Questa è una di quelle storie che inizialmente passano un po’ inosservate, sciolte nel rapido fiume dei feed dei nostri telefoni. Ma sono potenti, molto più potenti di tante parole, soprattutto quando avvengono in un contesto come quello delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Per fare un esempio: durante la partita di hockey su ghiaccio tra Danimarca-Stati Uniti di hockey, sugli spalti è stata sventolata spesso una bandiera della Groenlandia – in solidarietà all’isola del ghiaccio appartentente alla Danimarca, ma sotto le mire del presidente americano Donald Trump. Oppure ancora, tornando alla cerimonia d’apertura di San Siro: a portare il cartello con l’insegna “Ucraina” nella cerimonia d’apertura di Milano è stata una donna russa.
No, non avete letto male: si chiama Anastasia Kucherova, fa l’architetto e vive a Milano da 14 anni. Era praticamente irriconoscibile, coperta com’era in un piumino argentato con cappuccio, gli occhi coperti anche da lenti scure. In seguito, però, si è esposta sul suo profilo Instagram e ha rilasciato un’intervista all’Associated Press in cui spiega come sono andate le cose prima della cerimonia: inizialmente l’assegnazione dei Paesi sarebbe dovuta avvenire in modo casuale, ma poi il coreografo dell’evento ha chiesto ai volontari se avessero delle preferenze. E lei ha scelto l’Ucraina. Ha aggiunto che gli atleti russi hanno immediatamente riconosciuto le sue origini e si sono rivolti a lei nella loro lingua. Per Kucherova, questo è stato il segno di «una profonda connessione» tra russi e ucraini «che ovviamente potrebbe continuare a esistere se non fosse per la guerra».
Nell’intervista all’AP, Kucherova ha detto frasi molto significative, sia sulla sua esperienza che in generale: «Quando cammini accanto a queste persone ti rendi conto che hanno ogni diritto umano di provare odio verso qualunque russo, Tuttavia, penso sia importante fare anche solo una piccola azione per mostrare loro che non tutti i russi la pensano allo stesso modo». La donna russa ha aggiunto che, per lei, portare quell’insegna è stato un piccolo atto di resistenza, un modo per ricordare al mondo che la vita prosegue, può proseguire: «Gli ucraini non hanno alcuna possibilità di evitare questi pensieri o di ignorare l’esistenza della guerra. Questa è la loro realtà: continuano ad amarsi, a sposarsi o a fare sport, a venire alle Olimpiadi. Ma tutto questo avviene sullo sfondo di una devastazione».