The Basketball Dream è il modo perfetto per raccontare la storia di Marco Belinelli, un uomo normale capace di cose straordinarie

Il docufilm sul primo italiano campione NBA, al cinema dal 16 marzo, è un'opera che va oltre la pallacanestro, oltre lo sport.
di Claudio Pellecchia 15 Marzo 2026 alle 14:49

Per tredici dei suoi quasi 40 anni (li compirà il prossimo 25 marzo), Marco Belinelli ha vissuto in un mondo in cui la capacità di raccontare e raccontarsi costituiva parte integrante del bagaglio di ogni grande professionista NBA. Per uno come lui, abituato a «far parlare soprattutto il campo» e a concedere pochissimi spazi verbali a pensieri ed emozioni, adattarsi ai media che arrivavano fin dentro gli spogliatoi non è stato semplice. Anzi per certi versi la sua naturale riservatezza è emersa ancora di più, pur nel rispetto del lavoro di chi fungeva da tramite tra lui e la sua fanbase. Per questo, rivedersi intento a riavvolgere i fili che hanno tenuto e tengono ancora insieme la sua stessa esistenza davanti a una macchina da presa, è stato talmente strano da farlo persino commuovere.

Del resto il senso stesso di The Basketball Dream, il documentario prodotto da Red Private con la collaborazione di RAI, al cinema dal 16 marzo, è proprio questo: mostrare e dimostrare che oltre ciò che sappiamo – o che crediamo di sapere – di noi stessi e degli altri, c’è un universo a parte in cui si annida la vera essenza dell’essere umano. E questo anche se si parla del primo giocatore italiano a vincere un titolo NBA e che è stato parte integrante della quotidianità di tifosi e appassionati nei due decenni in cui lo sport professionistico si è trasformato nell’unico linguaggio globale davvero accessibile – e comprensibile – a tutti.

Le piattaforme streaming hanno trasformato lo sport in un “genere letterario” a sé stante all’interno dell’intrattenimento di massa, arrivando ben presto a un punto di saturazione: spesso nemmeno la cura dei dettagli e l’abbondanza di immagini e aneddoti riescono a far dimenticare quella sensazione di “già visto” che ci porta a mettere sullo stesso piano protagonisti e vicende lontanissime nel tempo e nello spazio. The Basketball Dream è un prodotto diverso, che si distanzia dalle comuni dinamiche di scrittura, montaggio e sviluppo della narrazione, e la cui riconoscibilità si sostanzia nella reciprocità del rapporto che c’è tra la storia umana e sportiva di Belinelli e la circolarità degli eventi – sottolineata anche da Francesco Zippel che ha curato la scrittura del film diretto da Giorgio Testi – che lo hanno riportato là dove il suo sogno è cominciato. E cioè a quella cameretta nella casa di San Giovanni in Persiceto dove consumava le cassette di Michael Jordan e Magic Johnson e che oggi, grazie a mamma Iole, è diventata una sorta di grande capsula del tempo che permette a Marco di rientrare in sintonia con il bambino che viveva per le sfide nel cortile con il fratello sotto il canestro fissato al muro da nonno Antonio.

In questo senso, l’essere diventato a sua volta il protagonista di un equivalente moderno di quelle VHS rappresenta perfettamente quell’ideale di “uomo normale capace di cose straordinarie” che secondo la producer Ellida Bronzetti ha costituito fin da subito il core dell’intero progetto, anche a costo di correre il rischio di perdere qualcosa in termini di diffusione e “vendibilità” nei confronti di un pubblico impegnato nella perenne ricerca dei twist drammatici, di quegli alti e bassi caratteriali ed emotivi che costituiscono il mezzo attraverso cui diventa possibile empatizzare e identificarsi con qualcuno che appare lontano da un certo modo di vivere e di pensare. Come se il non aver mai deragliato da determinati binari, il non aver mai sbagliato davvero, rendessero la sua storia di successo e resilienza di Belinelli meno meritevole di essere raccontata.

