L’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio, la terza consecutiva, ha finito per fagocitare tutte le altre notizie sportive della settimana. Poche ore prima della sconfitta degli Azzurri a Zenica, però, il nostro Paese ha di fatto accolto un investimento enorme, e dal grande significato, da parte della NFL: la lega di football americano ha infatti espanso il suo Global Markets Program (GMP) all’Italia, attraverso l’assegnazione dei diritti commerciali dei Cleveland Browns e dei New Orleans Saints, due delle 32 franchigie iscritte al campionato.
Ma in cosa consiste, esattamente, questo investimento? Per rispondere a questa domanda, bisogna necessariamente partire dall’essenza stessa del GMP, lanciato nel 2022 per «costruire la consapevolezza del marchio NF e la tifoseria a livello globale attraverso il coinvolgimento dei fan, eventi, opportunità commerciali e lo sviluppo del programma NFL Flag». Dal punto di vista tecnico e procedurale, i vari mercati stranieri vengono assegnati su richiesta diretta delle franchigie (tutte ne hanno almeno uno). E al omento la lista comprende Messico, Regno Unito, Spagna, Nigeria, Argentina, Emirati Arabi Uniti.
Insomma, la NFL si era già espansa e si sta espandendo in tutto il mondo. È per questo che l’arrivo in Italia dei Cleveland Browns e dei New Orleans Saints – e quindi della lega in senso stretto – è una notizia enorme. Perché enorme è l’impatto potenziale di questa operazione. Lo ha spiegato in modo chiaro, e con parole molto significative, Chris R. Vaccaro, dirigente italoamericano nel settore dei media e dello sport, docente a Long Island, New York: «La NFL ha fatto un passo chiaro e deliberato verso la costruzione di qualcosa di duraturo in Italia. Possiamo dire che la lega sia pronta a fare suo questo mercato. Un mercato che, per altro, non è più emergente: le infrastrutture si stanno sviluppando e il pubblico è pronto».
In questo senso, il ruolo e la crescita della IFL (acronimo di Italian Football League) sono fondamentali: «La lega italiana ta entrando in una nuova fase sotto la guida un ex giocatore della NFL, Justin Pugh. Secondo cui l’obiettivo principale è uno sviluppo armonico. Il fatto che sia arrivato anche l’investimento della NFL non può essere un caso: quando si combinano una leadership esperta con operazioni dal respiro globale, si crea un allineamento assoluto. Ed è lì che inizia il vero progresso».
Ma, di fatto, a cosa porterà questo investimento? L’Italia ospiterà delle partite NFL come succede già da diversi anni in altri Paesi europei? Secondo Vaccaro, «il Global Markets Program della NFL è importante perché affonda le radici in una visione a lungo termine. Non si tratta semplicemente di esportare un match di regular season, il loro concetto di espansione va decisamente oltre: si tratta di costruire una base di tifosi, far crescere gli atleti e radicare lo sport all’interno delle comunità». Lungo questo processo, come anticipato, anche l’esplosione del flag football – una versione “light” del football americano, senza contatti fisici violenti e con la finestra su Los Angeles 2028, dove diventerà sport olimpico – avrà un peso significativo. Anzi, secondo Vaccaro «la spinta della NFL in direzione del flag football potrebbe rivelarsi, a breve, l’elemento più d’impatto di tutta questa strategia. Si tratta di uno sport che riduce le barriere, che riguarda potenziali giocatori di ogni sesso e fascia d’età, crea un punto d’ingresso che sembra raggiungibile. Il flag football non è solo uno strumento di sviluppo: è un portale. Trasforma la curiosità in partecipazione e la partecipazione in una passione che dura tutta la vita. Per i giovani atleti in Italia, questo cambia tutto. Crea un percorso visibile e rende lo sport reale».
In uno scenario del genere, quindi, l’eventuale partita da giocare in uno stadio italiano diventa solo una delle tante iniziative in programma. Ne è convinto anche Vaccaro, secondo cui la scelta di due franchigie come Cleveland e New Orleans non è per niente casuale: «Non è difficile immaginare un futuro in cui squadre come i Saints o i Browns scendano in campo in Italia, magari a Milano, davanti a una folla che non si sente solo curiosa, ma connessa. Questo è l’obiettivo: non la semplice visibilità, ma la connessione. E a proposito di Cleveland e New Orleans, entrambe le città vantano straordinarie comunità legate all’eredità italo-americana. Dopotutto oggi lo sport globale è definito dall’accesso e dallo storytelling. Il pubblico è più vicino che mai e i confini culturali sono più fluidi. L’Italia, in particolare, sta vivendo un’ondata di orgoglio e visibilità sulla scena sportiva internazionale. Il World Baseball Classic ne è stato la prova: ha mostrato cosa succede quando a una nazione vengono offerti sia una piattaforma che uno scopo».
E allora si possono utilizzare parole grosse, anche a livello culturale e politico, non solo sportivo: «Siamo testimoni», dice Vaccaro, «delle prime fasi di una profonda relazione sportiva transatlantica, costruita non solo sulle partite, ma su identità, opportunità e visione condivise. Il baseball ha aperto la porta e il football la sta attraversando ora con determinazione. L’opportunità che attende l’Italia è chiara, ma anche per gli Stati Uniti è una grande occasione».