ricevuto una chiamata dalla leadership della Federazione Italiana che mi chiedeva se potessi aiutare e guidare la creazione di una squadra insieme. All’inizio si valutava se dovessi fare l’allenatrice o la General Manager. Ho accettato e, nel frattempo, in Nord America è stata creata la squadra professionistica di Montréal di cui sono stata nominata GM. Così ho continuato a ricoprire il ruolo di GM anche per l’Italia. Ho messo insieme una squadra per affrontare i campionati mondiali, i training camp e le partite amichevoli durante le pause internazionali. La Federazione Italiana considerava molto importante supportare sia la squadra maschile che quella femminile. L’obiettivo non è solo avere una squadra competitiva alle Olimpiadi, ma anche far nascere nei più giovani il sogno di giocare a hockey in Italia e, un giorno, per la nazionale. La Federazione è stata molto seria e appassionata in questo progetto e il risultato è quello che si è visto questa settimana».

Non appena Danièle ha riattaccato con la federazione, ha di nuovo preso in mano il telefono per chiamare alcune giocatrici canadesi per proporre loro di essere parte di questo progetto di crescita e sviluppo azzurro. È il caso di Laura Fortino, 35 anni è una delle figure di spicco della squadra. Ha vinto la medaglia d’oro olimpica con il Canada nel 2014, indossando la maglia canadese per l’ultima volta nel 2019. Per poter giocare con l’Italia, ha scelto di trasferirsi e giocare per due stagioni nel campionato nazionale italiano, prima a Bolzano e poi a Caldaro, soddisfacendo così i requisiti di eleggibilità. Kayla Tutino, invece, ha addirittura scelto di rientrare in gioco dal ritiro agonistico per unirsi al progetto della nazionale italiana. Il suo contributo alle Olimpiadi è stato immediato, avendo segnato la prima rete nella storica vittoria al debutto contro la Francia, primo successo assoluto olimpico assoluto per le azzurre. Gabriella Durante, originaria di Calgary, è la portiera della nazionale. Ha giocato un ruolo cruciale nella vittoria per 3-2 contro il Giappone.

Altre ragazze provengono da nazioni diverse, così hanno scelto di essere naturalizzate: ma il discorso fatto da Sauvageau è molto più ampio. «Nell’estate del 2024», racconta la dirigente, «abbiamo portato la squadra a Montréal per giocare contro team universitari. I punteggi erano nettamente a favore delle università e ci siamo resi conto che la squadra doveva migliorare la forma fisica fuori dal ghiaccio, allenarsi insieme cinque volte a settimana e giocare su superfici NHL, che sono diverse da quelle europee. La leadership della Federazione ha concordato con questa visione e a Montreal abbiamo potuto osservare i miglioramenti quotidiani delle atlete».

Un passaggio decisivo, un bagno nel professionismo, per ragazze da sempre abituate a conciliare un lavoro fuori dal ghiaccio e una passione sui pattini. «Le prime due settimane», ricorda Sauvageau, «sono state dure perché abbiamo lavorato intensamente in palestra con specialisti di hockey. Alle giocatrici sono state offerte sessioni di nutrizione, preparazione mentale e sessioni video individualizzate con lo staff tecnico. Avevano il loro spogliatoio e un alloggio vicino; per loro era un vero ambiente professionale. Sono diventate più veloci e forti, e questo si è visto sul ghiaccio. Ammiro molto le giocatrici perché hanno lavorato sodo, nonostante debbano conciliare l’hockey con la scuola, il lavoro e la vita privata. Avremmo potuto iniziare questo percorso di centralizzazione due o tre anni fa e la squadra sarebbe stata ancora migliore, ma ora sono molto orgogliose di ciò che hanno fatto”.

Il presente, ciò che hanno fatto, appunto, si chiamano Stati Uniti e quarti di finale alle Olimpiadi in casa. Il futuro è un progetto in mano alla migliore architetta possibile: «Con la federazione Stiamo discutendo del post-Olimpiadi. Ad aprile ci sarà il Campionato Mondiale e l’obiettivo di tutti è vincere per salire di divisione, come abbiamo fatto l’anno scorso. Le giocatrici sono impegnate e continueranno ad allenarsi. Vogliamo anche sviluppare un piano per far crescere il movimento di base (grassroots) in Italia, magari utilizzando le giocatrici per organizzare dei clinics».

E in questo futuro, le chiediamo in conclusione, potrebbe esserci una medaglia olimpica? «La risposta è sì», dice Sauvageau.. «In quanti anni? È difficile dirlo perché ci sono solo circa 500 giocatrici in Italia. Dobbiamo attirare gli atleti verso l’hockey fin da piccoli per far crescere il movimento. È una questione di tempo: lo abbiamo visto con paesi come la Repubblica Ceca, la Svezia o la Finlandia; vent’anni fa i loro programmi non erano al livello di oggi. Questo è il momento giusto per piantare il seme e continuare a crescere».

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