Non si recrimini per la bolgia di Zenica, il manto erboso da campionato minote, l’ambiente ostile agli Azzurri: l’Italia non giocherà nemmeno i prossimi Mondiali soltanto ed esclusivamente per i propri, innumerevoli demeriti. Ed è un fatto separato rispetto al format delle qualificazioni UEFA al grande torneo. Non soltanto spietato e sproporzionato, per già controversa decisione della FIFA – basti pensare che le squadre europee, che da sempre dominano il tabellone della Coppa del Mondo dai quarti di finale in poi, hanno una quota di partecipazione ridicola: 16 su 55, contro le 6 sudamericane su 10. Il problema è che anche la Federcalcio continentale complica le cose. Fino a renderle assurde, se non ingiuste e in barba a ogni velleità di merito sportivo.
L’immagine simbolo di questa tornata è la sfangata – pardon, qualificazione – della Svezia. Presa a pallonate per tutta la fase a gironi: zero vittorie, due pareggi, quattro sconfitte, -8 di differenza reti. Poi magicamente agli spareggi, dove, trascinata da una tripletta di Gyokeres, batte l’Ucraina in semifinale. L’ultimo atto si gioca contro la Polonia, che al contrario nel Gruppo G aveva inanellato 17 punti e un solo ko. Quantomeno sarà a Varsavia? Macché: sospinti dal pubblico di Solna, gli svedesi sfruttano al massimo l’occasione della gara secca a domicilio, con gol-mondiale del solito Gyokeres all’88’ per il 3-2 definitivo. Lewandowski e compagni si mangiano le mani. Ma è evidente che in Polonia non l’abbiano presa benissimo.
E non potrebbe essere altrimenti. La Svezia ha semplicemente beneficiato della wild card garantita dalla vittoria del proprio raggruppamento di Nations League 2024/25, che metteva in palio gli spareggi mondiali senza nemmeno passare per il via. Attenzione: non la vittoria della Nations, ma della sotto-competizione annessa – in questo caso la Lega C, contro Slovacchia, Estonia e Azerbaigian, ma la grande chance avrebbe potuto scattare anche per Moldavia e San Marino in Lega D. L’iniziativa nasce per volontà di Ceferin per nobilitare un torneo-materasso come la Nations League, che altrimenti sarebbe priva di senso, incentivi e pretese di calendario. Il guaio è che però qualificarsi ai Mondiali, per le squadre europee, è già di per sé un percorso duro con ridottissimi margini d’errore. Senza alcun bisogno di essere ridotto a un terno al lotto – l’idea del “Money in the bank”, il biglietto per un’occasione d’oro da incassare a piacimento in seguito alla vittoria di un torneo minore, magari funziona nello sport-spettacolo come la WWE, ma nel calcio d’élite è un disastro competitivo. E non c’era bisogno di Svezia-Polonia per ribadirlo.
Ad aggrevare ulteriormente il quadro c’è poi la questione degli spareggi in partita secca, ma non in campo neutro. Anzi: talvolta a vantaggio di una squadra non testa di serie, come Bosnia, Kosovo e Svezia. Non è un caso se dei 12 match di playoff disputati in questi giorni, 8 siano stati vinti dalla formazione di casa. Il fattore campo, per definizione, conta. E l’assenza di andata e ritorno pure – la UEFA difficilmente considererà di ripristinare il precedente format per questioni di calendario pieno, figurarsi ora che esistono pure Nations League e Mondiale per Club. Così succede che il giorno dopo i verdetti, molti membri delle Federazioni nazionali europee hanno definito la formula in vigore “profondamente ingiusta”. E hanno portato il dilemma all’attenzione dei vertici UEFA, con la speranza di un intervento sostanziale per futuri miglioramenti. Saranno necessari per la credibilità dell’Europa calcistica. Di nuovo, non si scomodi in questa sede quella dell’Italia: per avocare il diritto alla polemica, occorre quantomeno non sfigurare a trecentosessanta gradi. Di problemi ne abbiamo fin troppi, prima di poter scomodare Ceferin.