La sfrontatezza della gioventù si consuma in due atti. Prima l’arcuata traiettoria da corner, disegnata per l’affidabile testa di Dzeko, che manda la Bosnia-Erzegovina ai tempi supplementari contro il Galles. Poi, dopo il nulla di fatto nell’extra time, l’ultimo rigore della serie: il ragazzino osserva il pallone, prende una rincorsa glaciale, spiazza il portiere con disarmante tranquillità e gela il Millennium Stadium di Cardiff. A 19 anni da compiere, nella partita più importante della sua carriera. Ma Kerim Alajbegović è già pronto a fare molto di più: «Possiamo ripeterci contro l’Italia, sarà una sfida fenomenale. Loro sono molto forti, ma li aspettiamo a Zenica». Dove l’esperienza dell’eterno Edin incontra l’estro del nuovo talento bosniaco.
Alajbegović ha debuttato in Nazionale nel settembre 2025, mentre Miralem Pjanić si ritirava dal calcio giocato. Praticamente un passaggio di consegne, dicono a Sarajevo: la classe è classe, a prescindere dalla posizione in campo. Rispetto all’ex centrocampista di Roma e Juve, il classe 2007 è molto più incline a spaccare le partite accentrandosi dalle fasce: destro o sinistro, per lui praticamente non fa differenza. Ed è uno degli elementi che impone la riflessione – a noi, come avversario e sistema calcio – riguardo a un tipo di giocatori offensivi ormai in via di estinzione. Soprattutto alle nostre latitudini. «Ho iniziato a lavorare su entrambi i piedi abbastanza presto, mi allenavo molto con mio padre», ha raccontato lui in questi giorni in un’intervista al Corriere della Sera. Anche suo padre, ovviamente, era un calciatore. «Se riesci a tirare sia col destro sia col sinistro, banalmente, sei più imprevedibile. Mi piace anche dribblare e ci sono volte in cui gli allenatori mi hanno detto di fare un’altra scelta. Tutte indicazioni che accetto ovviamente, ma non sono neppure un giocatore troppo testardo: se qualche compagno è messo meglio di me, mi piace fargli arrivare il pallone».
Insomma, un talento creativo, cresciuto col “calcio di strada” – così si dice – e in grado di rompere schemi e difesi oltre ogni monotona restrizione tattica, croce e delizia del disciplinato gioco odierno. Uno di quei dieci alla Totti o Del Piero – senza addentrarsi in insostenibili paragoni tecnici, ovviamente – che il nostro calcio oggi fa fatica a produrre. Oggi Kerim milita nel Salisburgo – club dotato di un ottimo radar in fatto di futuri campioni – ed è già valutato 15-20 milioni di euro. Nelle ultime settimane è finito nel mirino di tantissime big d’Europa: intanto se lo assicurerà il Bayer Leverkusen, che l’aveva mandato in prestito per farsi le ossa e ora ha appena esercitato il diritto di recompra. Senza contare il fatto che il ragazzo è nato a Colonia, preparando il terreno per un avvenire in Bundesliga. Quest’anno in quella austriaca ha messo a referto sette gol e due assist in 20 presenze, un bottino che sta lievitando in fretta.
E in Nazionale? Numeri già da protagonista: subito in gol al debutto contro San Marino, a Serravalle, poi altre sei presenze in queste qualificazioni ai Mondiali quasi sempre da subentrato. E con tutti gli ingredienti del jolly dalla panchina: prima della pesantissima imbeccata per Dzeko, Alajbegovic aveva già servito tre assist, raddrizzando partite piuttosto complicate per la Bosnia. Anche a Cardiff era stato così. Balcanici alle corde, gallesi a mille. Pali, traverse, ma un solo gol di scarto. Poi è arrivato il momento di Kerim. Ed è cambiato il destino calcistico di un Paese. Stasera a Zenica potrebbe succedere ancora, ed è l’ultima cosa che ci auguriamo. Non ce ne voglia il puro talento.