Il 2008 rappresentò un punto di svolta epocale nella storia del Manchester City. Quell’anno, a causa dello stato traballante delle finanze del club – allora presieduto da un ex primo ministro thailandese, l’imprenditore accusato di corruzione Thaksin Shinawatra –, la proprietà degli Sky Blues passò nel portafoglio dell’Abu Dhabi United Group. Questa società d’investimento degli Emirati Arabi Uniti, guidata dallo sceicco Mansūr bin Zāyed Āl Nahyān, membro della famiglia reale di Abu Dhabi e ministro della Corte presidenziale del paese, ha moltiplicato il potere economico del City e l’ha trasformato in un club paradigmatico del nuovo calcio-business.
L’infinita capacità finanziaria di una squadra che fino ad allora, almeno per quanto concerne la proiezione internazionale, aveva vissuto all’ombra del suo rivale cittadino, il Manchester United, scatenò un odio crescente verso il club presieduto da Khaldūn al-Mubārak, l’uomo che l’Abu Dhabi United Group aveva messo alla testa dei Citizens. Anche se diversi altri club inglesi erano stati acquisiti da eccentrici multimiliardari stranieri, il City divenne il bersaglio preferito degli oppositori di un calcio moderno caratterizzato dalla perdita d’identità da parte di squadre che godono di un portafoglio senza fondo. Uno dei rimproveri che vengono rivolti più spesso al Manchester City dei petrodollari, oltre appunto al fatto di avere risorse finanziarie illimitate e di essere proprietà di un’azienda vincolata al potere reale emiratino, è la sua mancanza di storia.
Pur essendo in mano a sceicchi che in effetti non la conoscono, va detto che in realtà il City ce l’ha, e molto lunga. In effetti, anche se la sua data di fondazione ufficiale è il 1894, occorre rintracciarne le origini nel 1880, quando diversi membri della comunità parrocchiale della chiesa di Saint Mark, nel quartiere di Gorton, zona orientale di Manchester, decisero di promuovere una squadra a fini essenzialmente benefici. All’epoca il calcio non era nemmeno lontanamente lo sport popolare che è nella Manchester odierna. La capitale industriale del Regno Unito era più votata al rugby e al cricket, e aveva soltanto un club di calcio organizzato. Fu in tale contesto che i responsabili della parrocchia, che nel 1875 avevano già promosso la fondazione di una squadra di cricket, decisero di creare anche la sezione calcistica del Saint Mark’s West Gorton, per consentire la pratica sportiva anche d’inverno.
Le finalità del club erano molto chiare: cercare di evitare il progressivo abbandono della chiesa da parte dei giovani, offrendo loro la possibilità di svolgere un’attività fisica che li allontanasse dall’alcolismo e dalla violenza crescente causata dalle bande, due problemi critici nei quartieri orientali di Manchester, profondamente segnati da disoccupazione, precarietà e miseria fin da quando la zona si era trasformata, nello spazio di pochi decenni, da bucolico territorio di pascolo a epicentro dell’industria siderurgica e ferroviaria.
Pur essendo un club anglicano che cercava di evitare lo scollamento tra gioventù e chiesa, il carattere solidale della squadra favorì l’apertura delle sue file a qualunque giocatore, indipendentemente dal suo credo. Questa nuova realtà, che costituisce la preistoria dell’attuale Manchester City, debuttò il 13 novembre 1880 in un match contro un altro undici parrocchiale di Macclesfield, il che evidenzia il fatto che buona parte delle squadre di calcio dell’epoca erano nate su iniziativa della Chiesa, che cercava di avvicinare i ragazzi ai propri ideali. Nonostante il nobile proposito di porre fine alla violenza che tormentava i quartieri popolari di Manchester, il Saint Mark’s West Gorton non solo non riuscì a sradicare questa piaga, ma fu a sua volta protagonista di episodi violenti sul terreno di gioco. I cambiamenti vissuti in quel periodo dal calcio favorirono frequenti cambi di denominazione del Saint Mark’s. Dopo un’effimera fusione con il Belle Vue, squadra in cui giocava, dividendosi tra le due formazioni, l’allora capitano del club anglicano, il Saint Mark’s divenne Gorton Association Fc, un nome che rivendicava l’appartenenza al quartiere operaio di Gorton.

Con il trasferimento, nel 1887, in un nuovo stadio nel sobborgo di Ardwick, altra zona popolare e industriale della Manchester di fine Ottocento, la squadra passò a chiamarsi Ardwick Association Fc. Le radici operaie e comunitarie dei club dell’epoca si rendevano evidenti in partite come quella che, nel 1889, contrappose l’Ardwick e il Newton Heath, predecessori rispettivamente di City e United. Lo scopo dell’incontro era raccogliere fondi per le famiglie di ventitré lavoratori morti dopo un’esplosione nella miniera di carbone di Hyde Road, situata proprio accanto allo stadio dell’antenato degli Sky Blues. Dopo alcuni notevoli successi, come la vittoria contro lo stesso Newton Heath nella Coppa di Manchester del 1891 o la partecipazione del club alla fondazione della seconda divisione inglese, nel 1892, e in seguito a problemi finanziari, l’Ardwick nel 1894 decise di riorganizzarsi e finì per diventare l’attuale Manchester City FC. E quella divenne una squadra molto popolare a Manchester, al punto che, ancor oggi, vanta il record di spettatori in una partita di una competizione inglese (escludendo gli incontri disputati a Wembley), quando, durante un turno di FA Cup del 1934, nel proprio stadio di Maine Road, attirò 84.569 spettatori.
La popolarità del City, che prima dell’arrivo degli sceicchi aveva in bacheca già due campionati, quattro FA Cup e una Coppa delle Coppe, lo spinse a vantarsi di essere la squadra con più tifosi nella sua città, più dello United, che contava su una massa di simpatizzanti provenienti da altri territori britannici. In effetti, la rivalità tra i due club ha spesso portato i Citizens a considerare i Red Devils un club estraneo alla città di Manchester. Ecco perché, quando il City prelevò Carlos Tévez dallo United, lo accolse con lo slogan «Welcome to Manchester». E quindi, nonostante l’acquisto del club da parte emiratina abbia aumentato l’odio verso gli Sky Blues e rinnegato le radici storiche del club, va da sé che l’attuale City dei petrodollari è comunque figlio di quella formazione parrocchiale anglicana nata per scopi benefici e sociali. Solo uno dei molti paradossi che costituiscono la natura dell’attuale modello di calcio-business. Un mondo dove tutto è in vendita. Tutto, tranne la storia.