E pensare che Kjetil Knutsen, allenatore del Bodo/Glimt, dopo i tre gol rifilati all’Inter – cioè il punto più alto nella storia europea del club norvegese –, si è limitato a dire «non abbiamo giocato una grande partita». Anzi: «Siamo stati anche un po’ fortunati». Figurarsi allora se Hauge e compagni fossero scesi in campo come da copione, che fine avrebbero fatto i nerazzurri già frastornati. Inappellabili tutte le attenuanti ambientali: neve, gelo, campo sintetico, cornice di pubblico decisamente casalinga. Non basta più ormai la nomea di trasferta terribile, squadra-trappola, o qualunque altro modo per giustificare un passaggio a vuoto calcistico ai confini del circolo polare artico. Perché se tre indizi fanno una prova, battere con merito il Manchester City, l’Atlético Madrid e infine l’Inter nell’arco di un mese è sintomo di una parola soltanto: qualità.
Le avvisaglie c’erano tutte, da diversi anni. Chiedere alle due squadre romane, che passando per Bodo hanno dovuto digerire bocconi amarissimi anche nelle loro stagioni migliori: la Roma futura vincitrice della Conference League, nel 2021/22, all’Aspmyra Stadium era stata travolta per 6-1; la Lazio capolista della fase a gironi di Europa League, nella passata stagione, vide sfumare le semifinali contro i gialloneri ai rigori. In entrambi i casi si parò di flop, tra smacco e rimpianti. Oggi sono sconfitte che assumono una dimensione più proporzionata. Perché l’ossatura del Bodo di ieri è il fulcro della squadra attuale. Che brilla attorno al talento di Patrick Berg e Jens Petter Hauge. Ma soprattutto è un corpo unico, compatto, fisicamente secondo a nessuno e capace di giocare a memoria a prescindere dalla competizione.
La vittoria contro l’Inter racchiude tutta l’essenza tattica dei ragazzi di Knutsen. La prima rete è un capolavoro: uno, due, tre, otto passaggi a regola d’arte per vie centrali, non più di due tocchi per giocatore e destro vincente a rimorchio di Sondre Fet, sempre di prima intenzione. Un esercizio da scuola calcio. Il raddoppio, nella ripresa, è frutto di un pressing ben calibrato che induce all’errore Carlos Augusto: altri due passaggi e Hauge scaraventa in porta con una sassata. Passano tre minuti e un raddoppio di marcature forsennato sradica il pallone dai piedi di Barella nella metà campo offensiva: rapido ribaltamento di fronte e finalizzazione da playstation. Tutto troppo, troppo facile.
Nelle armi del Bodo c’è un utilizzo del contropiede da manuale, ma anche una copertura degli spazi e una consapevolezza palla al piede che non si addicono a una semplice Cenerentola della Champions League. Pur senza fuoriclasse designati – stando a Transfermarkt, l’intera rosa norvegese vale 57 milioni di euro: quasi 30 in meno del solo Lautaro Martinez –, i gialloneri sono riusciti a trovare il modo di ottimizzare il proprio rendimento con i pochi mezzi a disposizione. E in questi anni in Europa hanno accumulato esperienza da vendere: ai playoff sono arrivati pronti, anche mentalmente.
Certo, poi il saggio Knutsen non ha tutti i torti: ci vuole anche una discreta dose di fortuna. Se tiri di Darmian e Lautaro fossero entrati, anziché sbattere sul palo, probabilmente adesso staremmo parlando di tutt’altra partita – con relative prospettive di qualificazione. Ma il calcio è anche questo. Bisogna saperselo portare dalla propria parte. E così, una sfida alla volta, la matricola di Norvegia è riuscita a imbrigliare le migliori squadre del continente, sfruttando al meglio le possibilità nei novanta minuti. Fra pochi giorni a San Siro sarà tutt’altra musica, guai però a sottovalutare la capacità del Bodo di farsi strada tra le big. Più che da ingenui sarebbe da ingenerosi. Lungo i ghiacci del nord, la Champions è stata onorata alla grandissima. E dove finiscono i demeriti di un’Inter svagata e sgonfia, inizia l’exploit di una squadra che è tutto fuorché una benedizione del caso. Lo sa tutta l’Europa, ormai.