Intervenire su un organismo sportivo remunirativo e accorto come la NBA potrebbe non essere il progetto più semplice, in termini di consenso interno. Molte franchigie infatti pianificano e investono sulla base della ripartizione dei diritti tv e di altri introiti collettivi determinati dallo status quo: rompere l’equilibrio ha un costo. Ma diciamo che 20 miliardi di dollari dovrebbero bastare: è questa infatti la cifra che gli addetti ai lavori stimano di intascare – e dunque di riversare dentro il sistema – dalla maxi operazione che si profila all’orizzonte. Da un lato la brand extension, con due nuove franchigie in due piazze estremamente appetibili – anche se per motivi diversi: l’una storica, l’altra glamour – come Seattle e Las Vegas. Dall’altro l’ingresso su larga scala in Europa, con una competizione satellite che si legherà a doppio filo con la lega di pallacanestro più seguita al mondo.
Il piano tracciato dalla NBA, come racconta Sportico, arriva in segutio alla consulenza con PJT Partners, una banca d’investimento specializzata, “per valutare il potenziale di mercati, infrastrutture, proprietà coinvolte e le più ampie implicazioni economiche dell’espansione”. La riforma interna, portando il numero di franchigie da 30 a 32, è quella che rischia di condizionare di più le dinamiche di gioco ma ha anche un impatto preponderante: la NBA si aspetta di guadagnare da questa iniziativa ben 15 miliardi di dollari. Gli altri 5 deriverebbero così dalle commissioni europee, con NBA Europe verso la stagione di lancio nell’autunno 2027 con un gruppo di partenza da 10-12 squadre. Un segnale chiaro, di quanto il basket americano abbia un peso specifico ancora incomparabile rispetto alla controparte oltreoceano.
Da tutto questo, quanto potrebbero incassare le franchigie esistenti, dagli Spurs ai Celtics? Le aspettative si aggirano attorno ai 650 milioni di dollari ciascuna, o anche di più se l’asta per aggiudicarsi le new entry a Seattle e Las Vegas dovesse raggiungere cifre particolarmente alte. Ben inteso: sarebbero soldi a esclusivo vantaggio delle proprietà e del sistema franchigia, senza ricadute dirette sui giocatori. E arriverebbero in un momento particolarmente fertile in termini economici. Basti pensare che tutte le prime dieci realtà NBA hanno visto il loro valore patrimoniale aumentare di almeno il 10%: Lakers e Warriors – che guidano questa speciale classifica, sono le uniche due a sfondare quota 10 miliardi di valore – in un anno si sono apprezzate del 24%. Un vero e proprio boom, che moltiplicherebbe l’impatto dell’iniezione di liquidità garantita dalle due nuove formazioni. La struttura della NBA è intaccata dal 2004, quando si aggiunsero i Charlotte Bobcats, oggi Hornets, e da allora il potere della lega ha continuato a rafforzarsi sotto ogni aspetto.
E l’Europa? Sarebbe un’operazione secondaria, come accennato, ma non per questo priva di interesse. Il commissioner Adam Silver è fra i primi a caldeggiare il progetto, intanto in chiave sperimentale e poi chissà. Diverse proprietà di club calcistici del vecchio continente – dal Milan al Real Madrid, passando per il PSG – hanno già manifestato la concreta volontà di far parte di questo nuovo format cestistico in collaborazione con la FIBA. Il prezzo delle licenze, cioè la quota per partecipare, si assesta fra i 300 e i 500 milioni di dollari. Tanti, ma non eccessivi dato il potenziale economico di NBA Europe. Quel che succede in America promette bene, in quanto a profitti.