E, invece, The Basketball Dream funziona proprio perché è una storia di sogni realizzati senza la necessità di scavare per forza tra gli abissi dell’anima, per trovare un senso a tutto o per cercare quei dettagli che umanizzassero l’ideale stereotipato del superatleta che è anche un superuomo. E funziona anche per un altro motivo, che riguarda il come questa storia viene raccontata dal punto di vista prettamente visivo. Di solito si tende a pensare che una delle chiavi del successo dei docufilm risieda nella qualità e nella quantità delle immagini che accompagnano, in alcuni casi arrivando persino a sovrastarla, il parlato del narratore, sia essa quella del protagonista o di qualcuno esterno; in The Basketball Dream l’equilibrio tra i video delle azioni e dei momenti di basket e la voce di Belinelli – ma anche quella, tra gli altri, di Baron Davis, Andrea Bargnani, Manu Ginobili, Tony Parker o coach Marco Sanguettoli – consente di immergersi in un’esperienza unica nel suo genere, che va ben oltre quello che si vede sullo schermo. Se, per assurdo, lo spettatore si trovasse a dover chiudere gli occhi e a lasciarsi guidare solo dai suoni e dalle parole, vedrebbe comunque Belinelli che vince il suo primo scudetto con la Fortitudo a 21 anni, Belinelli che segna 25 punti contro Team USA, Belinelli che stringe la mano a David Stern la notte del Draft, Belinelli che soffre negli anni di Golden State e di Toronto, Belinelli che resiste, Belinelli che trova Chris Paul e una nuova dimensione di vita e di carriera, Belinelli che va a San Antonio da Gregg Popovich, Belinelli che vince la gara del tiro da tre e il titolo, Belinelli che piange perché «alla fine ho vinto» e ha avuto ragione lui.

Ritorna, quindi, il tema dell’accessibilità. Chi queste cose le sa già per averle viste e vissute mentre accadevano può osservarle da un’angolazione nuova, più intima e soggettiva; e chi non è propriamente un appassionato può farsi una sua idea su cosa significhi vivere per raggiungere un obiettivo nato da una passione bruciante e irrefrenabile trasformatasi ben presto nello scopo ultimo per cui vale la pena fare dei sacrifici che poi non sono davvero tali nell’ottica di chi li compie.

Questo è il secondo architrave narrativo quando si tratta di individuare il messaggio di fondo da tramandare ai “Belinelli del domani”. Che, magari, invece di consumare i nastri delle VHS di Jordan e Magic, si troveranno a sognare la NBA riguardando un documentario che è sì sul basket, ma non solo. Marco era un bambino come tanti che giocava a pallacanestro nella città che, attraverso la pallacanestro, viveva una delle più feroci rivalità dello sport italiano tutto; è poi stato un ragazzo che, dopo il debutto in Eurolega, con la Virtus ha voluto comunque disputare una partita delle giovanili perché si divertiva troppo a giocare con i suoi compagni di squadra dell’epoca; infine è diventato l’uomo ostinato che è andato oltre il suo stesso talento e che si è ritagliato il suo spazio nella lega dove molti gli dicevano non potesse stare.

Una transizione lunga una vita in cui può riconoscersi anche chi non pratica sport ma che, nello sport, trova sempre qualcosa per motivarsi, per andare avanti, per arrivare alla fine di quelle giornate interminabili in cui niente va per il verso giusto anche se sono scandite da ciò che ci piace fare. Lo dice anche lui quando rivela che, oggi, il suo sogno è quello «di essere un grande marito e un grande papà» dopo aver detto basta al momento giusto, senza lasciarsi divorare dall’idea che non possa esserci niente oltre ciò che si è stati fino ad oggi. Basta guardarlo negli occhi per rendersene conto. E, se proprio non si ha la fortuna di poterlo incontrare, The Basketball Dream è esattamente ciò di cui si ha bisogno.

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