L’Italia doveva sconfiggere la paura, prima ancora che l’Irlanda del Nord, e alla fine ci è riuscita

La Nazionale di Gattuso ha approcciato piuttosto male la semifinale dei playoff, poi però ha trovato il modo di accelerare, di scrollarsi di dosso una pressione enorme.
di Alfonso Fasano 27 Marzo 2026 alle 02:07

Qualche ora prima della partita di Bergamo tra Italia e Irlanda del Nord, valida come semifinale dei playoff per la qualificazione al Mondiale 2026, il Times ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente quanto condivisibile: “Italy must overcome greatest opponent to reach World Cup: themselves”. L’andamento della gara ha confermato la sensazione dei giornalisti inglesi, nel senso che la squadra di Gattuso ha dovuto battere due avversari: la paura, quindi se stessa come ha scritto il Times, e poi l’Irlanda del Nord. Non si può spiegare diversamente un primo tempo in cui gli Azzurri, di fatto, hanno ripetuto sempre lo stesso identico ciclo di gioco. E di conseguenza sono andati a sbattere costantemente contro il muro eretto dai loro avversari. Più che di ripetitività, però, sarebbe più giusto parlare in termini di paura, appunto: era come se l’Italia avesse il terrore di alzare i ritmi, di esagerare con la pressione e quindi di scoprirsi vulnerabile.

Le scelte di Gattuso, in questo senso, non hanno aiutato. Almeno inizialmente, infatti, il 3-5-2 disegnato dal ct azzurro è apparso fin troppo scolastico, fin troppo ingessato: il pallone veniva dirottato quasi sempre verso i quinti e/o verso le due mezzali che si aprivano in ampiezza, in poche occasioni il braccetto della linea arretrata (Macini a destra, Calafiori a sinistra) è andato a sovrapporsi internamente e/o a occupare lo spazio lasciato da Barella o Tonali. La manovra veniva impostata in maniera lenta e senza guizzi, gli unici appoggi non convenzionali – cioè non diretti verso Dimarco o verso Politano – sono stati quelli scodellati verso le due punte che tagliavano alle spalle dei centrali avversari. E proprio da due lanci del genere sono nati i soli due tiri veri verso la porta di Charles. L’unica altra (mezza) occasione, pochi minuti dopo il fischio d’inizio, è arrivata grazie sugli sviluppi di un angolo, grazie a una delle poche percussioni di Dimarco fin dentro l’area nordirlandese. Poco, davvero troppo poco.

Il punto, come detto, è che l’Italia vista nel primo tempo trasmetteva una sensazione di rigidità assoluta, intesa dal punto di vista tattico ma anche come stato d’animo dettato dalla tensione. E in queste condizioni, beh, stanare un’avversaria come l’Irlanda del Nord era molto, molto difficile. Bisogna infatti riconoscere un po’ di meriti alla squadra di O’Neill, che si è rivelata molto intelligente nel compattarsi e anche non banale nella costruzione delle ripartenze. Non che Donnarumma abbia corso qualche pericolo, questo no, ma in alcune azioni i giocatori in maglia bianca sono riusciti a muovere il pallone tra le linee con una discreta qualità, soprattutto grazie alle intuizioni di Galbraith: è così il Nord Irlanda è arrivato a manovrare il pallone nella metà campo difensiva della squadra di Gattuso, a restituire una percezione di pericolosità – poi vanificata da un’evidente inconsistenza tecnica.

L’Italia, essendo priva di uno o più calciatori in grado di dare la scossa alla partita con una giocata individuale ed estemporanea, non aveva altra scelta che spingere sull’acceleratore, che alzare il ritmo. A costo di rischiare qualcosa di più. Nei primi dieci minuti della ripresa è andata esattamente così: i giocatori in maglia azzurra hanno iniziato a elevare la frequenza e la velocità del possesso, e pur senza cambiare davvero il loro spartito – il gol di Tonali è nato dall’ennesimo cross tentato da Politano – sono riusciti a forzare la difesa avversaria. Così una ribattuta debole di Price ha trovato Tonali al limite dell’area, e a quel punto il tiro del centrocampista del Newcastle è venuto fuori come una scarica di energia positiva, quella che si manifesta quando si riesce a scacciare la paura.

La partita tattica è finita in quel momento lì, a quel punto l’Italia doveva solo cercare di esorcizzare un’altra paura: quella di vanificare gli sforzi fatti per sbloccare il risultato. In questo, bisogna dirlo, l’Irlanda del Nord è stata d’aiuto: anche se sotto di un gol, la squadra di O’Neill ha continuato col suo piano partita puramente contenitivo, non ha mai alzato l’intensità della sua pressione, ha lasciato che l’Italia costruisse gioco da dietro con tranquillità. Solo che a quel punto agli Azzurri conveniva giocare quel tipo di partita e accelerare solo nei momenti opportuni: per esempio quando il subentrato Gatti ha risputato fuori un pallone trovando l’appoggio di Kean, a quel punto Esposito (anche lui entrato al posto di Retegui) e Tonali hanno ripulito il possesso e sono riusciti a servire il centravanti della Fiorentina dentro l’area di rigore. Controllo volante, tocco a rientrare sul sinistro e palla in buca d’angolo.

Non c’è molto altro da dire, se non registrare delle (primissime, sommarie ma promettenti) note positive legate agli ingressi di Palestra e Pisilli, a cui sono bastati pochi minuti per manifestare freschezza e pure una certa qualità; stesso discorso per Esposito, soprattutto se messo a confronto con un Mateo Retegui veramente lontano dalla sua miglior condizione. A parte questo, l’Italia di Gattuso esce da questa semifinale con un piccolo boost di autostima in più, il che non guasta mai, ma deve anche fare i conti con una consapevolezza chiara e inoppugnabile: quella per cui un primo tempo come quello giocato contro l’Irlanda del Nord non basterà, non può bastare, per giocarsi serenamente la finale.

È un discorso di approccio (fin troppo) emotivo che diventa tecnico-tattico: a Bergamo gli Azzurri avevano tutta la pressione del mondo sulle spalle, questo era anche inevitabile e si avvertiva in maniera chiara nel loro modo di muoversi, di muovere la palla. Il punto è che sono riusciti a scrollarsela di dosso solo all’inizio della ripresa. prima era come se si sentissero condannati a esprimersi male, o comunque al di sotto delle loro possibilità. Da questo punto di vista Gattuso ha ancora molto lavoro da fare, e forse la cosa migliore è concentrarsi sul campo, sull’identità di gioco. Dopotutto la sua Italia ha raggiunto già due obiettivi importanti: è arrivata in finale e ha dimostrato di poter battere la paura di non farcela. Ora deve acquisire gli strumenti per andare in campo con la testa più leggera, più libera, fin dall’inizio di una partita da dentro/fuori. È da qui che passa la possibile vittoria in casa della Bosnia, è da qui che passa il ritorno ai Mondiali. Le ultime esperienze ci dicono che non è una cosa scontata, ma in fondo non lo era nemmeno la doppia partita giocata a Bergamo: quella tra Italia e Irlanda del Nord, quella tra l’Italia e i suoi fantasmi.

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